Letta studia uno scudo fiscale al 12%

Non solo Tremonti

Sparisce senza preavviso la parola voluntary disclosure e tutto ciò che ne consegue. Il rimpatrio dei capitali dall’estero secondo i dettami OCSE sarebbe dovuto essere uno dei cavalli di battaglia della prossima primavera (già esposti in uno studio datato 2010). Al momento è rientrato dalla nebbia in cui è rimasto per i primi dieci mesi del 2013. Quelli in cui l’Agenzia delle Entrate ha lavorato nel silenzio degli uffici o della aule di tribunale. Prima che la politica decidesse di sbandierare le opportunità di gettito dell’autodenuncia.

Siamo così, come sempre più spesso accade in Italia, in un limbo indefinito che non promette bene. Sebbene le notizie che hanno raccolto gli addetti ai lavori nell’ultima settimana lasciano pensare a soluzioni alternative nel breve periodo. Con una sola certezza: il papocchio resta comunque dietro l’angolo. Per il resto banche d’affari e studi di commercialisti stanno incrociando idee in attesa di un inizio 2014 da celebrare sotto la stella dello scudo fiscale.

Gli sherpa della diplomazia fiscale stanno lavorando a una sorta di condono al 12%. In sostanza la stessa percentuale di prelievo che una voluntary disclosure ben fatta avrebbe consentito in accordo con le norme europee in tema di mancate dichiarazioni di patrimoni esteri. Altra cosa certa è che non si chiamerà scudo perché agli elettori di centro-sinistra la definizione ricorderebbe troppo quelli di Giulio Tremonti. Nella sostanza però l’operazione non differirebbe più di tanto.
La necessità di optare per un condono nascerebbe inoltre dalle difficoltà (maggiori) che stanno insorgendo nel creare una copertura giuridica adeguata alla voluntary disclosure. L’emendamento che, alla fine, non è stato inserito nella Legge di Stabilità sarebbe ancora sulla scrivania del pubblico ministero Francesco Greco (a lui è stato affidato il compito di stendere una nuova legge che regolamenti l’autoriciclaggio e prevede agevolazioni ai contribuenti che optano per l’autodenuncia).

Tra le cause dei ritardi il fatto che più di un aspetto attuativo finirebbe col cozzare con le aspettative della magistratura da un lato, dell’Agenzia delle Entrate dall’altro e dell’Ucifi (Ufficio centrale per il contrasto agli illeciti fiscali internazionali, ndr) da un terzo. Quest’ultimo, al momento deus ex machina dell’intera operazione di rimpatrio volontario, non sembrerebbe dell’idea di cedere ad altre parti dello Stato la titolarità di un’operazione che se ben gestita potrebbe portare al Tesoro tra i 10 e i 50 miliardi di euro.

Lo scudo fiscale al 12%, dunque, taglierebbe la testa al toro e semplificherebbe di molto il rapporto con i contribuenti. Nelle parole di Letta al termine dell’ultimo Consiglio Ue in molti hanno visto la conferma di questa strada. Il Premier, riferendosi al progetto di un accordo fiscale, ha annunciato:

«A gennaio andrò in Svizzera, dove c’è un tesoro di soldi italiani che devono tornare nel nostro Paese. Bisogna mettere fine a un percorso che ha premiato troppo i furbi. Ora serve uno sforzo di equità».

Diciamo che il 12% può essere considerato dalle larghe intese un prelievo equo. Tuttavia, purtroppo, legislatore e contribuente allo stato dell’arte non possono dirsi certi neppure di tali incertezze. E, mentre tra gli addetti ai lavori ci si fa il palato a uno scudo (come detto prima semplificherebbe le attività burocratiche) la campagna mediatica di sponsorizzazione alla voluntary disclosure (nonostante sia sparito l’emendamento) non sembra venire meno. E quindi che vorrà prepararsi ad aderire, dovrà farsi trovare pronto con un quadro RW (la parte della dichiarazione dei redditi dedicata ai patrimoni esteri, ndr) ineccepibile. E qui arriva il bello. Ieri (23 dicembre) l’Agenzia delle Entrate ha diffuso la circolare 38/E. «Le nuove disposizioni in materia di monitoraggio fiscale. Adempimenti dei contribuenti. Ritenuta sui redditi degli investimenti esteri e attività estere di natura finanziaria».

In sostanza, il nuovo bigino per compilare il quadro RW. Era stato annunciato come una semplificazione. Si tratta di ben 63 pagine, di cui quasi una cinquantina dedicate alle diverse fattispecie. Basta poco a capire che di aspetti semplici non c’è nemmeno l’ombra. Uno sfogo di un operatore, raccolto da Linkiesta, si può sintetizzare così: «Quadro RW lunare, meglio emigrare».

Altro che la burocrazia del famoso modello 740 degli anni ’90, qui infatti, a complicare il tutto c’è pure l’allargamento della platea di tutti quei contribuenti obbligati a indicare nella dichiarazione annuale le attività estere di natura finanziaria che fanno imponibile in Italia. In altre parole, «Rispetto alla previgente disposizione», si legge nella circolare, «non è più previsto un limite di importo al di sopra del quale vige l’obbligo dichiarativo. Pertanto, tali investimenti ed attività devono essere sempre dichiarati anche se al termine del periodo d’imposta siano di importo inferiore a 10.000 euro».

Dunque, basta un euro per avere obblighi. Alla faccia delle semplificazioni imposte dall’Unione Europea. «Inoltre, tale adempimento deve essere effettuato non soltanto dal possessore diretto degli investimenti esteri e delle attività estere di natura finanziaria», si legge sempre nella circolare, «ma anche dai soggetti che, sulla base delle disposizioni vigenti in materia di antiriciclaggio, risultino essere i titolari effettivi dei predetti beni». Se le attività finanziarie o patrimoniali sono in comunione o cointestate, l’obbligo di compilazione del quadro RW è a carico di ciascun soggetto intestatario con riferimento all’intero valore delle attività e con l’indicazione della percentuale di possesso. In più hanno l’obbligo di compilare non solo i titolari delle attività, ma anche chi ne ha la disponibilità o la possibilità di movimentazione. Se si tratta di riportare quote di un trust, anche in caso di beneficiari, le modalità si complicano ulteriormente.

Tanto che più di un commercialista in questi giorni si sta chiedendo se sarà possibile non commettere errori. Ma la vera domanda da porsi è se c’è un tranello in cui rischia di cadere il contribuente. «Chi decide di scegliere la strada della voluntary disclosure e di imboccare le forche caudine del “nuovo” quadro RW, potrà poi optare per un eventuale scudo?». O si troverà “fregato” e costretto a stare a guardare gli altri, i furbetti dell’ultima ora, mentre aderiscono a uno scudo conveniente? Risposta ovvia: tuttavia non siamo certi neppure di questa incertezza. 

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