Portineria MilanoBotte e ricatti: nel calcio comandano sempre gli ultras

Tifo

La storia è sempre la stessa. I protagonisti pure. Il caso di Umberto Toia, 48 anni, ultrà della Juventus picchiato a sangue nel giorno della vigilia di Natale, non è che una storia di ordinaria amministrazione per le curve delle squadre di tutta Italia. È l’ennesimo caso di faida interna al mondo delle tifoserie dove negli ultimi dieci anni sono cambiate molte cose, dall’introduzione della tessera del tifoso allo scioglimento di gruppi storici, dai regolamenti insensati sulla condotta da tenere allo stadio alla formazione di curve cosiddette “unitarie” (La Curva Sud del Milan ne è un esempio, ndr) sostenute dalle dirigenze dei club. È un incrocio di interessi economici, diplomazie (spesso fallimentari) tra delinquenti, botte, ricatti, droga, quattrini e persino la lunga mano della criminalità organizzata. Sono tutti fattori che nella mente dei governi che hanno provato a cambiare il fenomeno ultras in Italia forse non sono stati calcolati. Volevano fermare i violenti e riempire gli stadi: gli spalti sono rimasti vuoti, le violenze sono rimaste. Non dappertutto certo, ma le squadre più importanti di serie A rimangono avamposti per chi ha fatto del tifo un vero e proprio mestiere per campare.  

Lo schema è il medesimo. Il capo di un gruppo di tifosi viene malmenato dai rivali interni alla stessa curva. C’è chi ha deciso di alzare la testa, c’è chi vuole prendersi il potere di comandare, l’esclusiva di organizzare le trasferte, la gestione dei biglietti, il merchandising, i rapporti con la società e la vicinanza ai giocatori. Così scatta l’agguato. La Digos di Torino ha appena incominciato le indagini. E’ presto per tirare le somme. Ma Toia non è un tifoso qualunque. In curva ci va da trent’anni, lo conoscono tutti con il suo bar Black&White. Per lui il tifo è stato un lavoro coronato da un giro di campo con in mano la Supercoppa italiana lo scorso 18 agosto. Pensare che nel 1986 lo arrestarono a Firenze quando aveva 21 anni per scontri contro i viola: erano passati pochi mesi dalla tragedia dell’Heysel, Liverpool-Juventus, 39 morti e una Coppa dei Campioni. Dalla galera alla coppa, insomma, il passo è breve. 

Nel panorama calcistico italiano non si può non notare che i casi di violenza degli ultimi anni siano capitati soprattutto sull’asse Torino-Milano. Juve e Milan, le squadre più gallonate, le più ricche, dei Berlusconi e degli Agnelli. Nel novembre del 2005 nella curva rossonera fecero fuori la Fossa di Leoni, storico gruppo ultras di sinistra, tra i più vecchi d’Italia, mai accondiscendente nei confronti della dirigenza di Adriano Galliani. Il casus belli fu (guarda caso) proprio uno screzio con Vikings bianconeri, tra striscioni rubati, Digos, un famigerato regolamento ultras da rispettare e minacce nel quartiere di Ponte Lambro. La storia l’hanno capita pure i muri del bar della nord di San Siro: Commados Tigre e Brigate Rossonere si presero la curva lasciando una lunga scia di sangue e proteste.

Sugli spalti del Meazza, nel 2006, arrivarono strani personaggi, tra cui Giancarlo “Sandokan” Lombardi, uno che a Milano, dalle parti di piazzale Cuoco viene ricordato ancora quando andava in giro in Ferrari 360 Modena vestito con un pigiama. «Voglio distinguermi» diceva. E lo fece. Oltre a prendersi la curva del Milan si ritagliò pure una parte da attore non protagonista nel film L’Ultimo Ultras. Poi i magistrati lo incastrarono per riciclaggio di denaro sporco, nel solito vortice di locali e ‘Ndrangheta che hanno reso il capoluogo lombardo capitale del crimine. Eppure i suoi amici sono ancora lì, in curva. Anzi vengono intervistati dai giornalisti come tifosi “numero 1”. Spiegano le strategie del tifo. Stringono accordi con tifoserie avversarie o quando accendere i fumogeni per far pagare multe alle società. Decidono le contestazioni, come l’ultima contro la dirigenza nel pieno dello scontro tra Barbara Berlusconi e Adriano Galliani ai vertici del Milan. Ancora adesso in curva si domandano perché quella contestazione sia avvenuta proprio in quei giorni e non prima. Che fosse un messaggio per la figlia del presidente? 

Al secondo anello blu c’è poi ancora lo storico “Barone” Giancarlo Capelli, uno per cui la curva è un lavoro, che bazzica corso Garibaldi, zona di veline e calciatori e che ha viaggiato in aereo con il Milan durante le ultime finali di Champions League, sempre lì a stringere mani a calciatori e dirigenti. E c’è pure Luca Lucci, uno dei luogotenenti di Lombardi che fu colpito da diffida nel 2009. Lucci è una vecchia conoscenza della Digos e dei magistrati di Milano, amico di un narcotrafficante di nome Daniele Cataldo accusato di aver ucciso l’avvocato Maria Spinella: Lucci gli avrebbe fornito l’auto per farla fuori. Non solo. Lucci sfondò un occhio pure a un tifoso dell’Inter. Ebbene questo gigante rasato che gira con coltelli lunghi 25 cm in macchina ora è tornato allo stadio. Lo scorso novembre gli hanno pure dedicato uno striscione. “Grande uomo, amico vero: bentornato Luca, nostro condottiero!”. E lui concede interviste come responsabile della Curva Sud, decide quando non tifare o protestare contro la Figci o il club

Non solo Milano o Torino. A Genova nel 2012 gli ultras rossoblu costrinsero i giocatori a levarsi le magliette e a interrompere la partita contro il Siena: 100 persone a dettare legge. A Napoli la storia è la stessa. Anche qui un gruppetto di tifosi tiene in scacco il tifo e la società. Aurelio De Laurentis, il presidente, ne dice peste e corna, ma deve scenderci in qualche modo a patti. E qualche settimana fa Salvatore Russomagno, pentito di camorra, ha raccontato che gli scippi e i furti degli ultimi anni ai danni dei giocatori del Napoli, tra Rolex e scassi in appartamento, sarebbero stati orchestrati proprio da gruppi di ultras, spalleggiati dalla camorra: obiettivo sarebbe stato quello di punire i calciatori poco inclini a sostenere le manifestazioni organizzate dai tifosi. A Roma il discorso è diverso. Qui i gruppi storici sono scomparsi. E William Betti detto “Spadino”, uno che poteva parlare con il capitano Francesco Totti pure negli spogliatoi di Trigoria è stato cacciato: anche lui, per la cronaca, alzò una Coppa Italia durante un giro di campo con i giocatori. Proprio come Toia… 

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