L’ossessione dei videogiochi per le tette

Da Dead or Alive Beach Volleyball a Ryse

Sapete qual è uno dei più grandi problemi nello sviluppo dei videogiochi? Il modello di guida? Magari. La balistica? Figuriamoci. Trame che non sembrino più ridicole di un film d’azione anni ’90? Possiamo farne a meno.

Sono le tette.

Avete capito bene, il grande problema irrisolto degli sviluppatori sono le tette. Perché, tecnicamente parlando, i seni hanno un movimento difficile da realizzare senza rischiare, volontariamente o meno, di creare rimbalzi tra l’assurdo e la commedia scollacciata. E come si capisce guardando questo video tratto da Ryse: Son of Rome, titolo di lancio per Xbox One, la situazione non sembra essere migliorata con l’arrivo della nuova generazione di console. (Occhio agli spoiler).

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Vi pare che un seno possa muoversi e rimbalzare in quel modo? O tra le divinità romane andavano di moda gli impianti a elio, o c’è qualcosa di profondamente sbagliato in tutto ciò. Anzi, per dirla tutta, anche se il seno della divinità di fosse mosso in maniera realistica, il “profondamente sbagliato” non se ne sarebbe andato da quella scena. Il vero problema di quanto avete appena visto non è certo la scarsa realizzazione dei corpi molli; questa grande attenzione nell’animazione di un paio di tette è senza dubbio metafora delle strane politiche di genere dell’industria videoludica. Ryse: Sons of Rome è un gioco ad alto impatto visivo. È ricco di sangue, violenza e colpi di scena, ma è sostanzialmente privo di quell’estetica del nudo e del corpo che fa parte di, ad esempio, 300. In questo caso inserire una divinità a tette di fuori in una scena dove protagonista perde la propria famiglia, è il modo migliore per prendere il senso del drammatico che hai cercato faticosamente di costruire e spararlo via con un cannone.

Ma questo discorso per il momento ha senso solo in Europa e Stati Uniti, dove gli sviluppatori cominciano a utilizzare i personaggi femminili per ruoli meno stereotipati, e perfino Lara Croft nel suo recente reboot ha dovuto sfoggiare forme più umane. Se fossimo in Giappone ci limiteremo a stringerci nelle spalle, perché sarebbe solo l’ennesimo caso di fanservice. Cos’è il fanservice? Tecnicamente parlando è ogni elemento che viene inserito quasi esclusivamente per strizzare l’occhio a fan e guadagnarsi il loro favore.

Ci sono film che sono sostanzialmente un enorme fanservice, tipo The Expendables, ma anche gli altri media non sono da meno: basta pensare a tutti i libri a tema romantico vampiresco usciti dopo Twilight, o ai comici che vanno avanti solo a tormentoni. Quindi i cameo, le citazioni, gli omaggi, le guest star sono fanservice, e lo sono in ogni parte del mondo. In invece Giappone il fanservice è quasi sempre di naturale sessuale.

Non stupitevi. D’altronde stiamo pur sempre parlando del paese che ci ha regalato il porno coi polpi (non cercate, fidatevi). Il fanservice di questo tipo è un mescolarsi di bassi istinti e stereotipi: non a caso quello rivolto alle donne fa maggior leva sui sentimenti e su donne corteggiate da più uomini bellissimi, mentre quello maschile si limita a mostrare personaggi femminili con forme strabordanti e vestiti minimali.

Volete un esempio?

Questo non vuol dire che da noi non siano presenti ottimi esempi per situazioni di questo tipo, ma solo Giappone si arriva al paradosso giochi come Dead or Alive: Beach Volleyball, in cui tutte le eroine di un famoso gioco di combattimento vengono inserite in un titolo che usa il pretesto della pallavolo per mostrare ragazze in costume che fanno ondeggiare seni sproporzionati.

E siccome la cosa sembrava troppo poco patetica, gli sviluppatori hanno aggiunto anche la possibilità di controllare il movimento dei seni muovendo il pad della PS3, una funzione che era già presente in un gioco action di qualche anno fa: Ninja Gaiden 2, che la pubblicizzò con tanto di spot dedicato .

Ma Dead or Alive: Beach Volleyball è solo l’esempio più lampante di un costume che assolutamente normale nel mondo dei videogiochi giapponesi da tantissimi anni, che nonostante sia oggetto ormai di parodia anche in Giappone, non accenna a diminuire d’intensità. L’unico cambiamento è stato il passaggio dai personaggi disegnati a mano ai seni in 3D calcolati in tempo reale.

Ora, non fraintendiamoci, nessuno vede niente di male in un paio di seni che rimbalzano, sono un spettacolo in grado di fermare il tempo, lo spazio e le guerre tra gli uomini, ma da un medium che pretende di diventare “adulto” e che cerca disperatamente di farsi chiamare “arte” ci si aspetterebbe un livello di maturità che vada oltre il sedicenne arrapato che vive dentro di noi.

Di solito gli sviluppatori sostengono di inserire questi dettagli per far contenti i giocatori, e forse il problema sta tutto qua. L’industria videoludica crede di doversi ancora riferire a un gruppo di persone che forse non rappresenta più il videogiocatore reale. E anche se quelli che sentono il bisogno di scoprire i seni digitali di Ellen Page in Beyond: Due Anime sembrano dargli ragione, forse è il momento di fare una mossa estremamente coraggiosa per un medium che vuole guadagnare milioni di dollari e far parlare di sé: far vedere un po’ meno tette.