Il Palazzo si ferma, tutto rimandato a dopo le primarie

Vengo dopo il Pd

Le primarie del Partito democratico non sono mai state così al centro dell’agenda politica italiana. Probabilmente i primi ad esserne sorpresi sono gli stessi dirigenti del Nazareno. In attesa dell’elezione del nuovo segretario democrat, il Palazzo si è fermato. Ogni decisione è stata posticipata alla prossima settimana. Ferma la verifica parlamentare del governo, rimandata a dopo l’8 dicembre. Fermo anche l’iter della legge elettorale, rinviato alla stessa data.

Si resta così, in attesa del successore di Guglielmo Epifani. L’elezione del leader Pd è diventata lo spartiacque della legislatura. Per quanto riguarda la riforma del Porcellum, i motivi sono fin troppo evidenti. Data l’ormai evidente incapacità di trovare un’intesa sul nuovo sistema di voto, chi si prende la responsabilità di forzare la mano? Meglio aspettare la nomina del nuovo segretario democrat. Sarà lui a prendersi la responsabilità. Le conseguenze dell’ennesimo ritardo sono ormai al limite del ridicolo. Oggi la commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama ha rinviato la seduta sulla legge elettorale per la terza volta in poche settimane. Dopo aver approvato la procedura d’emergenza per accelerare la riforma, il Senato alza di fatto bandiera bianca. 

Quindici giorni fa era stato il Pd a chiedere “una pausa di riflessione”, dopo che la commissione aveva bocciato il progetto del doppio turno di coalizione. Pochi giorni fa a chiedere un ulteriore posticipo è stato il Nuovo centrodestra. Oggi l’ultimo rinvio. In assenza di un’intesa all’interno della maggioranza, il presidente Anna Finocchiaro ha cancellato la convocazione e rimandato tutto alla prossima settimana. 

La scelta non ha sollevato neppure troppe polemiche. Del resto sono almeno cinque anni che il Parlamento prova invano a riformare il Porcellum. Eppure stavolta le conseguenze potrebbero essere sostanziali. Matteo Renzi, probabile vincitore delle primarie democrat, chiede da tempo di trasferire l’iter del provvedimento dal Senato alla Camera. A questo punto è probabile che dalla prossima settimana l’onere della riforma torni a Montecitorio. Ennesima puntata di un rimpallo istituzionale sempre più imbarazzante.

Sempre dopo il congresso Pd, il premier andrà in Parlamento per chiedere una nuova fiducia. Il presidente del Consiglio l’aveva anticipato qualche giorno fa, poco dopo la scelta di Forza Italia di passare all’opposizione. Oggi il presidente della Repubblica ha confermato l’appuntamento. Dopo un lungo colloquio al Quirinale, Giorgio Napolitano ha invitato Enrico Letta a «concordare con i presidenti della Camere tempi e modalità del dibattito, che potrà svolgersi già durante la prossima settimana». Subito dopo le primarie democrat. Ovviamente la decisione concordata dal Colle e Palazzo Chigi servirà con tutta evidenza a mettere al riparo l’esecutivo. 

Calendario alla mano, è un piccolo capolavoro di strategia. Una volta in Parlamento – il voto dovrebbe avvenire mercoledì 11 dicembre – il presidente Letta presenterà un dettagliato programma di governo. Una road map che proseguirà almeno fino alla fine del prossimo anno. Se Matteo Renzi accetterà di sottoscrivere l’impegno votando la fiducia, non potrà più minacciare l’esecutivo. Del resto dopo aver approvato in prima persona il programma di Letta, come potrebbe strappare? A quel punto all’esecutivo sarà sufficiente resistere fino a primi mesi del 2014. Passato febbraio, l’imminente avvio del semestre di presidenza italiana in Europa garantirà il proseguimento della legislatura fino al 2015.