Google e Apple, la lotta è un dramma shakespeariano

I rapporti dall’era Jobs alle maxi-cause

L’ultimo episodio è di poche ore fa, con l’annuncio di un nuovo scenario di guerra tra i due colossi della comunicazione web, questa volta spostato sul fronte della telefonia applicata alle automobili. Ma dietro c’è molto di più. A seconda di come la guardi sembra una tragedia scespiriana. “La battaglia tra i Titani” di Google e Apple, di cui abbiamo già raccontato gli aspetti tecnico-commerciali e la genesi, partendo da un bel libro di Fred Volgestein pubblicato da poco in Italia, è anche stata anche un grande confronto tra maschere, carismi, personaggi che pare scritta da un romanziere ottocentesco

Quando inizia la guerra degli smartphones (e anche questo sembra già un elemento di sceneggiatura costruito a tavolino) i futuri acerrimi nemici sono ancora legati da profondi vincoli di amicizia. Da un lato c’è lo Steve Jobs degli ultimi anni, appassionato e crepuscolare, impegnato nella lotta disperata contro il cancro: la sua ultima sfida con la morte, dispotico e ieratico, già intento a scolpire quel monumento a se stesso che sarà la biografia ufficiale (destinata a venire pubblicata postuma) di Waler Isaacson. Jobs lavora indefessamente ai suoi progetti sfiorando l’auto-martirio, soffre al punto che durante certe riunioni i dirigenti della Apple lo vedono stringere le gambe al petto nel tentativo di contenere il dolore, viene ricoverato per un trapianto al fegato in una clinica dove nel pieno del suo delirio megalomane arriva persino a rifiutare una sonda perché non gli piace il suo design. E poi ci sono loro, Brin & Page:  i ragazzacci miliardari che malgrado la fortuna di Google continuano a pensarsi come degli eterni Peter Pan. Se ne vanno alla presentazione di Android in rollerblade, coltivano il progetto del loro sistema operativo con geniale noncuranza ma proteggendolo anche con livelli di sicurezza da servizio segreto. Apple e Google vivono la vigilia delle sfida come due famiglie gemellate che coltivano contemporaneamente un affetto privilegiato e un segreto terribile: le voci e le indiscrezioni sul tradimento si rincorrono senza che, proprio per questo possa essere creduto.

Per quanto possa sembrare strano Jobs è spietato con tutti tranne che con quei due enfants prodiges. Mentre anche Brin e Page non hanno rispetto per nessun altro tranne che per lui: lo considerano l’unico grande e vero maestro in un mondo che gli sembra troppo piccolo per loro, il loro precursore, l’unico da cui imparare qualcosa. 

È lo scenario di un grandissimo dramma umano che esplode al rallentatore, come la cronaca di una morte annunciata, ma che proprio per questo motivo, quando alla fine precipita, deflagra con enorme violenza. Un giorno alla Apple qualcuno in una riunione sussurra a Jobs: «Guarda che a Google stanno progettando un telefonino!». E lui, incredulo: «Non è vero: farò una passeggiata con i ragazzi e chiarirò tutto». Già, le passeggiate: le fanno nei viali del giardino incantato di Cupertino, con la sacralità con cui ci si dedica ad un rito, il vecchio maestro circondato dai due apostoli: parlano di cose grandi e piccole, si trasmettono insegnamenti, intuizioni e certezze: «Steve, lo sai, noi non siamo interessati all’hardware». Apple vende dispositivi, Google vende algoritmi, perché mai la grande amicizia dovrebbe essere messa a repentaglio dalla concorrenza?

Eppure questa dichiarazione non è del tutto vera. Google sta studiando in gran segreto, con una squadra che addirittura lavora con una strategia aziendale coperta, un nuovo telefonino. Il capo di questa squadra, Chris De Salvo, ha una reazione quasi disperata alla notizia della presentazione dell’Iphone: «Da consumatore restai a bocca aperta. Ne volevo uno subito: da ingegnere capo di Google pensai… ci tocca ripartire a zero». Ma quando le carte si girano e ogni protezione viene meno, allora il dissidio umano e la battaglia tra aziende si dispiegano, e nulla viene risparmiato. È uno Jobs già in fase terminale, quello che detta la linea della guerra legale senza quartiere, come se fosse una disposizione testamentaria: «Questa gente  mi sta mentendo ma io ne ho abbastanza». Il guru di Apple se la prende anche con lo slogan principe dell’azienda di Brin e Page, il manifesto del web-buonismo: «Mi sono stufato: questa storia del “don’t be evil” è una stronzata!». Quanto a Jerry Rubin, l’amministratore della società di Mountain Wiew, Jobs lo considera il vero corruttore dei due giovani ex allievi, il vero ispiratore dell’Android: «Quello è un grosso stronzo arrogante».

In quelle ore concitate, Eric Schmidt, l’uomo della Google che è nel consiglio di Apple, viene cacciato come si fa, rendendo plateali le cose con un gesto premonitore, con gli ambasciatori alla vigilia di una guerra. Il conflitto alla fine deflagra, per un casus belli apparentemente irrilevante, il rifiuto da parte di Apple di introdurre una applicazione nel sistema dell’Iphone: Cupertino dice no a Google voice, e non c’è  più nulla da fare. Apple decide di spendere 400 milioni di dollari in questa guerra legale, per la contesa sul plagio dell’IPhone contro la Samsung, il più fedele partner di Google che ha sposato con successo Android. Il giorno in cui il primo capitolo di questa guerrra si chiude con a prima condanna di Samsung il discorso dell’erede di Jobs, Tim Cook, pare il proclama della vittoria al termine di una lunga guerra ideologica. Merita di essere trascritto, perché sembra un il discorso astuto di un leader politico, piuttosto che quello di un amministratore di impresa: «Oggi è un giorno molto importante per Apple e per gli innovatori di tutto il mondo. Abbiamo scelto l’azione legale – spiega Cook, apparentemente ai suoi dipendenti, ma in realtà all’opinione pubblica di un intero pianeta – con molta riluttanza e solo dopo aver ripetutamente chiesto a Samsung di smettere di copiare il nostro lavoro. Per noi, al centro di questa causa, c’è sempre stato qualcosa di molto più importante dei brevetti o dei soldi: i valori». Il finale del proclama è quasi un dogma di fede: «Oggi hanno vinto i valori e spero che il mondo se ne sia accorto».

Il drammone si è compiuto con un cambio di scenario. L’intreccio delle relazioni tra maestro e discepoli è svanito per lasciare il posto a una guerra tra bene e male, iniziata nel 2010 in corso ancora oggi. Jobs è morto lasciando la fiaccola ai suoi eredi. Lultimo capitolo è storia di queste ore, quelle in cui il gruppo di Montain Wiew annuncia un accordo pilota con Audi per sviluppare il software per automobili, di nuovo in concorrenza con Apple. Anche stavolta ci saranno una corsa spasmodica per arrivare primi e reciproche accuse di plagio. Il fatto che non ci saranno morti, ovviamente, non significa che non ci saranno vittime