Privatizzazioni: adelante, Enrico, con juicio

Il piano di dismissioni da 12 miliardi

La prima volta che Enrico Letta ha annunciato un vasto piano di privatizzazioni, ha nazionalizzato Ansaldo Energia. La seconda volta che ne ha parlato, il governo ha avviato il processo di ripubblicizzazione di Alitalia, con l’ingresso di Poste nel capitale dell’ex compagnia di bandiera. La terza volta sarà quella buona?

Il Consiglio dei ministri del 21 novembre si è concluso con un annuncio apparentemente forte: l’esecutivo si aspetta di ricavare 10-12 miliardi di euro dalla cessione di quote non di controllo di quasi tutte le principali partecipate del Tesoro e della Cdp. Si parla del 60% di Sace, il 60% di Grandi stazioni, il 40% di Enav, il 40% di Fincantieri e il 50% di Cdp Reti. Inoltre, Eni procederà a un buyback di azioni che farà salire la quota pubblica fino a circa il 33%, lasciando così un margine per la cessione di un pacchetto pari al 3 per cento. Il gettito sarà destinato per metà all’abbattimento del debito pubblico, e per metà alla ricapitalizzazione della Cdp, come richiesto da Bankitalia. Il ruolo della Cdp, tra parentesi, sta profondamente cambiando proprio sotto i nostri occhi, anche per effetto di una serie di ambiziosi progetti più o meno nascosti tra le pieghe di altri provvedimenti, ma su questo torneremo prossimamente.

Lo speciale privatizzazioni

La domanda è: il piano di privatizzazioni annunciato da Letta coincide con quello richiesto – tra gli altri – dall’Istituto Bruno Leoni? O, quanto meno, va nella direzione giusta? Sì e no.

Posto che, per ora, siamo ancora alla fase dell’annuncio, e che molto dipenderà dalle modalità pratiche con cui lo Stato cederà quote delle sue aziende (quiqui e qui), almeno a parole c’è del potenziale arrosto, nei progetti rivelati oggi, e anche un po’ di fumo. La vera domanda riguarda la composizione relativa del mix che ne uscirà dopo che il governo avrà messo in moto la macchina e l’operazione sarà transitata per i ministeri interessati, le camere e le segreterie dei partiti (non necessariamente in quest’ordine).

Il fumo riguarda le società quotate in borsa, cioè l’Eni e quelle il cui controllo è racchiuso all’interno di Cdp Reti (Snam e Terna in primis). In questo caso, l’obiettivo è racimolare denaro senza rendere realmente contendibili le compagnie interessate. Nel caso di Cdp Reti, lo strumento è quello tanto esecrato delle scatole cinesi: il governo (attraverso Cdp) manterrà il controllo di fatto per mezzo di un’architettura societaria che gli consente di possedere una quota minoritaria del capitale (non ditelo a Massimo Mucchetti!). L’effetto finanziario dell’operazione è ovvio. Quello sostanziale anche: nulla cambia. Se la manovra è congegnata con questo obiettivo, sarebbe ingenuo aspettarsi dei cambiamenti reali. Quindi, su questo fronte, il governo sta semplicemente raschiando il fondo del barile. E, poiché in questi termini si tratta di intervento puramente finanziario, paradossalmente Palazzo Chigi espone il fianco alle critiche di chi evidenzia che, poiché il costo del debito pubblico è inferiore al rendimento delle azioni in via di cessione, l’esecutivo non fa un grande affare (anche su questo torneremo separatamente).

Altra cosa è, invece, la parziale privatizzazione, presumibilmente attraverso la quotazione in borsa, di Fincantieri, Sace, Grandi Stazioni ed Enav. Tutte queste realtà (tranne Grandi Stazioni) sono oggi interamente parte del settore pubblico. L’ingresso di soci privati, seppure in posizioni di minoranza, obbligherà a una disciplina economico-finanziaria che finora era delegata alle buone intenzioni e alla rettitudine dei manager. Questo porterà probabilmente maggiore efficienza operativa e, quindi, apre le porte a una partita non solo di contabilità nazionale ma anche relativa a una visione di paese nel quale lo Stato ha un ruolo diverso. Ciò detto, una cosa del genere ha senso solo se è un passo verso la piena privatizzazione, soprattutto di quei soggetti che operano in contesti monopolistici o semi-monopolistici e che solo attraverso una separazione dei propri destini da quelli dello Stato possono essere assoggettati a una regolazione sufficientemente autonoma e tendenzialmente libera da eccessivi rischi di cattura.

Inoltre, nel momento in cui si aprono le porte al mercato è necessario contestualmente (anzi, un attimo prima) rimuovere tutte quelle incrostazioni che sono retaggio delle vecchie abitudini da partecipazioni statali, e che hanno a che fare, per esempio, con la piena contendibilità anche del servizio pubblico che alcune di queste imprese possono svolgere (si pensi a Enav e Grandi Stazioni). Bisogna ugualmente vigilare perché dietro la parziale privatizzazione non si nascondano disegni più ampi: per esempio, che non si approfitti del cambio negli assetti proprietari per contrabbandare l’insostenibile progetto di una “Grande Ansaldo“, contro il quale Oscar Giannino ha più volte messo in guardia, e che dovrebbe riunire Ansaldo Breda, Ansaldo Sts e Fincantieri (e Ansaldo Energia, i cui destini però sono già decisi essendo ormai in quota Cdp). Un’operazione senza vera logica industriale e soprattutto tale da creare una conglomerata di fatto non privatizzabile per intero. Se crediamo che ci sia un futuro assieme per queste società, vendiamole separatamente e lasciamo che sia il mercato a riunirle sotto un unico cappello. Se non crediamo che questa evoluzione non si verificherebbe spontaneamente, allora non crediamo veramente nel progetto.

In conclusione,l’annuncio del governo sulle privatizzazioni rappresenta un deciso passo avanti rispetto al passato. Sebbene manchino ancora molti dettagli, si intravvedono i confini di un’operazione che, nel bene e nel male, ha una sua coerenza interna. A dispetto dei profili di rischio richiamati, la sensazione è che le prospettive positive superino quelle negative, ma la strada è lunga e i potenziali agguati numerosi. Speriamo che questa volta, a differenza del passato recente, il richiamo alle privatizzazioni non serva per distrarre l’opinione pubblica mentre la quota di economia intermediata dallo Stato continua a crescere. La cautela, insomma, non è tanto rispetto al progetto in sé, quanto alle reali intenzioni (e capacità) del governo, che recentemente è apparso più attivo e convinto nella ristatalizzazione, che non nella liberalizzazione, dell’economia. Timeo Danaos eccetera.

* articolo originariamente pubblicato su Leoni Blog

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