SPAZIOTanti saluti dal cielo

Link Young

Vola sedici volte al giorno sopra le nostre teste, compiendo un giro del mondo in novanta minuti, come una partita di pallone; è grande come un campo da calcio, ma non è uno stadio. È la Stazione Spaziale Internazionale, che dal 2 novembre del lontano anno Duemila ospita ininterrottamente almeno un terrestre.

Assemblata un pezzo alla volta, trasportando il materiale volo dopo volo, unendo un modulo all’altro, è la vera e propria casa del futuro, dove si vive in assenza di peso, si osserva la Terra dall’alto, si compiono esperimenti scientifici impossibili quaggiù e…

E chissà come si dorme, lassù, cosa si mangia e, quando scappa, come si fa?!

Il racconto

FRA OTTO MINUTI ARRIVO

Il piccolo John al mattino era proprio una frana. La sera puntava la sveglia con svizzera precisione ma, al primo drin dopo l’alba, nemmeno apriva gli occhi e si girava dall’altra parte, rannicchiandosi sotto il cuscino; al secondo driiin grugniva e mugugnava; al terzo driiiiin rantolava e al quarto e definitivo driiiiiiin si alzava con l’occhio a mezz’asta e la vista annebbiata e infilava la testa, rassegnato, sotto l’acqua gelata.

Da quel momento, ogni mattina, mancavano otto minuti esatti all’inizio della prima ora di lezione e il suo mondo girava vorticosamente tic tac tic tac tic tac.

Pipì in tredici secondi, mutande e calzini in quattro, tutto il resto da indossare correndo; colazione in quarantasei secondi, denti lavati in ventotto, bacino alla mamma in zero virgola due, due piani di scale in diciotto, la bici fuori dal garage in dodici, pedalata senza freni per di qua e per di là, frenata con derapata nel cortile di scuola quando mancano ottantaquattro secondi appena. Lucchetto chiuso in otto, zaino in spalla in due, ingresso nell’edificio scolastico, tetro e lugubre, in tredici. Altri due piani di scale, questa volta in salita, corridoio, porta ancora aperta, salve Prof! e seduto dietro il banco in ultima fila, con la campanella che suona in sottofondo. La prima ora, come sempre, serve solo per riprendere fiato ed è difficile prestare troppa attenzione alla lezione…

«Non combinerai mai nulla di buono – lo rimbrottava l’insegnante, con il tono che ti puoi immaginare – facendo sempre tutto così di corsa…»

«Troverò un lavoro – pensava lui, tra sé e sé – in cui ci vogliano otto minuti per arrivare.»

Facile a dirsi, un po’ meno da mettere in pratica.

Da escludere tutte le professioni con l’ufficio troppo lontano, dove ci si debba affidare al tram o a un treno, con il rischio del ritardo sempre in agguato. Da escludere anche quelle senza orario preciso, perché se non si sa quando arrivare, men che meno si saprebbe quando partire e puntare la sveglia diverrebbe un problema.

«Farò l’astronauta!» Si svegliò un giorno, di botto, nel cuore pulsante della notte stellata, molto prima del primo drin della sveglia. Ed era già arzillo e desto, con gli occhi spalancati e il sorriso anche di più. Mi piacerebbe sapere quale sogno lo aveva elettrizzato così. Però ormai la decisione era presa.

Visto il tempo che mancava all’alba, il piccolo John fece le cose con calma e precisione, che alla Nasa non si scherza: mise quattro calzini e due mutande in valigia, piegò con cura due magliette e una camicia, aggiunse un libro e la foto della nonna, poi infilò la sua bella tuta arancione, che nel cuore della notte pareva brillare ancor più del solito. Con l’elmo sotto braccio saltò sulla bicicletta e pedalò fino alla base di lancio.

La nave spaziale era lì, in tutta la sua bellezza e maestosità, con la punta rivolta verso l’Universo e lo spazio intero a disposizione. Salutò i compagni di missione con un cenno del capo, quindi si accomodò, non nell’ultimo banco, ma in ultima fila in cabina, riuscendo a mala pena a sbirciare fuori dal finestrino. Mamma, papà, la nonna e quattro amici se ne stavano a qualche chilometro di distanza con la macchina fotografica pronta per non perdere un istante del decollo.

