Bpm e la sottile linea Giarda

Piazza Meda cambia i vertici

Piazza Meda si affida all’usato sicuro. Piero Giarda, l’ex ministro dei Rapporti con il Parlamento, è il nuovo presidente del consiglio di sorveglianza della Banca popolare di Milano, istituto di cui è stato consigliere fino al 2006, sotto la guida – rimpianta ancora da molti – di Roberto Mazzotta. Tutto come previsto, nella sonnacchiosa assise andata in scena alla Fiera di Rho (MI): la lista capitanata dal professore della Cattolica di Milano ha ottenuto 3.961 voti su 5.705, grazie ad un ampio consenso che va dalle sigle sindacali nazionali, Uilca in primis, all’Associazione dei pensionati capitanata da Elio Canovi. Gli unici, i pensionati di Piazza Meda, a poter ancora portare 5 deleghe di voto a testa.

Su 19 membri del nuovo consiglio di sorveglianza, 11 provengono dunque dalla lista Giarda (Mauro Paoloni, Marcello Priori, Alberto Balestreri, Andrea Boitani, Angelo Busani, Donata Gottardi, Alberto Montanari, Giampietro Giuseppe Omati, Bruno Siracusano, Lucia Vitali), 4 da quella di Piero Lonardi (che ha ottenuto 1.569 preferenze, ed entra in cds con Ezio Simonelli, Roberto Fusilli e Flavia Minutillo) due (Luca Raffaello Perfetti e Cesare Piovene Porto Godi) spettano ad Andrea Bonomi e infine Carlo Frascarolo e Jean-Jacques Tamburini rispettivamente per Fondazione cassa di risparmio di Alessandria e Crédit Mutuel. Come previsto – essendo l’unico organismo collettivo d’investimento a presentare candidature – Investindustrial si è aggiudicata le poltrone riservate per Statuto ai fondi. Una posizione importante, quella di Bonomi, in quanto dovrà esprimere gradimento vincolante sui membri del consiglio di gestione. Allungata invece a fine luglio la finestra per l’aumento di capitale da 500 milioni atto a rimborsare i Tremonti Bond, subordinata al nuovo piano industriale. La roadmap prevede una prima riunione o il 24 o il 30 dicembre, per poi nominare il consiglio di gestione «entro il 12 gennaio», ha detto Giarda in conferenza stampa.

Si riparte dunque dall’irrinunciabilità del voto capitario. Un muro invalicabile sul quale Andrea Bonomi si è schiantato così come la Banca d’Italia, che sembra non aver gradito le esternazioni al Corriere della meteora Lamberto Dini, sponsorizzato dal secondo azionista dell’istituto, Raffaele Mincione poi ritiratosi dalla partita. Troppo forti le resistenze interne alla riforma della governance, così come il tempo perso nell’impasse che si è andata creando in questi mesi. La nomina di Giarda segna l’epilogo di un anno difficile. Dalle dimissioni di Filippo Annunziata, ex numero uno del Consiglio di sorveglianza, lo scorso aprile per via delle insanabili spaccature all’interno del board alla rinuncia, da parte di Bonomi, di presentare un ordine del giorno recante la trasformazione della banca in Spa ibrida all’assemblea di giugno. L’uscita in direzione Carige del risanatore Piero Montani, il declassamento dell’istituto da parte di Standard & Poor’s e la convocazione di una nuova assemblea per ridefinire pesi e contrappesi hanno caratterizzato gli ultimi mesi. Fino all’ultimo scandalo: le spese – anticipate da Linkiesta – di Bonomi a servizio del progetto Ovidio finite nel mirino di un audit interno all’istituto. 

Fortunatamente, dal lato del business qualche germe di miglioramento si è intravisto: l’istituto ha chiuso i nove mesi tornando all’utile per un centinaio di milioni e migliorando il rapporto tra costi e margine d’intermediazione in virtù della riduzione dell’organico. Rimane sotto osservazione il Core Tier One, l’indice di patrimonializzazione calcolato suddividendo i mezzi propri per gli attivi ponderati per il rischio, fermo al 7,25% nell’arco di nove mesi per via degli add-ons, i 7,3 miliardi di ulteriori requisiti di capitale richiesti nel 2011 da Bankitalia, ovvero l’1,7% in più di Core Tier One.

Con l’aumento di capitale da 500 milioni l’asticella si alzerebbe a quota 10,32%, ma per farlo ci sarà tempo, come stabilito dall’assemblea, fino a fine luglio. «Considero gli add-ons come un’accisa, un’imposta temporanea come la tassa per l’Europa del ’97, che ci ha consentito l’ingresso nell’area euro, prima mi tolgono questa tassa più contento loro ma la valutazione spetta a loro», ha specificato Giarda. «Questa banca deve diventare un’impresa», ha detto Jean Jacques Tamburini, rappresentante del Crédit Mutuel, azionista di minoranza di Piazza Meda. Si vedrà se il professore della Lomellina riuscirà a renderla tale.