
La vittoria di Tir del giovane regista italiano Alberto Fasulo al Festival di Roma (o “Festa-val” come ha preso a chiamarlo il direttore Marco Müller) si connette idealmente al successo di Sacro Gra di Gianfranco Rosi a Venezia: il nostro cinema del reale conquista le giurie dei festival. Ma il finto documentario su un camionista (recitato dall’attore Branko Zavrsan) che attraversa le strade d’Europa descrivendo il suo inferno in cabina appare un’opera incompiuta: sarebbe stato meglio raccontare vite autentiche, o lavorare su una sceneggiatura che approfondisse le sfumature del suo lavoro massacrante e della sua vita privata. Il film resta sospeso, e questo massimo premio lo carica di aspettative che sarà difficile sostenere. Sorprende parecchio veder riconosciuto Tir piuttosto che un film che di certo segnerà la stagione come Her di Spike Jonze, che deve accontentarsi del premio alla migliore attrice per Scarlett Johansson, interpretazione di sola voce, che il pubblico italiano non potrà apprezzare perché uscirà doppiato. Matthew McConaughey è il miglior attore per Dallas Buyers Club: un giusto riconoscimento, che insieme a quello per la Johansson, apre il balletto delle candidature per l’Oscar. Poco si comprende perché Seventh Code, il film di un maestro riconosciuto come Kiyoshi Kurosawa, ottenga ben due premi alla regia e al contributo tecnico quasi a (inutile) risarcimento della mancata assegnazione del massimo tributo, che sarebbe stato più appropriato. Peccato poi che il vero grande film italiano di questo festival, L’amministratore di Vincenzo Marra, non abbia avuto la vetrina del concorso principale e che nella sua sezione CineMAXXI non abbia ottenuto nulla.
Ma è inutile dilungarsi troppo: ogni lista di premi provoca dubbi e perplessità. Tutti i riconoscimenti, delle varie sezioni e delle diverse categorie, sono qui.
Tra i film visti, questi ci sono sembrati i più interessanti.
CORO DI NAPOLI. Lui si chiama Umberto Montella, gestisce cinquanta condominii a Napoli. L’amministratore ne racconta la vita professionale tra un inverno e una primavera, intrecciando un pugno di storie che vengono ad alternanza approfondite. Il borghese decaduto, le due donne barricate in casa contro il degrado e la camorra che minaccia di prendersi la casa, liti di pianerottolo, i lavori edili da fare, soldi da prendere e da distribuire: questo film fa della coralità la sua forza e ci pare adottare il metodo narrativo più di un Marotta che di un De Filippo, con un procedimento di racconto sostanzialmente sentimentale, che fa del ricorso anche al bozzetto una modalità di avvicinamento alle psicologie e alle difficoltà materiali dei suoi personaggi. Grande film, tra i migliori della nostra stagione, un documentario di commedia alla maniera di Sacro Gra.
AMORE A VOCE. Her è il cinema americano quand’è grande, spettacolare e sperimentale insieme. Ne abbiamo già scritto qui. Joaquin Phoenix al suo meglio.
BORGHESI A TEHERAN. Il nuovo cinema iraniano si impone sempre più spesso come racconto critico della borghesia e dei ceti emergenti. Ovvio il riferimento al cinema di Asghar Farhadi, internazionalmente riconosciuto dopo l’Oscar per Una separazione e i successi di About Elly e Il passato (in uscita da noi da giovedì prossimo). Lungo questa linea si situa questo bel Acrid del debuttante Kiarash Asadizadeh. Un gruppo di personaggi raccontati in un girotondo dove il comprimario diventa il protagonista dell’episodio successivo. La traccia che unisce le storie sono i turbamenti dell’amore, particolarmente quelli di matrimoni in crisi. Medici, segretari, proprietari di scuole guida, studentesse: nel circolo di adulterii (maschili) e rancore (femminile), Asadizadeh delinea un quadro bello e per niente accomodante di una società di cui abbiamo in Occidente spesso una visione poco aggiornata.
IL COSTRUTTORE. L’alta borghesia americana delle professioni, ormai perdutamente terminale, è invece la materia di Fear of falling del maestro del cinema contemporaneo Jonathan Demme. Dopo i successi di film come Il silenzio degli innocenti e Philadelphia, Demme ha sempre più spesso scelto di distaccarsi dalle dinamiche di Hollywood per avvicinarsi a piccoli progetti indipendenti, quasi un ritorno alle sue origini nella factory al risparmio del geniale Roger Corman. Dopo una serie di documentari (l’ultimo in Italia col grande musicista napoletano Enzo Avitabile, intitolato Enzo Avitabile Music Life, presentato l’anno scorso al Festival di Venezia e nelle sale il 18 e 19 novembre), Demme sceglie stavolta il teatro: lo fa con la splendida compagnia del grande attore teatrale americano André Gregory che da anni lavora sulla drammaturgia di Henrik Ibsen. Nello specifico, si tratta del testo “Il costruttore Solness” che nella riscrittura scenica di Wallace Shawn diventa Fear of falling. Solness costruisce case e torri, è il più importante costruttore della città, ma sta morendo. Nel suo letto di dolore, tra l’agonia e l’allucinazione da farmaci, la sua mente si popola dei suoi fantasmi che si mischiano al capezzale con persone vere. Solness sa di essere agli sgoccioli, ma il suo egoismo, il suo egocentrismo totalizzante e arrogante gli impediscono di essere finalmente un po’ generoso con gli altri, di aprire davvero il cuore e fare i conti fino in fondo con la sua coscienza. Film di interni, straordinariamente interpretato, forse leggermente lungo. La mano del maestro si vede tutta.
