Ambiguità socialSe il motore è di carne umana lo tassiamo o blocchiamo?

Se il motore è di carne umana lo tassiamo o blocchiamo?

Lo Stato italiano non è da solo nella lotta contro lo sviluppo della cultura della Rete. Anche la Cina si sta misurando con alcuni fenomeni imprevisti di giornalismo partecipativo che si sviluppano nelle comunità online, e si appresta a reagire con misure repressive che potrebbero essere adottate come modello per i futuri provvedimenti del governo a favore della legalità su Internet. Il problema che viene discusso proprio in questi giorni sul sito di notizie China Huanqiu riguarda i cosiddetti «motori di ricerca di carne umana» e le loro irruzioni nella vita privata degli individui, con conseguenze devastanti per la loro reputazione.

Il caso drammatico che viene riferito dal giornale online accade lo scorso 17 dicembre nel Guangdong, nel sud-est del Paese, e riguarda una ragazza sospettata di furto dal proprietario di un negozio di abbigliamento. L’uomo posta sul Web un’immagine della studentessa  liceale e scatena le operazioni di rappresaglia degli utenti registrati ai servizi del sito che ha accolto il fotogramma. I motori di ricerca di carne umana sono gruppi di persone che si attivano sia in Rete, sia nella realtà offline, per rintracciare i soggetti denunciati da un peer che frequenta il social network. Una volta scovato il bersaglio, la loro indagine mette sotto la lente di ingrandimento tutti i dettagli della sua vita privata, connessi o meno con il crimine presunto. Infine, tutto il materiale raccolto viene pubblicato su internet con l’effetto di suscitare l’indignazione pubblica. La persecuzione nei confronti della ragazza la conduce a suicidarsi nelle acque del mare su cui si affaccia la città di Lufeng.

La tragedia permette al responsabile dell’Ufficio Informazioni Nazionale per Internet del Coordinamento per i Network  di Notizie (The diplomat taglia corto con «funzionario dell’Ufficio Informazioni Internet»), Liu Zhengrong, di promettere la lotta senza quartiere da parte dello stato contro chiunque si lasci coinvolgere in azioni di ricerca di carne umana. Un funzionario con un’etichetta più lunga dei titoli nobiliari del Cinquecento va preso sul serio. Tanto più che le sue minacce non sono formulate per la prima volta sui giornali cinesi, e in quest’ultima occasione, anzi, Liu Zhengrong si limita a esporre un ripasso veloce del suo pensiero sull’argomento. Nell’intervista rilasciata al Quotidiano del Popolo l’effusione di spirito civico è maggiore, e permette di comprendere gli assunti di fondo che ispirano le intenzioni del governo. I motori di ricerca di carne umana perpetrano un delitto che è allo stesso tempo morale e sociale. L’aspetto etico sollecita l’attenzione dell’amministrazione pubblica, ma la componente sociale ne determina le risoluzioni repressive. Il governo è preoccupato per la protezione della privacy dei cittadini ed è irritato per il clima di sospetto politico e di sfiducia nella collettività che viene provocato dal loro comportamento. Indovinate quale dei due temi suscita la commozione più profonda nel funzionario Liu.

Purtroppo la realtà è meno limpida di come venga dipinta dall’autorevole interlocutore del Quotidiano del Popolo. La violazione della privacy individuale e le conseguenze più o meno drammatiche della diffamazione appartengono di sicuro alla natura violenta dei motori di ricerca di carne umana. D’altra parte l’innesco del loro talento di segugio permette di animare ciò che Rebecca MacKinnon ha definito «cyber vigilanza»: l’unica forma di accesso alla verità intorno ai soprusi commessi dai funzionari in un paese antidemocratico come la Cina. The Atlantic riporta le gesta di Wu Gan, che ha denunciato tre funzionari di aver tentato di violentare una pedicure, poi incriminata dell’omicidio di uno di loro. La ricostruzione degli eventi viene pubblicata su un blog e discussa da Wu Gan su Twitter con i suoi 30 mila follower. Per questa iniziativa il blogger viene arrestato e poi scarcerato a causa dell’ondata di indignazione suscitata online opera dei suoi stessi sostenitori.

