Philomena, un’inchiesta che fa sorridere e commuovere

Una grande commedia sulla maternità

Cinema per mamme, per nonne, per pensionati, per elettori conciliati del Pd, per professoresse democratiche in senso lato? Sul web le categorie socio-familiari si sprecano per inquadrare il pubblico di Philomena. Il che fa un po’ strano: in un Paese come l’Italia, che vive sotto la cappa di una commedia sovente a base di “cazzi” e doppi sensi, si ironizza su una commedia superbamente scritta e interpretata (sceneggiatori e attori farebbero bene a prendere appunti): una storia vera, drammatica e traumatica, che trova sul grande schermo una versione lieve e insieme profonda. Film autenticamente popolare, che rispetta il pubblico senza essere corrivo, non travolgente come un capolavoro ma emotivo e professionale, intriso di realtà però senza rinunciare alla vena spettacolare. Niente infamie e niente sòle. Chapeau.

L’innesco di Philomena avviene nei giorni di Capodanno di dieci anni fa. Il giornalista disoccupato Martin Sixsmith si trova a una festa per il nuovo anno dove incrocia la storia di una donna irlandese ormai anziana che da mezzo secolo custodisce un segreto doloroso: un figlio sottrattole dopo il parto dalle suore e mai più ritrovato. Sixsmith si mette sulle tracce di questo figlio, con a fianco Philomena e dalla ricerca vien fuori un libro di successo. Del libro si innamora l’attore Steve Coogan, che decide di produrlo, scriverlo e interpretarlo (nel ruolo del reporter).

Affida la regia a un uomo di solido mestiere come Stephen Frears, molto a suo agio nelle storie biografiche, come The Queen dimostra in modo lampante. Per il ruolo principale invece si impone Judi Dench, forse la più grande attrice vivente. E sarebbe il caso che se ne ricordassero per gli Oscar imminenti, dopo l’abbaglio della giuria dell’ultima Mostra di Venezia – dov’era in concorso – che le ha preferito, come migliore attrice, l’italiana e quasi coetanea Elisa Cotta per il meteoritico Via Castellana Bandiera di Emma Dante (in compenso il film di Frears ha almeno vinto il premio per la migliore sceneggiatura).

Philomena è il racconto dell’inchiesta giornalistica che Sixsmith imbastisce tra il Regno Unito e l’America. Si scopre infatti che il bambino è stato venduto dalle suore a una coppia americana e lì negli Usa è cresciuto, fino a diventare un pezzo grosso del partito repubblicano, addirittura consigliere di Reagan e Bush senior. Ma al pari della madre naturale, anche Anthony ha tenuto dentro di sé un segreto: la propria omosessualità, irriferibile per via della sua carriera pubblica. Anthony non c’è più, è morto di Aids, malattia tenuta nascosta. Ma prima di morire…

Il film incrocia con vena polemica il reaganismo stabilendo in qualche modo un filo tra quella stagione e l’immediato post 11 settembre, periodo in cui si svolge. E non è tenero con il blairismo, forse anche perché Sixsmith comincia la sua inchiesta dopo essere stato fatto fuori dallo staff del premier britannico in cui si occupava di comunicazione. La ricerca della verità di Philomena, che subisce l’omertosa cattiveria senza pentimento della chiesa eppure non vede intaccata di niente la sua fervida fede religiosa (una fede in linea con i tempi attuali: più bergogliana che ratzingeriana), si intreccia con la conquista di una seconda possibilità da parte di Sixsmith: è a spasso, è depresso, è frustrato (da ambizioso qual è, sogna di scrivere un saggio sulla Rivoluzione d’Ottobre, forte di una lunga esperienza di corrispondente della Bbc da Mosca, e invece i colleghi per farlo rientrare nel giro gli offrono di raccontare solo casi umani), e in questo disastro si imbatte nel colpo della sua vita giornalistica.

Bel film, Philomena. Un’opera di sentimento, senza patetismi.

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