ReportageVirunga, l’Eden violato dalle compagnie petrolifere

L’altra guerra del Congo

C’è una guerra nella guerra che si combatte da tempo in Kivu, est della Repubblica Democratica del Congo. Un conflitto molto spesso ignorato dai media. Il Kivu, il regno del traffico illegale di minerali, di bande armate, di sfollati è anche sede di un parco naturale patrimonio dell’Unesco. Il Parco del Virunga è una delle aree più preziose del mondo: ospita più di 3mila specie animali diverse e oltre 800 gorilla di montagna.

Nel parco del Virunga un manipolo di guardie combatte e rischia la vita ogni giorno per proteggere i gorilla, gli elefanti, gli alberi pregiati da gruppi armati e bracconieri. Avorio, animali rari, legnami pregiati sono al centro di intensi traffici nell’intera area e che a volte finanziano i tanti gruppi armati della regione. Da alcuni anni però un nuovo crescente pericolo attenta a uno degli ecosistemi più importanti del globo. La ricerca del petrolio e il suo sfruttamento.

Emmanuel De Merode vive nel parco da 20 anni, patrimonio dell’Unesco e lo dirige dal 2008. Ad aprile raccontò di come nulla si può prevedere in Kivu, dopo 20 anni di esperienza lì. Di certo, fra tutti i nemici possibili, De Merode non poteva attendersi che i più pericolosi sarebbero state le grosse multinazionali del petrolio.

Da tempo Total, Eni e la britannica Soco (dal 2010) avevano messo gli occhi sulla zona (già dal lato ugandese il petrolio c’è, circa 2,5 miliardi di barili). Il che aveva fatto saltare sulla sedia il Wwf, che ha iniziato una campagna per mettere fine alle esplorazioni e porre un freno alle concessioni che metterebbero in pericolo il Virunga. Secondo il Wwf, nel corso delle attività esplorative all’interno e intorno al Parco Nazionale del Virunga, l’azienda ha violato le disposizioni relative ai diritti ambientali e umani dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo (Ocse) riguardo alla politica economica per le imprese multinazionali.

L’italiana Eni, racconta a Linkiesta Isabella Pratesi, Direttore Conservazione Internazionale di Wwf Italia che segue il dossier, non ha mai veramente ufficialmente acquisito concessioni. «La francese Total grazie alle nostre pressioni ha rinunciato a mettere in atto le concessioni all’interno del Parco ma quelle fuori rimangono attive e su quelle resta aperto il problema di un possibile impatto sull’intera area».

Chi sta tirando dritto è la Soco, società estrattiva petrolifera britannica: «Soco va vanti con le ricerche e le esplorazioni», spiega Pratesi. «Hanno effettuato ricognizioni aeree». La parte sensibile è il cosiddetto Blocco 5 (lo vedete nella mappa del Wwf qui riportata), una gigantesca area che comprende anche parte del Virunga.

In proposito, Mathieu Cingoro, un consulente legale di base a Goma (capitale del Nord Kivu) che lavora per l’Institut Congolais pour la Conservation de la Nature, Iccn, ha detto a Globalpost che funzionari di Soco sono entrati nel parco anche via terra, almeno due volte. E quando lo hanno fatto, secondo il rapporto di Cingoro, sarebbero entrati con guardie armate.

Soco respinge al mittente ogni accusa ricordando il contratto siglato con il governo congolese che assicura i diritti di esplorazione. In realtà, nel 2011, il ministro dell’ambiente congolese Jose Endundo aveva sospeso questi diritti perché non vi erano sufficienti garanzie di rispetto dell’habitat, una decisione che il Presidente Joseph Kabila aveva cambiato con un decreto presidenziale. Soco continua a dire che non intende fare attività nelle zone popolate dai gorilla, nella zona dei vulcani o della foresta equatoriale. Ma i gruppi ambientalisti, Wwf, Greenpeace e persino il governo britannico si oppongono a qualsiasi tipo di attività in tutto il parco. Sul sito della Soco si leggono anche accuse a Wwf di fare una campagna basata sull’emotività e che prescinde dai fatti. Si punta il dito fra l’altro sull’attrice Anna Friel che ha realizzato uno spot per sensibilizzare sul tema di aver girato distante dai luoghi “incriminati” (in Uganda) e di aver trasmesso un messaggio fuorviante. E si puntualizza come uno sfruttamento delle risorse petrolifere in Congo potrebbe avere enormi e positive ricadute economiche sull’intero paese.

La replica di Pratesi è chiara: «noi ci basiamo sui fatti, non sull’emotività, e su quello che Soco sta compiendo».

Che cosa è a rischio nel caso in cui Soco andasse avanti nella sua politica? «Il tessuto sociale del territorio che ha trovato un equilibrio tra conservazione e sviluppo. Sono stati creati scuole e centri di produzione energetica, una vera green economy sul territorio. Quando arrivano compagnie così grosse con questi budget, poco interessati allo sviluppo locale, si producono conflitti, corruzione, disparità sociale. C’è poi il rischio specifico dell’inquinamento delle acque del lago Edward dal quale dipendono le vite dei locali», spiega ancora Isabella Pratesi.

Per capire meglio perché il Parco non dovrebbe essere intaccato nemmeno dall’osservazione, va considerata la natura di quell’area: un’esplorazione a piedi non permessa, per esempio, comporta l’apertura di una via, di un sentiero nella foresta, che può essere usata dai bracconieri sempre in agguato.

Il fatto che sia patrimonio dell’Unesco non mette al riparo il parco dagli appetiti delle grosse compagnie. «Anche le deboli leggi locali non aiutano» spiega Pratesi: «In Rdc si permette ricerca scientifica in quell’area», una fattispecie giuridica ambigua e che permetterebbe a Soco di proseguire. «Per questo chiediamo a tutte le compagnie non solo di non operare e fare ricerche nel parco ma anche di starne lontani il più possibile: dobbiamo pensare al Virunga come motore di sviluppo locale, non andiamo lì a rubare il poco rimasto. Loro non hanno gli strumenti per difendersi. Chiederemo a Eni di fare pressioni sulle altre compagnie per tracciare una strada diversa».

Negli ultimi mesi, la ribellione del gruppo M23, partita più di un anno fa da Bunagana al confine con l’Uganda, proprio vicino al quartier generale del Virunga, e giunta fino alla capitale Goma, aveva bloccato ogni attività. La controffensiva dei governativi congolesi e dei caschi blu dell’Onu ha ricacciato indietro i ribelli. La nuova fragile pace nel Nord Kivu potrebbe segnare l’inizio di una nuova battaglia per il Virunga.