L’autore che ha ispirato Wes Anderson, nato nel 1881

Uno scrittore di culto per i registi

Strano a dirsi, ma uno degli scrittori per il cinema più quotati del momento è nato a Vienna nel 1881 e morto sessant’anni dopo, essendo nel mezzo diventato tra gli autori più famosi del suo tempo: il suo nome è Stefan Zweig. Alla sua opera è esplicitamente ispirato uno dei film più attesi del 2014, The Grand Hotel Budapest del geniale Wes Anderson. Il film, che aprirà la Berlinale a febbraio, è stato così presentato dal suo autore all’ultimo festival di Roma: «Lo abbiamo girato in Germania e Polonia. La vicenda è ambientata negli anni Venti, si ispira alla narrativa di Stefan Zweig, in particolare le short stories e il suo memoir Il mondo di ieri. Ralph Fiennes interpreta il concierge di un grande albergo. Ho guardato al cinema di Lubitsch e le musiche sono di Alexandre Desplat». La Mitteleuropa, con la sua eleganza sofisticata, le pulsioni sentimentali controllate e insieme infuocate, l’angoscia sottile per una grandezza in decadenza, torna a esercitare il suo fascino imperiale. Si tratterà di vedere come questo materiale sarà trasfigurato nella cifra visionaria e fanciullesca del regista dei Tenenbaum e Moonrise Kingdom. Ma le premesse sembrano ottime.

 https://www.youtube.com/embed/2bTbW70umbQ/?rel=0&enablejsapi=1&autoplay=0&hl=it-IT 

Anderson non è però il solo a misurarsi con l’opera del viennese. Bille August, regista danese due volte Palma d’oro a Cannes per Con le migliori intenzioni e il precedente Pelle alla conquista del mondo che gli valse anche l’Oscar, l’anno prossimo girerà Beware of Pity, tratto dal romanzo L’impazienza del cuore, già adattato nel lontano ’39 dal britannico Maurice Elvey.

Va poi ricordato che in questa seconda metà del 2013 sono stati presentati già due film tratti da Zweig, il primo proiettato al Festival di Locarno, l’altro alla Mostra di Venezia. Si tratta di Mary, Queen of Scots di Thomas Imbach e Una promessa del più noto Patrice Leconte, da Il viaggio nel passato. Entrambi sono opere senza straordinari pregi: il primo, tratto da una delle tantissime biografie di Zweig, genere in cui fu maestro assoluto e prolifico capace di passare da Fouché a Magellano o dall’ammirato Freud a Mesmer, ha almeno il pregio di illuminare con correttezza e buona resa spettacolare la storia torbida della rivalità monarchica tra Maria Stuarda e sua cugina Elisabetta I d’Inghilterra, che la fece infine decapitare; mentre il lavoro di Leconte, incentrato su uno dei celebri e inquieti triangoli amorosi della narrativa di Zweig, è piuttosto scialbo, stinto, nonostante potesse in teoria ben attagliarsi all’autore del Marito della parrucchiera e La ragazza sul ponte.

 https://www.youtube.com/embed/EjOWH0g2D9Y/?rel=0&enablejsapi=1&autoplay=0&hl=it-IT 

Ancora non confermata è la notizia di una nuova trasposizione della Lettera di una sconosciuta, uno dei più famosi testi di Zweig da cui è stato tratto uno dei più grandi melodrammi della storia del cinema, Lettera da una sconosciuta di Max Ophuls, geniale regista tedesco (il più amato da Stanley Kubrick), uno dei tanti esiliati in America dopo l’avvento del nazismo, che nella narrativa mitteleuropea avrebbe trovato ispirazione per un altro capolavoro come La Ronde dal Girotondo di Arthur Schnitzler (autore che Kubrick userà per il suo ultimo film, Eyes Wide Shut dal Doppio sogno).

 https://www.youtube.com/embed/kVB4Tq3WZpw/?rel=0&enablejsapi=1&autoplay=0&hl=it-IT 

È impressionante notare come il cinema classico americano sia nato da questa geniale comunità di lingua tedesca e origine ebraica ritrovatasi a Los Angeles per poter esercitare il proprio talento lontano dagli sterminii hitleriani: i nomi son noti, Ernest Lubitsch che alla critica al nazismo dedicò la sua più bella commedia (forse la più bella di sempre) To be or not to be, Billy Wilder, Fritz Lang, per stare ai più alti. Autori nati in una grandissima cultura, i cui nomi in letteratura erano Thomas Mann, Robert Musil, Rainer Maria Rilke, Joseph Roth, oltre allo stesso Zweig. Il quale tra gli anni Venti e i Trenta fu uno dei più celebri scrittori del mondo, instancabile cantore della sua Vienna e della sua borghesia, spesso narrata attraverso personaggi femminili (il che gli meritò a un certo punto l’ingiusta fama di scrittore per signore). Zweig fu costretto a lasciare la sua capitale amata con la comparsa delle svastiche, fu viaggiatore in mezza Europa e in America, infine riparò in Brasile, dove la disperazione strisciante anche nella sua opera pose fine alla sua vita, con un gesto tragico e quasi letterario: vestito di tutto punto, si suicidò nel febbraio ’42, mano nella mano alla sua giovane seconda moglie, con un’overdose di barbiturici. Aveva da pochi giorni consegnato Il mondo di ieri.

Il mal di vivere fu più forte del successo planetario e dei riconoscimenti. Anche il cinema l’aveva scoperto presto, già nel 1923 da un suo testo, Bruciante segreto, veniva tratto un film. Una sua celebre novella, Paura, ebbe riduzioni in varie parti del mondo. La prima già nel ’28, Angst, di Hans Steinhoff. Poi il russo Viktor Tourjansky in Francia diresse La peur nel ’36. Nel 1954 il grande Roberto Rossellini diede la sua versione con La paura ambientato nella Monaco di Baviera del secondo dopoguerra, ultimo suo film girato con Ingrid Bergman. Infine nel 2007 fu la volta dello spagnolo Gonzalo Suárez ha con Oviedo Express.

Insomma, la presenza di Zweig nel cinema è sempre stata forte. Ma oggi conosce una sorprendente fioritura. Che peraltro potrebbe essere anche editoriale, essendo scaduti i diritti perché sono passati più di settant’anni dalla morte, e già sono annunciate riedizioni dei suoi capolavori. Splendori di Mitteleuropa, dentro e fuori lo schermo.