L’OPERAIO. Piacevolmente prevedibile, robusto e classico come i suoi personaggi, Out of fornace di Scott Cooper come Her e Dallas Buyers Club ha il suo punto di forza nella presenza di un grande divo perfettamente in parte, Christian “Batman” Bale, circondato da non protagonisti di altissimo livello come Casey Affleck, Sam Shepard, Willem Dafoe e soprattutto Woody Harrelson. Bale è operaio nell’acciaieria della sua piccola città, con un profondo orgoglio di classe (anche il padre lo era), ma vede il fratello, reduce dall’Iraq, perdersi nella non integrazione, prestandosi a lottare negli incontri clandestini di boxe. Quando morirà, sarà l’ora di vendicarlo. Molto di già visto, dal Cacciatore a Un tranquillo weekend di paura, ma c’è una bellissima caratterizzazione dei personaggi, che non vivono sospesi nella finzione (come spesso accade nel nostro cinema, intriso di inconsistenti mestieri creativi e personaggi tenui) ma sono credibili, restituiscono l’odore della realtà di un’America in depressione, della provincia profonda che ha perso le solide garanzie del lavoro industriale e sbanda nell’illegalità. Peccato solo il finale.
IL VANGELO SECONDO JOAQUIM. Il Vangelo al cinema vuol dire innanzitutto la trasposizione che Pier Paolo Pasolini fece del testo di Matteo nel 1964 (l’anno prossimo mezzo secolo). Ma la vita di Gesù ha inesauribilmente offerto ai cineasti materiale di creazione: l’ultima opera notevole che ci viene in mente è Su Re di Giovanni Columbu, ambientato in un’aspra bellissima Sardegna e purtroppo molto sottovalutato (l’anno scorso a Torino non raccolse nulla). Il Festival di Roma ha proposto questa rielaborazione del potente cineasta portoghese Joacquim Pinto (con Nuno Leonel) che utilizza il Vangelo di Giovanni e radicalmente va alla radice dell’opera: al Verbo diffuso tra gli uomini. Sicché il film è tutto centrato sulla parola, che con bravura sa porgere l’attore Luis Miguel Cintra. Pinto non mette in scena gli episodi della vita di Gesù, ma ci fa ascoltare la voce che li narra, spesso su schermo nero, o mostrando l’attore che legge in un luogo di campagna circondato dalla piccola troupe, oppure mostrando paesaggi naturali senza uomini. Messinscena estrema, anti-spettacolare, segno però di un’idea di cinema forte. Pinto va almeno ricordato per il recentissimo struggente documentario autobiografico E agora? Lembra-me presentato all’ultimo Festival di Locarno dove ha ottenuto il premio speciale della giuria.
CODICE KUROSAWA. E a Locarno c’era anche il magnifico neuro-thriller Real del grande giapponese Kiyoshi Kurosawa che qui a Roma ha presentato invece Seventh Code, insignito di due premi. Uno strano oggetto cinematografico, intanto nella durata: appena 60 minuti. Poi nell’ambientazione: una sorprendentemente fotogenica Vladivostok, nota più che altro come capolinea della Transiberiana e qui usata come ambiguo territorio di confine, un po’ alla maniera di una contemporanea orientale Casablanca. Seventh Code si diverte a muoversi tra i generi: sembra una storia d’amore, poi andiamo nella commedia, quindi subentra il thriller, infine entriamo nella spy story, conclusa con uno spiazzante finale. Il fatto è che tutto si tiene incredibilmente insieme, forse con la coraggiosa scelta di una durata così breve che costringe a compattare tutto nella figura mutevole e inafferrabile del personaggio principale, la giovane Akiko, che sembra inseguire l’amore e invece fa altro.