Liu Zhengrong  finalmente sale sulla cattedra del titolo chilometrico che si è meritato nella burocrazia statale, quando illustra l’articolazione dell’intervento di polizia contro i responsabili delle rappresaglie operate dai motori di carne umana. I gradi di intervento sono tre. 

Il primo colpisce il gestore del servizio di blogging o microblogging che ha divulgato le notizie rilevate dall’indagine collettiva. Quanto le informazioni diffuse debbano considerarsi diffamatorie o innocenti lo stabilisce il Partito in maniera arbitraria; secondo la struttura kafkiana della censura cinese, il gestore del sito o del social network deve immaginare e rimuovere in maniera preventiva i contenuti che l’apparato di Stato potrebbe valutare come illegali, con una strategia di auto-repressione che per lo più oltrepassa la fantasia stessa del potere – ma soprattutto impedisce ai dissidenti di sapere a priori quali dei loro messaggi saranno rimossi e quali no. Nonostante questa prudenza, tra metà marzo e metà aprile del 2013, l’azione del governo – guidata con mano ferma dal prode Liu Zhengrong – ha rimosso 210 mila post e chiuso 42 siti.

Il secondo livello coinvolge le autorità locali, che sono investite del compito di ripristinare la verità e rimuovere gli effetti negativi delle diffamazioni iniettate dai motori. Quanto radicale debba essere questa attività ecologica di ripulitura viene chiarito in poche battute: l’amministrazione deve registrare le voci che si sono sparse tra il pubblico, sedare l’agitazione che hanno suscitato, sostituire i contenuti inaffidabili con la luce della verità. L’eliminazione degli effetti negativi non viene ulteriormente analizzata.

Il terzo grado di intervento però introduce un indizio ermeneutico che permette di intuire quale sia la portata semantica del verbo eliminare: gli organi di pubblica sicurezza devono indagare e punire coloro che hanno contribuito a diramare le false informazioni. 

L’ambiguità delle operazioni collettive di indagine è nota anche in Occidente. 

The Atlantic e BBC riferiscono che nelle ore seguenti l’attentato alla maratona di Boston una comunità di cittadini ha aperto un gruppo su Reddit per condividere indizi e illazioni connessi all’identità dei terroristi. Una sequenza di errori dettati dalla mania di protagonismo ha finito per accusare uno studente universitario innocente di essere uno dei due attentatori. Alex Hern su NewStatesman osserva che l’intero procedimento di ricerca e di identificazione mette in luce il carattere razzista dell’operazione. I messaggi registrati sulla piattaforma di Reddit e quelli scambiati su Twitter evidenziano come la ricognizione dei video e delle foto scattate all’evento abbia messo in moto un controllo soltanto sulle figure non di razza bianca presenti sul posto.

Sunil Tripathi, il ragazzo accusato di essere il responsabile del crimine, è scomparso dalla sua abitazione da metà marzo. I responsabili della rappresaglia collettiva si sono scusati pubblicamente per la violenza del loro comportamento e per l’errore commesso. Naturalmente questo non basta, e la polemica sul controllo che le autorità dovrebbero esercitare sui motori di ricerca di carne umana anche nel mondo occidentale. Ma la posizione maggioritaria è riassunta dalle conclusioni di Charlie Beckett, direttore del Think Tank POLIS, dedicato a giornalismo e società: «Non si può chiudere internet, nello stesso modo in cui non si potrebbe chiudere una parte di Boston. Dobbiamo imparare a vivere con questi fenomeni».

Be’, se il problema si ponesse in Italia, qualcuno suggerirebbe che potremmo cominciare col tassarli.