La mappa attuale del Medio Oriente, perno politico ed economico dell’ordine internazionale, è a brandelli. La rovinosa guerra siriana è il punto di svolta. Tuttavia, le forze centrifughe delle credenze tribali ed etniche – rafforzate da conseguenze non volute delle Primavere arabe – contribuiscono a fare a pezzi una regione delineata dal potere coloniale europeo un secolo fa e difesa fin da quel momento dagli autocrati arabi.
Una mappatura diversa dell’area sarebbe un elemento strategico di cambiamento, capace potenzialmente di riconfigurare le alleanze, le sfide legate alla sicurezza, i commerci e i flussi di energia per gran parte del mondo.
La posizione di primo piano della Siria la rendono un centro strategico per il Medio Oriente. Ma è un Paese complesso, ricco di varietà etnica e religiosa, quindi fragile. Dopo l’indipendenza, la Siria ha subito più di una mezza dozzina di colpi di Stato tra il 1949 e il 1970, anno in cui la dinastia degli Assad ha preso il pieno potere.
Ora, dopo 30 mesi di massacri, la diversità interna si è rivelata fatale, uccidendo sia le persone che il Paese. La Siria si è sbriciolata in tre regioni ben identificabili, ciascuna con la sua bandiera e il suo corpo militare. Un futuro diverso sta prendendo forma: uno staterello stretto lungo un corridoio che corre dal Sud, attraversa Damasco, Homs e Hama fino alla costa Nord del Mediterraneo è controllato dalla setta degli Alauiti, la minoranza che fa capo ad Assad. Nel Nord, c’è il piccolo Kurdistan, ampiamente autonomo da metà 2012. La parte più ampia è il cuore del Paese, dominata dai sunniti. La questione siriana costituirà un precedente nella regione, a partire dal suo vicino. Finora, l’Iraq ha resistito al crollo a causa della pressione straniera, del timore di ritrovarsi solo nella regione e le riserve di petrolio che gli hanno portato lealtà, almeno sulla carta. Ma ora la Siria sta risucchiando l’Iraq nel suo vortice.
«I campi di battaglia si stanno unendo», ha avvisato l’Inviato delle Nazioni UniteMartin Kobler a luglio. «L’Iraq è la faglia tra il mondo sciita e sunnita e tutto ciò che accade in Siria, chiaramente, ha ripercussioni sullo scenario politico iracheno». Col tempo, la minoranza sunnita irachena – specialmente nella provincia occidentale di Anbar, luogo di proteste antigovernative – potrebbe provare maggiore comunanza con la maggioranza sunnita siriana dei territori a Est. I legami tribali e i scambi di merci attraversano il confine. Insieme, potrebbero formare un Sunnistan. Il sud dell’Iraq diventerebbe di fatto uno Shiitestan, anche se la divisione non sarebbe probabilmente così netta.
I partiti politici dominanti nelle due regioni curde della Siria e dell’Iraq hanno differenze che durano da tempo, ma quando il confine è stato aperto, lo scorso agosto, più di 50 mila curdi siriani sono fuggiti nel Kurdistan iracheno, creando nuove comunità transnazionali. Massoud Barzani, presidente del Kurdistan iracheno, ha poi annunciato il progetto del primo meeting di 600 curdi provenienti da 40 partiti di Iraq, Siria, Turchia e Iran per questo autunno.
«Sentiamo che ora ci sono le condizioni giuste», ha dichiarato Kamal Kirkuki, l’ex speaker del Parlamento del Kurdistan iracheno, a proposito del tentativo di mobilitare curdi dispersi in più regioni per discutere del loro futuro. Leggi il resto
La mappa costruita dal New York Times