Artigianato 3DStampa 3D: il rinascimento dell’artigianato italiano?

Stampa 3D: il rinascimento dell'artigianato italiano?

Milano, ma anche Roma, Torino, Venezia, Firenze, Bologna, Napoli. Sono ben 7 le città italiane dove la stampa in tre dimensioni sta prendendo piede, secondo i dati forniti da 3D Hubs, una startup di Amsterdam che mette in contatto chi vuole trasformare un file in un oggetto fisico (i maker) con chi possiede lo strumento necessario per farlo. 

Il network di 3D Hubs è attivo principalmente in Europa e Stati Uniti. Dal sito dell’azienda è possibile trovare lo stampatore più vicino alla propria collocazione geografica, inoltrare un ordine e passare dopo qualche giorno a ritirare il prodotto.  Il Bel Paese gioca un ruolo di primo piano con almeno dieci stampatori in ognuna delle città sopra citate centinaia di makers registrati al servizio. “L’Italia – spiega a Linkiesta Simona Ferrari, responsabile dello sviluppo del business di 3D Hubs  – è oggi la seconda nazione presente sulla nostra piattaforma, per numerosità di stampatori. Milano oggi ha 42 stampanti e 165 makers, è seconda solo ad Amsterdam, come città”. Anche se più che di città, in questo caso, sarebbe più corretto parlare di “territori”, dato che nella catalogazione offerta dal motore di ricerca del sito, spesso il riferimento è preso a livello provinciale (quando non addirittura inter-provinciale) nel caso di aree piccole o a scarsa densità di stampatori. 

Il territorio di “Venezia” ad esempio, comprende anche la provincia di Treviso. L’area relativa alla città di Genova comprende in realtà tutta la Liguria. Il team della startup non si limita a fare da tramite, e a garantire la consegna (il pagamento allo stampatore per l’opera prestata viene effettuato direttamente a 3D Hubs; quest’ultima trattiene una commissione e “gira” i soldi dopo aver ricevuto la conferma che l’oggetto è arrivato a destinazione), ma si occupa anche di correggere il file per evitare che eventuali anomalie nello stesso compromettano il risultato finale. 

“È il sito che raccoglie il denaro e me lo invia alla consegna – conferma Francesco Pusterla, giovane assistente alla facoltà di Architettura di Mendrisio, che gestisce un hub a Como  – io mi limito a ricevere il file e a inviarlo alla mia Markerbot Replicator 2”. “Di solito – prosegue Pusterla – si rivolge a me qualcuno che vuole un prototipo a basso costo del modello finale o che vuole stampare un particolare componente. Spesso non so di preciso neanch’io in cosa consista l’output. ”. Secondo molti analisti quella della stampa in 3D dimensioni è potenzialmente una vera e propria rivoluzione, destinata a scardinare o ad affiancare i tradizionali modelli di produzione e distribuzione; un rapporto di Wohlers Associates dello scorso maggio stimava in 2,2 miliardi di dollari il volume di affari generato a livello mondiale nel 2012 dal settore del “3D printing”. Nel 2015 tale cifra dovrebbe salire a più di 4 miliardi di dollari, il doppio; per arrivare nel 2021 a cinque volte tanto, ovvero più di dieci miliardi di dollari. 

La disponibilità di macchine stampatrici sempre più economiche (una Markerbot Replicator 2, forse la più diffusa negli Usa costa 2.200 dollari, l’Ultimaker, amata dagli europei 1.900 euro, l’italiana Sharebot Ng meno di 1.500 euro) e facili da adoperare svincolerà – questa l’idea – la produzione da fabbriche e laboratori per renderla disponibile a chiunque, dovunqueE il nostro Paese, grazie alla sua tradizione di creatività e artigianato, potrebbe trovarsi all’avanguardia di questa mutazione. Già oggi sono molti in Italia i Fablab, le officine-laboratorio dove si producono oggetti grazie alle nuove tecnologie digitali. E italiane sono anche alcune marche di stampanti: dalla già citata Sharebot, alla fiorentina Kentstrapper, alla Fabtotum progettata da due ex studenti del Politecnico di Milano e la cui realizzazione è stata finanziata da una campagna di crowfunding sul sito Indiegogo.  

In linea di massima la realizzazione di oggetti complessi, che richiedono competenze e macchinari avanzati, dovrebbe restare appannaggio soprattutto delle aziende, mentre i privati si divertiranno con gadget, ammenicoli vari e lavori di piccolo artigianato. Ma il ventaglio di possibilità è davvero ampio ed è assai difficile capire, al momento, dove verrà posta l’asticella. Qualcuno ipotizza che ci stamperemo in casa persino gli alimenti: la Nasa ha finanziato quest’anno uno studio per valutare la fattibilità di creare in questo modo il cibo per gli astronauti. Se funzionerà, la stessa tecnologia usata per cibarsi nello spazio potrebbe servire a sfamare parte della popolazione del pianeta, evitando carestie e guerre per le risorse. Ma accanto a simili, inestimabili benefici, la diffusione della stampa 3D porterà con sé inevitabilmente tutta una serie di nuovi dilemmi

Come evitare, ad esempio, che il fatto di poter produrre in casa qualsiasi tipo di oggetto favorisca i criminali che potrebbero essere facilitati nel costruirsi delle armi. Esistono già casi di pistole funzionanti assemblate in questo modo. E come regolamentare, sul piano fiscale e commerciale, le transazioni che avvengono fra gli stampatori e i destinatari del prodotto finale, per prevenire la formazione di un “mercato sommerso” di oggetti senza marchio di fabbrica e senza bolle di accompagnamento? D’altra parte, una capacità produttiva pressoché ubiqua eliminerebbe la necessità di trasportare merci e beni per lunghe distanze, con ricadute altamente positive sull’ambiente, grazie alla riduzione delle emissioni inquinanti prodotte negli spostamenti. In ogni caso, niente sarà più come prima.

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