Al primo drin i motori si accesero. Emozione! Al secondo driiin un fumo bianco e denso avvolse la navicella. Al terzo driiiiin ogni cosa cominciò a vibrare i il rombo dei motori si fece intenso. Al quarto driiiiiiin tanti saluti a tutti, decollo e buon volo! In otto minuti il piccolo John sarebbe arrivato alla Stazione Spaziale Internazionale, che è più o meno quello il tempo che ci impiega la navicella per percorrere i quattrocento chilometri di distanza. Otto minuti come da casa a scuola, con la differenza di non avere un Prof. ad accoglierti, né una mattinata di lezioni e i compiti a casa.

Vallo a spiegare, adesso, che l’astronauta John, preciso, entusiasta e puntuale, da ragazzino era proprio una frana… Chissà, se si fosse svegliato un’ora prima, avesse preparato lo zaino per tempo, avesse fatto ogni cosa con calma e fosse arrivato a scuola, ogni mattina, con venti minuti di anticipo, adesso che lavoro farebbe, e quante poche cose riuscirebbe a combinare in otto minuti appena.
 

La fotografia

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La corsa allo spazio negli anni Sessanta è anche stata parte della guerra fredda, che si combatteva tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica. Piuttosto che spararsi le bombe sulla testa, andare lassù diventò persino un’idea più intrigante e avventurosa di qualsiasi guerra terrestre. C’è tanto spazio, nello spazio…!

Vuoi per i costi sempre maggiori, vuoi per un inizio di distensione dei rapporti, nell’estate del 1975 fu programmata la prima missione congiunta Usa-Urss, con l’aggancio delle navicelle Apollo 18 e Soyuz 19 e il trasbordo in orbita. Quella stretta di mano tra i comandanti Leonov e Stafford entrò di diritto nella storia.

L’unione durò meno di due giorni, ma che giorni! A quasi quarant’anni di distanza, oggi Russia, Stati Uniti, Europa, Giappone e Canada collaborano al mantenimento e alle attività scientifiche della Stazione Spaziale Internazionale. Un bel progresso, non c’è che dire!

Il video

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Vuoi farti un giro all’interno della Stazione Spaziale Internazionale? Nulla di più semplice, anche rimanendo comodamente in poltrona. Un Astronauta dell’Agenzia Spaziale Europea ti farà da cicerone, in inglese, accompagnandoti all’interno della struttura, svelandoti gli angoli nascosti, sbirciando dai finestrini, svolazzando da un modulo all’altro. Adesso che è completa è una casa davvero grande: con i suoi pannelli solari è ottanta metri per cento e la visita dura quasi un’ora, durante la quale la Stazione avrà compiuto due terzi di un’orbita intorno al mondo, a quasi trentamila chilometri all’ora.

La pagina web

Vuoi sapere cosa succede sulla Stazione Spaziale Internazionale giorno per giorno, ora per ora, minuto per minuto? La Nasa ha pronta per te una bella pagina web [http://www.nasa.gov/mission_pages/station/main/index.html] dove troverai tutte le informazioni del caso, con tanto di immagini e video. Puoi anche seguire le notizie su Twitter [http://twitter.com/NASA] e, volendo esagerare, persino i singoli astronauti. Io, per esempio, ho seguito Luca Parmitano [http://twitter.com/astro_luca] durante la sua permanenza lassù e seguo anche Samantha Cristoforetti [http://twitter.com/AstroSamantha] che ci andrà fra un anno.

Ti consiglio un libro

Andrea Bernagozzi & Davide Cenadelli – SECONDA STELLA A DESTRA – Sironi

Il mare o la montagna ti hanno stufato? C’è troppa gente ovunque tu vada in vacanza? Prova a organizzare un viaggetto nello spazio… Non è detto che un giorno non sia possibile, con agenzie galattico-turistiche e viaggi interstellari. Nell’attesa è già pronta la prima guida turistica al Sistema Solare, per sapere dove alloggiare su Saturno, magari con vista sugli anelli, o dove andare a ballare sulla Luna, con la sua piccola gravità; puoi trovare un ristorante su Mercurio e sarà vero che chiude solo il mercoledì?! Ci sono i mari e i monti anche su Marte, si può fare bungee jumping da un asteroide e se alla fine vuoi portarti a casa un souvenir, perché non una bella cartolina con la Terra lassù in cielo?

