2013, l’anno in cui il salotto buono ha finito i soldi

Il consolidamento europeo del settore

«Avrà anche lei sentito di un Ligresti che, convocato notte tempo in Mediobanca per firmare l’offerta per la Fondiaria, nella concitazione del momento si era presentato da Maranghi (il delfino di Enrico Cuccia, ndr) in pigiama…Era questo il sistema da smantellare. Ecco perché ritengo sia giunto il momento di impedire per legge gli incroci azionari».

Il virgolettato è di Cesare Geronzi, presidente della Fondazione Generali, a colloquio con l’ex vicedirettore del Corriere Massimo Mucchetti, ora senatore Pd (Confiteor, Feltrinelli, pag. 199). L’aneddoto risale al 2001. Dribblando l’obbligo a lanciare una costosa offerta pubblica d’acquisto e sfruttando l’atteggiamento pilatesco di Consob, Salvatore Ligresti riuscì a togliere le castagne dal fuoco a Piazzetta Cuccia acquisendo la maggioranza della compagnia assicurativa fiorentina, controllata allora dalla Montedison, a sua volta partecipata dall’istituto milanese. Il tutto sulle spalle dei piccoli azionisti, a cui nel 2012 una sentenza della Corte di Cassazione ha dato ragione. Too little, too late direbbe qualcuno con accento british.

Non che la fusione tra la galassia delle Coop rosse con Fondiaria Sai, andata in porto sotto la regia di Mediobanca e l’appoggio di Consob – stranamente critica, invece, sul fronte Telecom – abbia rispettato il mercato. Ad ammetterlo candidamente è stato Carlo Cimbri, numero uno del gruppo di via Stalingrado: «A tutti era chiaro che se c’era l’esenzione Opa l’operazione si faceva, se no l’Unipol stava a casa e non faceva niente». Non per niente il merger che a fine ottobre dà vita al secondo gruppo assicurativo italiano – una summa di debolezze patrimoniali – finisce sotto la lente della Procura di Milano e Torino. 

A metà luglio, sono proprio i magistrati del capoluogo piemontese ad arrestare l’intera famiglia Ligresti (Salvatore, le figlie Giulia e Jonella, il figlio Paolo ricercato in Svizzera, gli ex amministratori delegati di FonSai Emanuele Erbetta e Fausto Marchionni, l’ex vicepresidente Antonio Talarico) viene arrestata dalla Procura di Torino con l’ipotesi di falso in prospetto e infedeltà patrimoniale. Consulenze, cavalli, borsette, viaggi in elicottero, estati da vip al Tanka Village. È la caduta degli dei. Dall’avviso di conclusione delle indagini della Procura di Milano, dove Don Salvatore è indagato per corruzione e calunnia, emergono i buoni uffici di Giancarlo Giannini, ex numero uno del regolatore Isvap, nei confronti di FonSai in cambio di una buona parola con Berlusconi per la sua promozione all’Antitrust. Una storia italiana: dagli sms «imprudenti» del ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri, amica della compagna dell’ingegnere di Paternò, per la scarcerazione di Jonella Ligresti al figlio del ministro, Piergiorgio Peluso, paracadutato da Unicredit (azionista rilevante di Mediobanca) nella partecipata Fondiaria Sai per mettere in sicurezza la società dopo un aumento di capitale da 400 milioni. Fino alle dimissioni e il suo nuovo ruolo di direttore finanziario a Telecom.

Cambia il Paese d’origine, non il modus operandi: l’operatore iberico Telefonica, azionista con Intesa Sanpaolo, Mediobanca e Generali della holding Telco – al 22,45% dell’ex monopolista – sale al 66% della scatola di controllo sborsando 323 milioni e valorizzando i titoli Telecom 1,09 euro. Nella migliore tradizione nazionale: senza lanciare un’offerta pubblica che valorizzi le minoranze. Così, mentre nelle pieghe della legge di Stabilità langue la legge sull’Opa obbligatoria firmata da Mucchetti (Pd), nell’assemblea del 20 dicembre succede qualcosa d’inedito: Marco Fossati, principale socio privato (al 5% attraverso Findim) per un pelo non riesce a sfiduciare il management. La revoca del consiglio d’amministrazione proposta in assemblea non passa – finirà 50,3% contro 42,3% – ma il segnale è forte e chiaro: il futuro di Telecom è diventare una public company.

Sull’asse Milano-Trieste, la profezia di Geronzi sembra realizzarsi. Non certo ex lege, ma de facto. Per un motivo banale: sono finiti i soldi. Mediobanca, Pirelli, Rcs, il moloch Generali. È aprile quando, alla sua prima assemblea da amministratore delegato, l’ex Zurich Mario Greco spiega: «Vogliamo uscire nelle migliori condizioni possibili dalle partecipazioni strategiche». Detto, fatto. Sebbene la vera impasse di Greco sia nelle operazioni con le parti correlate: dalla galassia veneta che fa capo al veicolo Ferak-Effeti, in via di scioglimento – la partecipazione in Save, società che gestisce l’aeroporto di Venezia, è stata ceduta a Morgan Stanley – a quelli con la De’ Agostini di Lorenzo Pellicioli, a cui deve però la promozione, e con i fondi immobiliari di Caltagirone, altro azionista forte. Intanto, in quest’ultimo scorcio dell’anno il Leone ha azzerato il 4,8% nel gruppo della Bicocca, vendendone il 3,84% al fondo Harbor International. Anche Pirelli, che attende per fine gennaio la decisione del Tar sulla sospensiva alla decisione di Consob di alzare la socglia dell’Opa sulla holding di controllo Camfin, a fine ottobre ha sciolto il patto. Generali non ha poi sottoscritto l’aumento di capitale di Rcs, la casa editrice del Corriere della Sera che lo scorso ottobre ha sancito il liberi tutti non senza qualche difficoltà da parte del presidente Fiat John Elkann e di Giovanni Bazoli, uomo forte di Intesa Sanpaolo, che propendevano per una versione “light”.

