Mandela e l’uso della violenza, l’altro volto di Madiba

La liberazione del Sudafrica

Mandela non è il simbolo del Sudafrica: è il Sudafrica stesso. Come politico – abile, umile, a tratti cinico, teatrale e paziente – ha dovuto il suo successo tanto ai neri che lo amano da sempre, che alla vecchia élite bianca: Mandela era l’unica via d’uscita dalla storia fascista del Paese, per evitare una guerra civile troppo estesa e per consentire la sopravvivenza degli interessi storici degli afrikaner.

Johannesburg, cartelloni stradali in occasione del “Mandela Month” (luglio 2013)

Perché Mandela non solo è riuscito a convincere i neri a non vendicarsi: ha evitato che le famiglie bianche vedessero svanire rendite e possedimenti. È stato un brillante uomo del compromesso: i bianchi hanno ceduto il potere politico, e in cambio – almeno temporaneamente – è stato lasciato loro quello economico. E per compromesso s’intende qui l’espressione più pragmatica di esso, ma non per questo la meno nobile: con milioni di persone da far emergere dalla povertà, Mandela e il suo Anc hanno preferito mantenere in moto la macchina economica, piuttosto che avventurarsi in pericolose e violente battaglie ideologiche. Qui è il carisma di Mandela: «Credetemi, e il Paese nascerà».

L’ufficio di Mandela a Johannesburg quando esercitava come avvocato prima del carcere

La cella di Mandela a Robben Island

Ha rinunciato a tutto per il suo ideale, costruendo il suo cammino personale – che poi è stato il cammino politico del Paese – giorno per giorno nelle sue prigioni. Per anni costretto a spaccar pietre nella Lime Quarry – dove ha subito danni alla vista per il riflesso del sole, e si è rovinato i polmoni – ha sempre rinunciato con caparbietà a favori e concessioni delle autorità bianche, se queste significavano rinunce politiche da parte sua.

Un ex detenuto spiega il sistema del carcere di Robben Island

Non che tutti i neri abbiano sempre accettato il suo operato: molti hanno criticato le sue negoziazioni, e lo hanno accusato di aver dato troppo ai bianchi. Lo hanno accusato di essere una creatura afrikaner. Ricordava Gorbachev, guardato con sentimenti misti in patria, e glorificato all’estero. In Europa, Mandela è un dio. In Sudafrica è un dio per alcuni, e un politico per molti, con la sua visione e i suoi lati oscuri. Si parla del suo cattivo rapporto con le donne, della sua vanità, dei suoi episodi collerici e del suo aver taciuto le ruberie dell’Anc al potere. Era attore, di camicie colorate e divise da rugby, capace di far innamorare subito la folla. Ma anche il New York Times, a voler comporre un articolo sull'”altra faccia” di Mandela, ha dovuto includere episodi insignificanti per far volume. Sembra che negli anni Ottanta si fosse incaponito di volere un flacone di un particolare olio per capelli, e che lo chiedesse a chiunque lo visitasse – anche attivisti di alto livello. Ma – sembra ovvio doverlo riconoscere – dopo più di vent’anni di carcere politico, è concesso a un leader di un partito rivoluzionario pretendere un semplice lusso come dell’olio per capelli, per la miseria.

Perché la misura del suo successo è data dall’odio dei nazisti sopravvissuti al riflusso. Gentaccia come Eugène Terre’Blanche pensò bene di fondare un movimento afrikaans apertamente ispirato al nazismo, arrivando a invadere un palazzo in cui i partiti di governo negoziavano la fine dell’apartheid. Nei mesi successivi alla liberazione di Mandela ci furono comunque oltre 25.000 morti negli scontri civili che devastarono il Paese. Terre’Blanche finì in carcere, si convertì (almeno in parte), e fu ucciso da un suo dipendente nero nella casa del suo possedimento.

La mostra dedicata alla vita di Mandela a Johannesburg (luglio 2013)

Targa dedicata a Mandela a Robben Island

Ma non si pensi che Mandela abbia raggiunto i suoi obiettivi solo con la calma e la riconciliazione. Mandela non è Madre Teresa o Gandhi. Mandela ha impiegato per anni la violenza come arma politica – non di “negoziazione”, perché secondo lui «chi non è libero non negozia». Già nel 1985 gli era stata offerta la libertà in cambio della rinuncia alla violenza, ma Mandela ha rifiutato. Nel 1990, mesi dopo la sua liberazione, il presidente americano George Bush gli ha chiesto di abbandonare la lotta armata, ma Mandela ha sostenuto che essa sarebbe continuata finché il governo sudafricano non avesse iniziato a smantellare l’apartheid. A denti stretti ha accettato un Nobel insieme al premier bianco che lo aveva liberato, FW De Klerk, nonostante per tutto il tempo delle negoziazioni ne avesse parlato malissimo.

E forse, vista la situazione del Paese – diventato un’immane e perfetta macchina per l’oppressione dei neri – la violenza è stata l’unica risorsa possibile, almeno se la paragoniamo a una lotta partigiana contro un regime nazi-fascista. Che poi il suo Anc sia in piena decadenza è comprovato: si rinuncia al sogno politico, per scegliere le comode rendite del populismo. Mandela come politico è stato più abile in carcere e durante la riconciliazione, che da presidente – ed è anche normale che sia così. Ma non è tempo per questo tipo di bilanci in Sudafrica, e non lo sarà mai – troppo grande è l’uomo, suadente idolo delle folle ed eroe moderno, già sulle banconote del Paese quando ancora era in vita pur senza essere un re – perché Mandela è stato molto di più di un re.

Mandela sulle banconote del suo Paese

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