L’energia verde non ha abbassato la bolletta

Il costo dell’energia

Un malinteso si aggira per il mondo elettrico europeo: il fatto che le rinnovabili abbiano abbassato il prezzo dell’energia elettrica. Lo slogan è proposto, tra gli altri, dai verdi tedeschi; e la base scientifica sarebbe il fatto che nelle “domeniche mattina d’estate” il prezzo dell’elettricità nelle borse elettriche europeo diventa spesso negativo. Anzi, spesso non bisogna neanche aspettare la domenica mattina: anche nel resto della settimana può capitare di dover pagare per trovare qualcuno disposto a comprare elettricità. Si parla con nostalgia, tra quegli antiquati dei “fossili”, del tempo in cui il prezzo conosceva due picchi: verso le dodici e alla sera. Il primo picco è scomparso, spianato tra le grida di giubilo dei rinnovabili.

Chiariamo subito:è vero che a fronte dell’iniezione di maggiori quantità di energia rinnovabile, è necessario spegnere gli impianti tradizionali, e – con le dovute cautele – ciò può far bene al consumo di idrocarburi e all’ambiente. Che però il prezzo diventi negativo grazie alle rinnovabili, e che ciò sia un bene, è tutto da vedere.

La responsabilità, in realtà, dipende dalla struttura del mercato. L’Italia per anni ha elargito incentivi molto alti alle fonti rinnovabili: nei periodi più bui (o luminosi, a seconda dei punti di vista), la rendita post-leverage su un investimento fotovoltaico poteva superare tranquillamente il 30%, per vent’anni, alba su alba, tramonto su tramonto. I produttori rinnovabili che hanno installato al momento giusto possono così realizzare un profitto solo sugli incentivi, che vengono corrisposti con una semplice moltiplicazione in base alle quantità prodotte. La componente d’introito addizionale, dovuta alla vendita, deve affrontare il mercato, ma il rischio della volatilità del prezzo è secondario, vista la “garanzia” degli incentivi.

Il costo di queste compensazioni garantite non è secondario: si parla di 200 miliardi di euro tra il 2013 e il 2032. Possiamo anche accettarlo come un male necessario, con buona pace della mai nata industria rinnovabile italiana (importiamo tutta la tecnologia dall’estero) e delle campagne piene di specchi rotanti, o neanche rotanti. Il problema è quando lo sviluppo rinnovabile colpisce il cuore del sistema elettrico italiano. Perché non ci si devono fare illusioni: il “prezzo negativo” è un aberrazione del mercato, e come tale non durerà. Come tale, porterà presto a una situazione peggiore della precedente.

Perché qui non si tratta di “sostituire il fossile con le rinnovabili”, ma di una struttura di mercato che non funziona. L’effetto del prezzo elettrico in discesa è sentito solo dai tradizionali. Non è un caso se le aziende termoelettriche sono in crisi. Le centrali a gas costruite negli ultimi due decenni sono state progettate per la sostenibilità economica con una produzione di 5-6.000 ore di funzionamento l’anno (un anno ha 8.760 ore), ma attualmente girano a 3.000. Vengono spente quando c’è disponibilità rinnovabile.

Quello che succederà è già scritto: nelle condizioni attuali, questa sovraccapacità verrà smantellata. In questo modo, i periodi di “prezzo negativo” presto scompariranno. Così quando ci sarà bisogno di elettricità (di notte e senza vento, o quando c’è poco sole) la disponibilità tradizionale sarà limitata. In questo modo, il prezzo del mercato aumenterà nei periodi di fabbisogno. Così, la bolletta elettrica sarà più alta.

Per questo,le rinnovabili hanno un costo da calcolare non solo in incentivi, ma anche in aumento del prezzo totale dell’energia elettrica. Carlo Stagnaro, direttore studi e ricerche dell’Istituto Bruno Leoni, afferma su twitter che «il base load è stato ucciso dai sussidi a fonti intermittenti», intendendo come base-load la componente di produzione elettrica da fonti tradizionali. Forse è così, ma forse l’esecuzione può essere rinviata.

Il presidente dell’Autorità per l’Energia Elettrica e il Gas, Guido Bortoni, sembra voler sostenere l’idea del “capacity payment”, cioè una tariffa da pagare per mantenere in vita le centrali a gas e impiegarle in caso di aumento della domanda. I più agguerriti vorrebbero riversare parte del rischio produttivo sulle compensazioni degli investitori elettrici. Certo è che, se non si farà nulla, il maggior costo in arrivo (oltre a quello già arrivato) sarà pagato solo da una categoria di persone – che forse stanno leggendo questo articolo: consumatori italiani.