Mandela ha realizzato il suo economic dream?

Sudafrica ed economia

Nel 1955 l’African national congress di Nelson Mandela firmò, assieme ai suoi alleati, la Freedom Charter, un documento dal sapore jeffersoniano, quanto ai diritti politici e civili: uguaglianza di fronte alla legge, libertà di espressione e di voto. La Carta includeva anche principi di stampo economico, come la restituzione della terra ai contadini e la condivisione, fra tutti i cittadini, delle straordinarie risorse naturali del Paese. Nel 1962 l’Anc venne messa al bando e i suoi leader arrestati.

Il seguito è noto. Nel 1994 la guida carismatica di quel movimento, liberato l’anno precedente, divenne il primo presidente nero nella storia del Sudafrica. La Costituzione votata lo stesso anno adottò buona parte dei principi sanciti dalla Carta. E se l’eredità politica del mandelismo, in termine di diritti umani e partecipazione alla vita collettiva, è fuori discussione, ci si chiede quanta parte dell’economic dream della nuova “nazione arcobaleno” sia stata realizzata.

Quando uscì dall’apartheid, il Paese era sull’orlo della bancarotta. Anni di isolamento dalla comunità internazionale avevano minato le fondamenta dell’economia. Le sanzioni avevano fatto sentire il loro peso: infrastrutture carenti, scarso accesso ai servizi di base, come acqua ed elettricità.

Se si guarda in superficie, il Sudafrica del 2013 è lontano parente di quello del 1994. Il Paese è la prima economia del continente e nel 2010 è entrato a fare del gruppo dei Brics, anche se l’ideatore dell’acronimo, l’ex analista di Goldman Sachs Jim O’Neill, si meravigliò non poco per l’ingresso di Pretoria nel club, sostenendo che non avesse i requisiti. Dalla caduta dell’apartheid, la crescita del Pil ha subìto una netta accelerazione (una media del 3,2 per cento l’anno, contro l’1,8 per cento dell’era precedente). L’aumento delle entrate fiscale ha consentito una notevole espansione del welfare, tanto che oggi vengono distribuiti assegni sociali a 13 milioni di famiglie. Dal 1994 in poi i governi hanno fatto costruire 3,1 milioni di case per gli indigenti, hanno dato elettricità all’80 per cento della popolazione ed acqua corrente all’88 per cento. Anche sul piano dell’istruzione, la svolta mandeliana ha avuto un grande impatto: pressoché tutti i bambini frequentano la scuola dell’obbligo.

Molti dati macroeconomici sono positivi. L’inflazione è calata, nei primi dieci anni del post-apartheid, da 14 al 5 per cento. Il deficit, dall’8 per cento del 1997 è passato all’1,5 per cento. Sotto il governo dell’Anc i tassi di interesse sono scesi dal 16 al 9 per cento. La fine delle sanzioni ha avuto quale conseguenza logica il boom dell’export, passato dal 10 al 25 per cento nella quota di Pil. Tutti questi numeri portano a un dato ben più importante per valutare l’impatto del mandelismo: nel 2010, anno dei Mondiali di calcio, il numero dei sudafricani che viveva con meno di due dollari al giorno era sceso dal 12 al 5 per cento, rispetto al 1996.

Ma c’è l’altra faccia della medaglia. Il ritmo della crescita ha rallentato negli ultimi anni. L’inflazione è cresciuta, la moneta nazionale, il rand, si è svalutata, anche perché i capitali hanno cominciato ad uscire dal Paese. La disoccupazione è ufficialmente al 25 per cento, quella giovanile è ancora più alta. Le contestazioni al presidente Zuma, in occasione della cerimonia di commemorazione di Nelson Mandela, martedì scorso, sono l’indice di un malessere diffuso. Quando cadde l’apartheid, le multinazionali straniere giocarono un ruolo non secondario. Alberto Negri, sul Sole 24 Ore, ha ricordato come la De Beers si spese per accelerare la fine della segregazione, auspicando un’apertura dei mercati. Eppure l’aumento degli investimenti stranieri non ha portato una crescita parallela dei posti di lavoro.

Il problema più grande, però, è senza dubbio la sperequazione sociale. Oggi in Sudafrica il coefficiente di Gini – il metro più diffuso per misurare le disuguaglianze – è pari a 0.63, uno dei peggiori del pianeta, superiore persino all’era dell’apartheid (nel 1993 il coefficiente era 0.59). Il reddito di una famiglia bianca è ancora sei volte superiore a quello di una famiglia nera. Una persona di colore su tre è senza lavoro.

Quando Mandela prese il potere, venne data grande enfasi al Black economic empowerment, al rafforzamento del potere economico della comunità nera. Eppure, se è vero che negli ultimi 20 anni una classe media di colore è riuscita ad emergere, gli obiettivi proclamati nel 1994 sono ancora molto lontani. Per fare un esempio, nel settore minerario la proprietà nera è all’8,9 per cento. I piani prevedevano altre cifre: 14 per cento nel 2009 e 26 per cento nel 2014. L’abbattimento delle barriere razziali ha giovato solo ad un élite, vicina all’Anc e non estranea a metodi corruttivi.

In questo senso, il caso della miniera di Marikana è paradigmatico. Nel 2012 in quest’area, vicina a Rustenburg, gli operai della Lonmin, terzo produttore mondiale di platino, entrarono in sciopero reclamando aumenti salariali. La polizia intervenne e il bilancio degli scontri fu tragico: 34 morti e 78 feriti. I proprietari della Lonmin sono in maggioranza bianchi, anche se nel board è entrato a far parte Cyril Pamaphosa, vicepresidente dell’Anc, tra i papabili successori del presidente Zuma. Operai divisi tra forze rivali – la National Union of Mineworkers (NUM) e la Association of Mineworkers and Construction Union (AMCU) – manodopera sottopagata, intrecci tra l’élite bianca, quella nera vicina al governo e i sindacati: da Marikana emerge un quadro molto distante dalla nazione arcobaleno immaginata da Mandela.

L’iniziativa privata non è in discussione e non vi sono nazionalizzazione alle porte. Ma la prima economia del continente necessita ancora di riforme, per promuovere uno sviluppo che si è arenato negli ultimi anni, e soprattutto per ridurre le distanze sociali. Il Paese siede su un letto di metalli preziosi, oro, platino, diamanti. Le politiche populiste rischiano di dilapidare questo patrimonio

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