L’eterno ritorno della seconda rata dell’Imu

Imu, la tassa zombie

Lo so, lo so, occorrerebbe una moratoria giornalistica. Noi ci dovremmo rifiutare di scrivere di Imu finché la telenovela è finita. Non dovremmo più farci prendere in giro, perché sembra sempre di più evidente che il caos e l’incertezza degli annunci sulla tassa stiano diventando una strategia per far mandare giù altre medicine indigeste.

È vero che questa imposta l’avevamo già definita la tassa-zombie, la tassa non morta che si aggira nei meandri della legge di stabilità come un cadavere in un B-movie. Ed infatti l’Imu continua a tornare sempre più spettrale. Eppure il colpo di scena dell’ultima puntata era difficile da prevedere anche per uno sceneggiatore hollywoodiano. Seguite il plot: per abolire la prima rata dell’Imu (che tra un anno risorgerà anche lei sotto le spoglie della Trise) abbiamo penato due mesi: alla fine di un tira e molla infinito, che stava diventando grottesco, il governo questa estate si è dovuto inventare una clausola di salvaguardia che, qualora i soliti tagli promessi alla spesa pubblica (quelli che da sempre non riescono mai) non dovessero realizzarsi, farà scattare il solito aumento dell’accise sui carburanti.

Adesso un nuovo sequel si sta sceneggiando da solo intorno alla seconda rata, che avrebbe dovuto essere abolita definitivamente ieri, in una riunione che poi è stata spostata di una settimana perché ancora non si trova una copertura, gettando tutti nel dubbio. A questo punto si è arrabbiato il premier, Enrico Letta, nei panni del poliziotto buono, dicendo che lo spostamento non mette in discussione l’abolizione. Mentre il ministro Saccomanni – che in questa storia fa il poliziotto cattivo – ripete che lui lo aveva detto che non ci sono i soldi per abolire la rata, e la ministra De Girolamo, che non si è ancora capito che parte abbia, assicura che non sarà pagata la rata sui fabbricati agricoli, che pure era data per certa e obbligata solo il giorno prima. Su tutto incombe il giudizio dell’Europa, che giudica fragili sia le coperture presentate per il taglio della prima rata che quelle individuate per la seconda, e i tempi degli eventuali pagamenti, sia dei tributi non soppressi (sulle seconde case) che di quelli in dubbio (sulla prima).

E mentre noi impazziamo, correndo dietro lo zombie che continua ad aggirarsi dentro la legge di stabilità, passa quasi come se fosse ineluttabile la cessione di gioielli di famiglia, tra cui il 3% dell’Eni. La cessione di questo pacchetto di azioni – per dire – dovrebbe produrre un introito di quasi due miliardi. Ma porta anche a una perdita dei dividendi che oggi lo stato incassa dalla sua quota azionaria, e che secondo i calcoli di molti (ad esempio per il senatore Mucchetti, presidente della commissione industria del Senato), sarebbe addirittura superiore all’incasso. Ma ha senso abbattere il debito da 2068 miliardi a 2062 (su 12 miliardi di privatizzazioni la metà sarebbero usate per questo fine) vendendo i gioielli di famiglia? Forse lo zombie dell’Imu, e la paura che ogni volta genera, in questo caso serve a far passare come indispensabile una cosa insostenibile. O addirittura inutile. Perché il gettito che le “semi-privatizzazioni” all’Italiana hanno sul debito pubblico è lo stesso di un’aspirina per un malato di tubercolosi.