Il Sud è niente se i suoi giovani non si ribellano

Un film sulla criminalità e non solo

Nella bellezza violenta e sibillina dello Stretto di Messina – più che uno sfondo, un autentico personaggio della storia – c’è la chiave di Il Sud è niente, esordio nel lungometraggio del giovane Fabio Mollo. Perché dentro quel mare abita il mistero muto e ingombrante che attraversa il film, un mistero di nome Pietro: era un ragazzo, era il fratello della diciassettenne Grazia (la debuttante Miriam Karlkvist) che lo cerca dappertutto, era il figlio di Cristiano (Vinicio Marchioni) che sa di non poterlo ritrovare da nessuna parte perché è morto sparato. Eppur nel respiro interminabile e agitato di quel mare che bagna il borgo calabrese dove la storia è ambientata, il ricordo di Pietro non smette di ritornare, di farsi corpo onirico che non chiama vendetta ma certo non scioglie l’amarezza di cui il film è tutto imbevuto: la criminalità, che si è presa Pietro, vuole ora anche la casa e la bottega del padre.

Pur parlando di una famiglia vittima della sopraffazione mafiosa, Il Sud è niente non è un film sui mali meridionali, o non solo: l’inquietudine della ragazza, schiacciata da un sistema che la rende soccombente in un destino forse meno sanguinario ma non meno disperato di quello del fratello, matura giustamente in un impeto di rivolta, ed è qualcosa che appartiene a tutta la sua generazione; così come un fallimento come quello paterno rimanda a quelli che ovunque vediamo raccontati dalla cronaca, anche per altre responsabilità: un’eredità di frustrazioni e rovine che rischiano di piombare il volo dei figli.

Il Sud è niente nell’uso del racconto criminale, seppur qui in chiave minimalista, fa un’operazione che lo apparenta a un altro film della stagione, più potente e ambizioso sul piano stilistico, Salvo di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza. Dove una storia di mafia è origine di una riflessione sulla salvezza (già il titolo lo anticipa, sebbene sia il nome del killer protagonista): Pietro del “Sud” è il fantasma di una casa calabrese, il senso di colpa di una famiglia (e in ognuna ce n’è uno), Salvo è invece il paradossale angelo di un miracolo, che non uccide la sua vittima cieca ma le dona la vista. Il crimine è un pretesto per sviluppare un viaggio esistenziale nelle coscienze dei personaggi.

I due film si avvicinano inoltre anche per questioni riguardanti più materialmente lo stato del cinema italiano. Intanto sono due esordi, che fioriscono dopo una serie di rifiuti e difficoltà produttive lunghe cinque anni (per entrambi). Il Sud è niente, pensato in Italia, scritto in Italia da Mollo con Josella Porto, non sarebbe mai stato realizzato se non fossero intervenuti due produttori francesi, Jean Denis Le Dinahet e Sebastien Msika: sforzi ben ripagati, vista la partecipazione ai festival di Toronto, Roma e Torino, l’approdo in una ventina di sale nazionali e il giro prossimo in manifestazioni estere.

La vicenda di Salvo è ancora più straniante ed emblematica della demenza dell’attuale sistema italiano: prodotto tra moltissimi ostacoli da Massimo Cristaldi e Fabrizio Mosca, nessun distributore lo vuole. Arriva l’invito a Cannes, dove partecipa alla Semaine de la Critique. Niente da fare, c’è chi rifiuta anche solo di vederlo. Deve vincere non uno ma due premi nel maggiore festival del mondo (il vero miracolo di Salvo!) perché dall’Italia qualcuno (la Good Films) finalmente si svegli: solo che siamo in maggio, e i tempi tecnici per la distribuzione fanno cadere il film nello stagno dell’estate, sicché è quasi invisibile.

Due esempi di come l’Italia sia matrigna verso i suoi talenti (e quanti ce ne sono) che quando non scoraggiati e costretti a emigrare, devono sobbarcarsi difficoltà ai limiti dell’umiliazione per centrare l’obiettivo, inseguito per anni. Succede per fortuna che all’estero notano il lavoro, ovviamente prima di noi che nemmeno ce ne accorgiamo e, a ruota, provincialissimamente cerchiamo di metterci una pezza. Che fessi, anzi: che cozzaloni.

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