I timori europei per la rabbia degli italiani

Tra forconi e populismo

Di qualunque colore siano, si tratta di manifestazioni che preoccupano. E i soggetti sono due su tutti: Commissione europea e banche internazionali. L’eco di ciò che sta succedendo in Italia arriva oltre confine e lo fa in modo significativo. La collera è elevata e, in ottica delle elezioni europee previste per il maggio 2014, potrebbe salire oltre i livelli di vigilanza. Un elemento che potrebbe destabilizzare sia il governo italiano sia il voto europeo.

«Come evidenziato diversi mesi fa, il rischio di un’esasperazione delle tensioni sociali si è materializzato». Così ritiene Deutsche Bank in un report sull’Italia. Dopo un autunno iniziato senza particolari problemi, ora la misura è colma. E la rabbia si è trasferita dal web alle strade. Nel novembre 2012, poco prima del “No Monti Day” e della “Euroribellione”, la banca tedesca aveva analizzato la situazione italiana, notando come, a differenza degli altri Paesi dell’eurozona periferica, in Italia le dinamiche della rabbia erano più oscure, più opache. L’uso del web, e soprattutto dei social media, ha creato un sottobosco fatto di complottismo, teorie strampalate e risposte raffazzonate ai problemi economici dell’Italia. Il tutto amplificato dal lessico inadeguato del governo, che secondo Deutsche Bank ha fallito nell’intento di raccontare la crisi agli italiani. E agli occhi della banca tedesca era evidente che prima o poi questa collera nata in modo carbonaro arrivasse sulle strade. E così è stato. 

Analoga è la visione di UBS. In un report di fine 2011, la banca elvetica aveva profetizzato lo scenario odierno, fatto di insoddisfazione, intolleranza e collera sociale. Più aumenta la disoccupazione, più aumentano le tasse, più cresce il divario tra la politica e i cittadini, più l’ira trova sfoghi. Che siano scoordinati o meno, poco importa. Lo scenario italiano è questo. E le cose, secondo UBS, possono solo peggiorare. Due i motivi. Da un lato l’aumento del tasso di disoccupazione. Dall’altro una narrativa della crisi completamente errata da parte delle istituzioni, che lascia spazio alle derive populiste utilizzate da Movimento 5 Stelle prima, Forza Italia e Lega Nord dopo. Derive che non potranno che crescere in vista delle elezioni europee del prossimo anno.

Parlando con i funzionari della Commissione, si avverte che l’attenzione su cosa sta accadendo in Italia è in incremento. Sono tre i fronti che preoccupano maggiormente Bruxelles. Il primo riguarda i nostri cugini d’oltralpe, la Francia. L’ascesa, nella popolarità e nei sondaggi, di Marine Le Pen e del suo partito nazionalista fanno paura sia per i toni utilizzati sia per le idee proposte, il contrario della svolta europeista e unitaria che Bruxelles sta cercando di portare avanti. Il secondo versante è quello spagnolo, con le spinte scissioniste della Catalunia di Arturo Mas. La Spagna ha però registrato dopo gli indignados, una riduzione delle tensioni interne. Infine, il fronte più oscuro da decifrare, quello dell’Italia. Anche durante i giorni neri dello spread, nelle strade la rabbia non ha mai raggiunto i livelli toccati in Grecia, per esempio. Ma ora il vento è cambiato. Un esempio? Il neo segretario della Lega Nord, Matteo Salvini, che lavora su tre linee: ammiccamento a Le Pen, cavalcamento delle proteste di questi giorni e voglia di un referendum sull’euro. Tutti elementi che, seppur in modo più moderato, saranno anche ripresi da Forza Italia. 

«Sono fenomeni che devono ancora essere decifrati, ma è chiaro che non devo e non possono essere sottovalutati». Così commenta a Linkiesta un funzionario della Commissione Ue. C’è «preoccupazione», ma non «allerta». Insomma, l’intenzione è quella di capire quali siano le motivazioni della protesta, che per ora ha tanti, forse troppi, padroni e nuovi ne avrà per ogni giorno in cui andrà avanti. «È chiaro che queste manifestazioni, soprattutto spontanee, sono il segnale di un disagio diffuso nella popolazione», spiega il funzionario. Un disagio non organizzato che però potrebbe minare alla base la solidità del governo di Enrico Letta, nel caso aumentassero. «Tutti ricordiamo bene cosa è accaduto in Grecia, dove ben più di un governo è stato messo in difficoltà dalle proteste di piazza», continua.

Quello che colpisce, e questo è un concetto che viene rimarcato più di una volta, è il carattere spontaneo delle manifestazioni. Imprenditori, commercianti, partite IVA, dipendenti di società private, cittadini comuni. Sono queste le persone, la maggioranza, che si lamenta per l’attuale situazione. Diverse le ragioni. Dal troppo ottimismo delle istituzioni, che continuano a ripetere come un mantra che la recessione è finita, alla poca incisività al supporto delle Piccole e medie imprese, il nucleo dell’economia italiana. E poi c’è un aspetto, ricordato da diverse voci all’interno della Commissione europea. «È plausibile che pesi la scarsa lungimiranza del governo, che dovrebbe guardare al lungo periodo e spiegarlo ai cittadini», dice un altro funzionario. Vale a dire riforme strutturali, comprese quelle più impopolari.

Se su tanti aspetti ci sono incertezze, su uno c’è certezza. Quello che l’Italia deve attendersi nei prossimi mesi è un peggioramento. Il terreno ideale per le proteste, anche violente, c’è. La recessione lascerà spazio a una stagnazione della quale non si conosce ancora la durata. Il clima di sfiducia di imprenditori e cittadini continua a essere elevato. C’è fame di risposte e queste non arrivano. Per la politica italiana potrebbe essere realmente l’ultima chiamata. Poi, sarà la collera a prendere il posto.

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