C’era una volta la World Trade Organization

Il forum di Bali passato sotto silenzio

È passato un secolo, nella forma e nella sostanza. Correva l’anno 1999, ma sembra preistoria. Il popolo no-global che scende in piazza a Seattle, la città ribelle, culla del grunge, sede della terza conferenza ministeriale della Wto, l’Organizzazione mondiale del commercio. Economisti col premio Nobel sul comodino, come Joseph Stiglitz, che prendono di mira il Washington Consensus, il bagaglio di politica economica che gli Stati Uniti, vinta la guerra fredda, portano un po’ ovunque: aggiustamento della spesa pubblica, disciplina fiscale, deregulation, privatizzazioni, barriere commerciali che cadono in nome dell’apertura dei mercati. Un modello esportato, secondo i critici, attraverso le istituzioni economiche multilaterali, come la Wto e la Banca Mondiale, in cui l’Occidente, da primo contribuente, detta legge.

Dopo Seattle, è arrivata Doha, e già in Qatar la bandiera no global non sventolava più. C’era stato l’undici settembre, e soprattutto c’era stato il G8 di Genova, quello della “polizia cilena» – copyright Massimo D’Alema – con i suoi strascichi mai sopiti. Il diavolo non era più così cattivo, o meglio, agli occhi dei no global, all’orizzonte c’erano altri diavoli da combattere, come la guerra al terrorismo di George W. Bush e della sua coalizione dei volenterosi.

I critici hanno ammainato le bandiere, ma il Wto non per questo è entrato in letargo. Ha portato i suoi membri a 159, responsabili per il 97 per cento del commercio internazionale  L’ingresso della Cina nell’organizzazione, nel 2001, ha cambiato per molti aspetti la vita quotidiana di consumatori e lavoratori occidentali, tanto da rappresentare ancora oggi il bersaglio polemico di chi, a destra come a sinistra, chiede più protezione economica. I negoziati per un’ulteriore liberalizzazione degli scambi, più noti come Doha Round, sono proseguiti in altre sedi, con cadenza biennale: Cancun, Hong Kong, Ginevra. Perché la Wto è anzitutto un forum in cui i Paesi discutono come regolare i mercati globali.

Oggi la voce di questo forum è sempre meno forte. La nona conferenza dell’organizzazione, questa settimana, a Bali, è passata sotto silenzio mediatico (o quasi)Alla fine è stato raggiunto un accordo, in particolare sulla semplificazione delle procedure burocratiche alle frontiere, che spesso rappresentano un ostacolo maggiore delle barriere tariffarie. Se effettivamente messe in pratica, queste misure porterebbero ad un aumento considerevole del Pil mondiale  La Camera Internazionale del Commercio parla della creazione di 21 milioni di posti di lavoro, l’americano Peterson Institute addirittura di 34.

Tuttavia, si tratta di un accordo al ribasso – tanto da essere stato ribattezzato Doha Light – e soprattutto, rispetto al 2001, il mondo ha cambiato i suoi connotati. La crisi innescata dall’effetto Lehman, quella dei debiti sovrani, i timori su un’implosione dell’euro, hanno reso improvvisamente vecchio il mondo uscito dalla guerra fredda. È nato il G20, per dare spazio anche alle potenze emergenti, ma nessuna istituzione multilaterale sembra in grado di dare al globo una governance adeguata alle sfide che deve affrontare. Il politologo americano Ian Bremmer ha coniato l’espressione G-Zero: né gli Stati Uniti, né la Cina riescono a dare ordine al caos. L’ex direttore di Foreign Policy, Moisés Naím, ha recentemente dato alle stampe un volume di successo. Titolo, La fine del potere.

sostenitori del Wto continuano ad argomentare che mercati più aperti stimolano la crescita, favoriscono la produttività, abbassano i prezzi, tutelano i consumatori. I critici puntano il dito contro l’affievolirsi della sovranità statale, il debole peso di alcune questioni – prima fra tutti, quella ambientale – le difficoltà incontrate dalle manifatture dei Paesi in via di sviluppo nella competizione con l’Occidente. Nel mirino ci sono soprattutto i sussidi versati da Stati Uniti ed Europa ai propri agricoltori, che, secondo l’Ocse, ammontano ogni anno a 300 miliardi di dollari. Per essere più chiari, una mucca europea riceve in media un sostegno quotidiano di due dollari e venti centesimi, una cifra superiore al salario medio del 20 per cento della popolazione mondiale.

