Portineria MilanoSotto l’albero di Letta l’incognita rimpasto: Cl frena

Il governo

Secondo la versione ufficiale il rimpasto di governo «non è all’ordine del giorno», come ha spiegato il premier Enrico Letta durante la conferenza stampa di fine anno. Poche parole, quasi infastidite. La risposta più breve di tutto l’incontro con i giornalisti. «A gennaio ci sarà un confronto sul programma. Ci atterremo a quello». Molto meno ufficialmente, l’ipotesi di un turn-over governativo è da settimane al centro dei pensieri di ministri e parlamentari. Perché un aspetto fondamentale del patto tra il segretario Pd Matteo Renzi e il presidente del Consiglio Enrico Letta riguarda proprio un rimpasto dell’esecutivo. Una serie di sostituzioni nella squadra di governo, per riequilibrare il peso dei partiti in maggioranza. Con tutte le conseguenze del caso, a partire da un possibile ridimensionamento del Nuovo Centrocestra di Angelino Alfano e Maurizio Lupi. 

«Tra i sicuri di rimanere al proprio posto, oggi mi pare ci sia solo Letta» spiega un parlamentare di lungo corso che mette nella girandola dei ministri a rischio quasi tutto l’esecutivo, dalla titolare dell’Integrazione Cecile Kyenge fino al responsabile del Lavoro Enrico Giovannini al Lavoro. Manuale Cencelli alla mano, chi teme maggiormente di perdere qualche poltrona è il Nuovo Centrodestra. Dopo la scissione con Forza Italia, la compagine del vicepremier Alfano continua a esprimere cinque ministeri importanti – tra cui Infrastrutture e Interno – a fronte di una rappresentanza parlamentare molto più limitata. Dopo l’addio a Berlusconi, infatti, alle Camere Ncd può contare su 29 deputati e 31 senatori. Singolare il tweet di un paio di giorni fa del senatore Roberto Formigoni:

«Letta e Renzi pensano a un rimpasto, così si dice. Evviva la Prima Repubblica!». 

Secondo molti è la rappresentazione evidente del timore da parte del gruppo ciellino di perdere qualche posto a Palazzo Chigi.  

In tema di rimpasto, la principale variabile è legata al peso di Renzi nel Pd. Certo, ieri Enrico Letta si è affrettato a smentire qualsiasi polemica. Tra premier e segretario non ci sarebbe alcuna competizione, semmai «gioco di squadra». Ma è chiaro a tutti che sarà il dualismo tra i due big del Partito democratico a scandire il percorso della legislatura. Il rilancio dell’azione di governo era una delle priorità del programma di Renzi. Chissà se le promesse di Letta per il prossimo anno saranno sufficienti. Dopo la fiducia al Ddl stabilità, il senatore Pd Andrea Marcucci, renziano della prima ora, ha spiegato: «Le aspettative create dal governo erano alte, la legge di Stabilità purtroppo è un’altra cosa. La votiamo per senso di responsabilità, ma per il prossimo futuro serve un peso ben maggiore alle proposte del Pd e del segretario Renzi. Il Pd, che è il partito con il numero più alto di parlamentari della maggioranza». Riecco spuntare l’ipotesi rimpasto. Richiesta condivisa persino da Gianni Cuperlo, presidente del Pd, vicino al vecchio apparato.

Ecco perché tra Natale e Capodanno Letta dovrà cercare di trovare un’intesa in grado di soddisfare tutti. Dicastero per dicastero, si ragiona sui possibili avvicendamenti. Nelle indiscrezioni di Palazzo, tra le poltrone più traballanti ci sarebbe quella di Cecile Kyenge. Forse non è un caso se alla titolare dell’Integrazione Letta abbia rivolto un ringraziamento particolare durante la sua conferenza di fine d’anno. Un modo come un altro per blindare il suo ministero e allontanare le voci di una sostituzione. Qualcuno considera in bilico anche la posizione di Fabrizio Saccomanni all’Economia, con i renziani in forte pressing sull’ex Bankitalia. Mentre sembra al riparo da possibili sostituzioni il ministro della Sanità Beatrice Lorenzin. L’esponente del Nuovo centrodestra che ha gestito in maniera ineccepibile il delicato caso Stamina. 

Intanto torna in discussione la responsabile della Giustizia Annamaria Cancellieri. Uscita indenne da una mozione di sfiducia individuale a seguito della scarcerazione di Giulia Ligresti, ma mai difesa dal segretario Renzi. A Milano gira da tempo un’indiscrezione. A prendere il suo posto a via Arenula potrebbe essere addirittura il sindaco Giuliano Pisapia. Ipotesi neppure tanto infondata, se si pensa che tra un mese l’ex parlamentare indipendente di Rifondazione Comunista dovrebbe diventare commissario straordinario della nuova Città Metropolitana, ruolo particolare che potrebbe essere affidato anche un tecnico.

Ma a premere per un rimpasto di governo non ci sono solo i renziani. Da tempo il gruppo di Scelta Civica chiede un’adeguata rappresentanza a Palazzo Chigi. Difficile dare torto ai montiani. Dopo la separazione con i Popolari di Mauro e Casini, l’area vicina all’ex premier non ha più nemmeno un posto in Consiglio dei Ministri. La richiesta di un contratto di coalizione per vincolare il governo a un programma preciso, peraltro, non è mai stata presa seriamente in considerazione da Enrico Letta (se non dopo l’intervento di Matteo Renzi). Eppure, numeri alla mano, anche il sostegno dei montiani è indispensabile per proseguire l’esperienza dell’esecutivo. A Palazzo Madama i senatori di Scelta Civica sono otto. Se decidessero di uscire dalla maggioranza, la legislatura avrebbe le ore contate.

Ecco allora che alcuni nuovi ingressi nella squadra del presidente del Consiglio potrebbero venire proprio da quest’area. Si parla molto di Ilaria Borletti Buitoni, vicepresidente di Scelta Civica, attuale sottosegretario ai Beni e Attività Culturali. Magari potrebbe essere proprio lei a sostituire il ministro Massimo Bray, recentemente al centro delle polemiche per i continui crolli di Pompei. E poi c’è il senatore Pietro Ichino, nome da sempre accostato al ministero del Lavoro. 

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