Esattamente la strada intrapresa da Mediobanca. Se non ci si può legittimamente aspettare rivoluzioni da Piazzetta Cuccia, guidata da un amministratore delegato dalla lunga carriera interna al salotto come Alberto Nagel, la contrazione degli azionisti sindacati dal 30 al 42% del capitale può essere un inizio. A condizione che la governance si apra anch’essa al mercato e che il mercato creda al piano industriale presentato a giugno, riassumibile in “più banca, meno holding”. Certo, ci vorrà tempo per uccidere un padre ingombrante come Enrico Cuccia: a guardare i conti dell’ultimo trimestre, il margine d’intermediazione e le commissioni sono in contrazione. Consulenze e finanza strutturata, il terreno di specializzazione dell’istituto. Intanto si vende: le partecipazioni disponibili per la vendita nel piano al 2016 – il payout (percentuale di dividendi da distribuire, ndr) indicato è del 40% – sono Rcs, Telco e il 3% del Leone.

La rotta verso il mercato di Generali – il titolo ha guadagnato il 22% in un anno, in linea con il Ftse Mib per via del rischio-Italia (la compagnia ha in pancia 50 miliardi di Btp) – è un imperativo categorico per mantenere gli equilibri di Mediobanca e del suo principale azionista, Unicredit. «Gli unici piani che hanno budget si trovano nella metà inferiore dell’edificio più basso, tutto il resto sono “overhead”: legali, addetti alle risorse umane, back office», afferma un top manager a proposito dell’istituto guidato da Federico Ghizzoni, che quest’anno si è salvato grazie al traino della Polonia e dell’Est Europa, in grado di supplire alla mancanza di idee di business.

L’altro gigante paralizzato è Intesa Sanpaolo, impegnato in una battaglia di retroguardia per mantenere pesi e contrappesi della governance duale in contrasto con l’insistente moral suasion di Ignazio Visco, governatore di Bankitalia. Dopo l’avvicendamento al vertice tra Enrico Cucchiani – l’ennesimo McKinsey boy che non ha retto al confronto con gli arzilli vecchietti – e Carlo Messina, la strategia è ripartire proprio dalla sua divisione, la Banca dei Territori, focalizzata sull’Italia.

Proporsi come braccio finanziario della politica nello sviluppo del territorio non ha portato i risultati sperati al netto della crisi finanziaria, come insegna il caso Alitalia, in procinto di essere acquisita dagli emiratini di Etihad. Tuttavia, sulle “partecipazioni di sistema”, nonostante la recente uscita da Generali che chiude un capitolo lungo oltre un decennio iniziato con la coalizione antifrancese traghettata da Maranghi, il dibattito è acceso. Al chiaro messaggio lanciato dal numero uno del consiglio di gestione, Gian Maria Gros-Pietro attraverso un’intervista al Corriere della Sera in cui ha spiegato che – «Il nostro compito adesso è tornare a fare la banca chiudendo con chiarezza, nei tempi e nei modi dovuti, la stagione delle cosiddette operazioni di sistema» –, il presidente del consiglio di sorveglianza Giovanni Bazoli ha risposto piccato: «Mi rifiuto di parlare di banca di sistema: questo è un grosso equivoco, quando si intendono rapporti propri con la politica».

Il Monte dei Paschi e la Banca popolare di Milano sono altri due istituti dove la politica locale resiste a denti stretti ad un cambiamento che è già storia. In Piazza Meda Andrea Bonomi e Bankitalia si sono schiantati contro il potere dei sindacati, coagulatisi intorno alla figura dell’ex ministro Piero Giarda, già amministratore ai tempi del presidente cattolico Roberto Mazzotta, sul mantenimento della forma di società cooperativa. Nella città del Palio la Fondazione è impegnata ad evitare l’inevitabile diluizione derivante dall’aumento di capitale da tre miliardi – una volta e mezza la capitalizzazione – imposto da Bruxelles. Quasi per contrappasso, a Siena è stato applicato per la prima volta il nuovo meccanismo di risoluzione delle crisi bancarie europee, che prevede siano gli azionisti privati i primi a pagare gli errori del management.

Se a fine anno è stato raggiunto un accordo politico sull’unione bancaria, gli stress test e l’asset quality review della Bce sugli istituti comunitari, questo porterà inevitabilmente un nuovo round di fusioni ed acquisizioni. Dove l’Italia, come già successo quest’anno con Bulgari, Loro Piana e Parmalat, rischia di essere terra di conquista. È già successo, ma la risposta fu l’arrocco del sistema su sé stesso per difendere la presunta italianità. Il risultato è sotto gli occhi di tutti.

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