
Così, alla fine, senza troppi clamori, i quarantenni stanno entrando nella stanza dei bottoni. Le cose si muovono in questo modo, a tratti troppo lento, a tratti troppo veloce, nella politica italiana. Cambiano in un modo così strano che di questo passaggio di testimone anagrafico ancora non ce ne siamo quasi accorti, o non abbiamo preso piena consapevolezza. Eppure, alla vigilia delle primarie di domenica è già diventato un fatto: il premier e il vicepremier del governo Alfetta, e i candidati alla leadership del Pd sono tutti (ex) ragazzi che si sono formati negli anni Ottanta, figli del dopo–muro (quello di Berlino) e non della Guerra fredda. Sono, come in un verso di una canzonetta pop di Scialpi: «No east no west/ we are the best/ ognuno al mondo un posto avrà/ no east no west/ è questa la mia terra».
Persino Gianni Cuperlo, che è il più anziano dei cinque, è diventato segretario della Fgci alla vigilia del crollo del muro: adesso il suo fake lo sbeffeggia come se fosse l’ultimo figlio del l’apparato, ma invece era considerato allora, in qualche modo, un dirigente anomalo: non aveva fatto politica nelle occupazioni, non aveva fatto il movimento del Settantasette, non veniva “dal partito”, non si era laureato alle Frattocchie, ma al Dams, non aveva studiato con Gianfranco Pajetta ma con Umberto Eco, e questo, tra i giovani comunisti di allora, lo faceva apparire terribilmente frivolo.
Sono poi cresciuti negli anni Ottanta sia Renzi che Civati, sia Letta che Alfano, sia la Lorenzin che la De Girolamo. Il che vuol dire che le primarie (e il loro vincitore, chiunque sia) renderanno finalmente visibile un processo di timido rinnovamento che è stato fino ad oggi velato dalla sovrapposizione dei vecchi schemi. È vero che Alfano per i media è prima di tutto un ex berlusconiano (o un diversamente berlusconiano), è vero che Letta ai più sembra – nel bene o nel male – un giovane vecchio, ma è anche vero che tutti questi leader hanno compiuto la loro formazione quando il tempo dei fossati ideologici era finito. Questi dirigenti, questi ministri, o questi aspiranti leader, sono cresciuti con la tv commerciale e non con la Rai pedagogica degli anni Settanta, con i consumi e non con le utopie, con Goldrake e lady Oscar e non con Oliver Twist.
Hanno conosciuto Pinocchio e il libro Cuore grazie alle riduzioni degli sceneggiati e dei cartoni animati e non con la lettura delle versioni integrali. Sono cresciuti con la tv a colori, con i videogiochi, con tanti canali ( magari troppi) tra cui scegliere, con i computer, con l’Italia campione del mondo e Pertini che alzava la coppa mettendo simbolicamente fine agli anni di piombo, visto che l’ultima strage, quella di Bologna, è proprio del 1980, e il mundial di Spagna, quello di Paolo Rossi è del 1982. Aveva capito tutto Franco Battiato, che a volte è stato davvero anche profeta, che il decennio lo aveva aperto con la “Voce del Padrone”, e con quel geniale 45 giri (ancora esistevano i giradischi) in cui spiegava che dopo le grandi ideologie i tempi stavano per cambiare e veniva issata la “bandiera bianca”.
Sono usciti due libri, in questi mesi, scritti dai quarantenni che parlano di quarantenni. Il primo dei due “Basta piangere!” di Aldo Cazzullo, si immerge nell’amarcord per spiegare ai ragazzi di oggi che a loro è andata molto meglio che si loro fratelli maggiori. Il secondo, di Andrea Scanzi, si intitola “Non è tempo per noi”, e sostiene l’idea che i quarantenni siano stati già sconfitti prima ancora di scendere in campo, che siano “una generazione in panchina”.
Adesso che però da quella panchina i quarantenni si alzano per entrare in gioco, anche questa provocazione viene rimessa in discussione. Entrano nella stanza dei bottoni i post–ideologici, i figli del pensiero debole, i pragmatici, i disincantati, i rappresentanti della prima generazione precaria, cresciuti senza grandi miti e utopie nel tempo del riflusso: resta ancora da capire se questo sarà un bene o un male. Solo la prova del budino, ovvero il vederli all’opera, potrà dirci se i quarantenni saranno un danno o un progresso per l’Italia che, faticosamente, esce dal tempo del Porcellum e dall’Italia delle feste con i maiali. Solo l’opportunità sorprendente di vedere i quarantenni scegliere (da soli) le soluzioni ai problemi enormi che abbiamo di fronte, ci dirà se la loro leggerezza sarà un handicap o una virtù.