Anche se l’organizzazione ha rispecchiato i cambiamenti avvenuti negli ultimi anni – il direttore è oggi un brasiliano, Roberto Azevedo – oggi è lo stesso concetto di liberalizzazione degli scambi e di apertura dei mercati ad essere messo in discussione, a livello governativo. La crisi del 2008 ha avviato una reazione protezionistica, uguale e contraria al progressivo abbattimento delle barriere dei due decenni precedenti. Parafrasando Woody Allen, il Wto è in crisi (anche se non è del tutto morto), e anche la globalizzazione non si sente tanto bene.

The Gated Globe, titolava qualche mese fa l’Economist. I governi hanno disseminato lucchetti alle frontiere, limitando gli scambi. L’aumento del commercio internazionale, la cui percentuale sul Pil mondiale è cresciuta senza sosta dal 1986 al 2008, si è arrestato. I flussi di capitale, 11.000 miliardi di dollari nel 2007, si sono ridotti a un terzo. Gli investimenti stranieri sono calati rispetto al picco dello stesso 2007, l’anno in cui il mondo cominciò a familiarizzare con un concetto che sarebbe diventato tristemente noto, i mutui subprime.

Come scrive il settimanale britannico, in parte si tratta di un fenomeno ciclico, dettato dagli spiriti animali del capitalismo, ma per molti aspetti è il frutto deliberato di precise politiche economiche. E questo avviene non solo nell’Occidente fulcro della crisi, dove le imprese reclamano l’intervento dello Stato e la classe dirigente fa spesso appello a misure protezioniste (per fare un esempio, la Ue ha imposto alti dazi sui pannelli solari cinesi). L’India ha dettato regole stringenti sulle acquisizioni di materiale informatico dall’estero. Il Brasile ha imposto al colosso energetico statale Petrobras di comperare buona parte dei propri equipaggiamenti da aziende locali. La Corea del Sud ha limitato i prestiti bancari in valuta straniera.

Certo, i modelli proposti non sono uniformi. Per un Obama che innalza la bandiera di una globalizzazione più ampia, ma più equa, in cui l’abbattimento delle barriere vada di pari passo con l’allineamento degli standard ambientali e sociali, ci sono Cina, Russia e, in parte, Brasile, che sostengono con fierezza la superiorità del capitalismo di Stato.

Al momento, comunque, si preferisce puntare su accordi commerciali bilaterali o regionali. Lo stesso Obama si è speso molto in questo senso. Gli Stati Uniti intendono chiudere il prima possibile due negoziati. Da una parte la Trans-Pacific Partnership (TPP), con Australia, Brunei, Canada, Cile, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore, Giappone e Vietnam, un blocco che rappresenta un terzo degli scambi mondiali. Dall’altra la Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP), con l’Unione Europea. La Russia, dal canto suo, ha promosso un’integrazione economica con Bielorussia e Kazakistan, nella prospettiva di un’unione eurasiatica che riconduca nell’alveo della casa madre buona parte delle repubbliche ex sovietiche. Putin strizza l’occhio anche ai partner asiatici, offrendo trattati di libero scambio con Cina, India, Australia, Corea del Sud, Giappone e Nuova Zelanda.

Il rischio è quello di abbandonare del tutto il piano globale per inseguire quello regionale, creando una dicotomia tra insider e outsider, tra chi stringe accordi e chi ne resta escluso. La globalizzazione è un processo lacunoso, ma ha consentito a centinaia di milioni di persone, negli ultimi decenni, di uscire dallo stadio di povertà. E questa corsa alla conquista dei mercati altrui, in parallelo alla chiusura dei propri, non promette nulla di buono