ITALIAN TALENT. È noto quanto Quentin Tarantino veneri i b-movies italiani: Django unchained dal Django di Corbucci e Bastardi senza gloria da Quel maledetto treno blindato di Castellari sono le prove più evidenti. Chi sono gli eroi-artigiani di quel cinema ce lo spiega e ce li mostra I tarantiniani, documentario di Steve Della Casa e Maurizio Tedesco, che fa una carrellata sui registi di spaghetti-western, poliziotteschi, gialli rosa, horror, cannibal e quant’altro è stato prodotto tra gli anni Sessanta e gli Ottanta e che non smette di riscuotere le attenzioni di cinefili e appassionati in ogni parte del mondo. I loro nomi? Umberto Lenzi, Enzo G. Castellari, Sergio e Luciano Martino, Mario Caiano, Fernando Di Leo, Ruggero Deodato e altri ancora. Film divertentissimo su questi autori del nostro cinema popolare, personaggi veraci gagliardi e senza ombra di sussiego, spesso con invidiabile padronanza di mezzi tecnici. Geniale la lezione sui titoli di Castellari, ovvero il metodo ‘me cojoni’. Spiega il maestro: «Un titolo per colpire lo spettatore deve fargli dire: me cojoni. Se dice ‘me cojoni’ hai azzeccato. Il vero disastro è se gli viene da rispondere: e sti cazzi. ‘Vado, l’ammazzo e torno’… me cojoni. ‘Alice non abita più qui’… e sti cazzi».
Su tutt’altro versante, ma sempre genuinamente schietto e popolare, si situa invece Il carattere italiano di Angelo Bozzolini, ritratto degli orchestrali dell’Accademia di Santa Cecilia, a partire dal direttore anglo-italiano Antonio Pappano: il dietro le quinte, la vita lontano dal palco, ma soprattutto la fatica di alimentare la passione per la musica.
ROMAGNA MIA. Piccola storia delle ferie degli italiani. Questo è Vacanze al mare di Ermanno Cavazzoni, che come un antropologo esplora i comportamenti dei suoi connazionali lungo il Novecento, utilizzando materiale povero eppure altamente significativo come i filmati amatoriali familiari, raccolti nell’archivio Home Movies di Bologna, che coprono un lasso di tempo dagli anni Venti agli Ottanta del Novecento. Cavazzoni, sceneggiatore con Fellini di La voce della luna tratto dal suo Poema dei lunatici, insegna letteratura a Bologna e scrive fantasiosi romanzi. È un po’ il fratello letterario di Gianni Celati, che lo ha preceduto nel passaggio dalle pagine al cinema con un pugno di documentari assai belli (su tutti “Case sparse. Visioni di case che crollano”). Cavazzoni lavora assemblando visioni di italiani sul bagnasciuga, abbronzati, cotti dal sole, affollati nel mare basso della Riviera Romagnola, nei locali di spogliarelli, nelle feste dei villaggi estivi, nelle seduzioni, nei corteggiamenti, e lo fa tenendo assieme tutto con una splendida voce over, caustica comica poetica bonaria fintamente scientifica, che commenta contrappunta spesso ribalta quanto vediamo. Bella la colonna sonora, con la rivisitazione dello Stabat mater di Pergolesi attraverso vari generi pop, a firma di Vincenzo Vasi e Giorgio Casadei. Vacanze al mare fa il paio con un altro bel lavoro, Ricordi per moderni, di Yuri Ancarani: ancora Romagna, ma più che Fellini siamo dalle parti di Pier Vittorio Tondelli. Documentario sporco, povero, ma con precise scelte espressive che lo rendono interessante.
BISTRATTATI. Ricoperti da metaforici ortaggi da gran parte della critica, a noi sono piaciuti. Another me e Romeo and Juliet – film sull’adolescenza legati da un filo shakesperiano – hanno alcune qualità che meritano una verifica. Il primo è un thriller familiare di apparizioni, doppi e fantasmi, scritto e diretto dalla brava regista spagnola Isabel Coixet: nel Galles contemporaneo, la giovane Fay frequenta il liceo, al teatro scolastico recita come Lady Macbeth, ha qualche problema in famiglia ed è perseguitata dalla presenza di una ragazza misteriosa del tutto uguale a lei… È vero che il punto di svolta è piuttosto appiccicato ai limiti del gratuito, ma la tensione del film, risolta con grande padronanza dei mezzi espressivi e buone interpretazioni, rende questo film un bell’esercizio sulle ansie dell’adolescenza, età misteriosa anche senza ricorso ai fantasmi. Due giovanissimi sono anche Romeo e Giulietta, che vivono la celebre storia di amore e guerre tra famiglie in questo film in costume che l’italiano Carlo Carlei ha girato in inglese con soldi stranieri. Nessun grande guizzo, ma un lavoro pulito, al servizio della storia (tra le più celebri di ogni tempo) e arricchito da ottimi attori (Paul Giamatti, Stellan Skarsgard, Hailee Steinfeld, Laura Morante) e bellissime ambientazioni (la immaginaria Verona shakespeariana è ricostruita oltre che nella città scaligera e nei suoi dintorni, anche nella Tuscia fra Manziana e Caprarola): non ci stupiremmo di un bel successo di pubblico.