I nostri eroi

La permanenza di un astronauta a bordo della Stazione Spaziale Internazionale è adesso di circa sei mesi, che è un bel periodo da trascorrere lassù. Ai tempi della russa Mir, la stazione spaziale precedente, le cose erano diverse e il più spaziale di tutti è il cosmonauta Valerij Polyakov. La sua prima missione, nel 1972, durò duecentoquaranta giorni, che già non è male, ma fu la seconda missione a infrangere ogni record. Dall’otto gennaio 1994 al ventidue marzo dell’anno successivo, Polyakov trascorse in orbita la bellezza di quattrocentotrentasette giorni, compiendo settemila volte il giro del mondo. La sua missione fu essa stessa un esperimento scientifico, per testare la capacità di un essere umano di sopravvivere così a lungo in assenza di peso. Questo, oltre al gusto di stabilire un primato, fu fatto anche in vista di un volo su Marte – chissà quando – che durerà un tempo decisamente lungo.

È italiano il primo astronauta europeo a mettere piede all’interno della Stazione Spaziale Internazionale. Umberto Guidoni nel 1996 volò a bordo del Columbia compiendo la bellezza di 252 orbite. Suo compito, tra gli altri, fu di sperimentare la produzione di potenza elettrica nello spazio, grazie a un piccolo satellite appeso a un lunghissimo cavo da srotolare nel vuoto.

Nel 2001, alla sua seconda missione, Guidoni volò a bordo della navicella Endeavour, in quello che fu il centesimo volo per uno Space Shuttle. Nella grossa stiva portò sulla stazione – da poco in orbita e ben più piccola di quanto non sia oggi – il modulo Raffaello: una sorta di container spaziale cilindrico, costruito in Italia, carico di rifornimenti ed esperimenti scientifici di vario genere.

È una casa molto carina, la Stazione Spaziale Internazionale, senza soffitto, senza cucina. Non ci si può entrare dentro, se non si vola, perché non c’è il pavimento. Non ci si può fare pipì – o meglio, si può, ma non è proprio come quaggiù… – perché non c’è vasino lì. Però è bella, bella davvero, lassù in Via Lattea al numero zero.

Sono tante le similitudini tra la celebre canzone di Vinicius de Moraes e la Stazione Spaziale, perché carina la è davvero, con tutto quel metallo che luccica… Non ha il soffitto né il pavimento, ma delle pareti attrezzate dappertutto. Non ha la cucina, se la intendi con le pentole e i fornelli, né il bagno, se lo intendi con il vasino. Però è bella, bella davvero, non ci sono dubbi!

La domanda, semmai, è come facesse a saperlo, Vinicius, così tanti anni prima, senza aver mai volato nello spazio, se non con la fantasia, senza aver fatto il corso da astronauta, senza aver mai passeggiato sulla Luna. Non si sa. Se però un giorno farai l’astronauta, ricordati di fischiettare il motivetto, quando entrerai nella base orbitante, e subito ti sentirai a casa.

Si chiama James Tiberius Kirk, il capitano più famoso di qualsiasi nave spaziale della nostra fantasia. L’attore che gli ha donato il volto è William Shatner, ma per tutti noi è Kirk e basta, comandante della USS Enterprise negli avventurosi film di Star Trek. Siamo nel ventitreesimo secolo, mica frittelle, e vien da chiedersi se anche allora si mangeranno ancora le frittelle, altrimenti peggio per Kirk.

C’è però un altro capitano Kirk, che ha navigato pagine fantascientifiche qualche anno prima di questo e chissà se è solo un caso di omonimia… Nella prima metà degli anni Sessanta lo scrittore Mino Milani e l’illustratore Dino Battaglia hanno raccontato a fumetti di un viaggio di cinque astronauti su Marte, a bordo della nave spaziale Selena. Se un giorno scriverai anche tu un romanzo di fantascienza, ricordati di chiamare Kirk il tuo bel comandante!