Telecom, il mercato perde la battaglia ma non la guerra

I conflitti di Blackrock e Telefonica

Marco Fossati perde la prima battaglia, ma spacca l’azionariato. La revoca del consiglio d’amministrazione chiesta dall’ex patron della Star, azionista al 5% di Telecom Italia tramite Findim, è stata bocciata dal 50,3% dei votanti, mentre il 42,3% si è espresso a favore e gli astenuti si sono assestati al 7,4 per cento. Non ha però perso la guerra: alla scadenza naturale dell’attuale consiglio d’amministrazione, il prossimo aprile, non si potrà non tenere conto del peso dei tanti che hanno sfiduciato l’attuale board. Via libera anche all’eliminazione del valore nominale delle azioni ordinarie e di risparmio per avere maggiore flessibilità «nelle operazioni di raccolta fondi». Con il 54,26% del capitale registrato (la più alta partecipazione di sempre) per riuscire nel ribaltone l’asse Fossati-Asati, l’associazione dei piccoli azionisti capitanata dal sanguigno Franco Lombardi, avrebbe dovuto superare quota 27,2 per cento. Così non è stato. A quanto risulta, i fondi afferenti a Blackrock hanno spezzettato il voto tra contrari, astenuti e favorevoli per non essere accusati di connivenza, in caso di astensione – equivalente a voto contrario – con Telefonica.

«È arrivato un segnale forte dal mercato», ha spiegato Marco Fossati a margine della votazione, aggiungendo: «Proporrò per l’assemblea di aprile una modifica dello Statuto per consentire agli azionisti di entrare nel consiglio d’amministrazione proporzionalmente». Fossati ha poi dichiarato di riservarsi la decisione di impugnare la delibera assembleare che ha bocciato la revoca del consiglio d’amministrazione nei prossimi giorni. Insomma, la strada verso la public company è ancora lunga, ma non è più una mission impossibile. Anche perché un dato è chiaro: l’azionariato è diviso in due. Stefania Bariatti e Angelo Tantazzi, nomi proposti da Telco per sostituire Franco Bernabè ed Elio Catania, non hanno raggiunto il quorum necessario. «Una giornata importante per la finanza italiana», ha detto Marco Patuano in serata, aggiungendo: «Se sulla governance si sono fugati i dubbi sul passato, per il futuro lo sforzo sarà di renderla ancora più trasparente». Anche perché «intorno a Fossati si è agglutinata una quota di capitale importante».

La conferma del consiglio d’amministrazione è arrivata dopo oltre 8 ore di discussione, in una giornata convulsa in cui la Procura di Roma ha smentito le ricostruzioni del Corriere della Sera sui presunti indagati per ostacolo all’autorità di vigilanza nell’ambito del passaggio della maggioranza di Telco agli spagnoli di Telefonica. Sull’ipotesi di un patto occulto tra i maggiorenti della holding Telco (Generali, Intesa Sanpaolo e Mediobanca) e il gruppo iberico è stato sentito giovedì 19 dicembre Franco Bernabé, ex presidente esecutivo. Sul punto, l’attuale capo azienda Marco Patuano ha detto nel corso dell’assemblea di non essere stato – a fine settembre – a conoscenza dei dettagli dell’operazione tra Telco e Telefonica.

Circa una trentina gli interventi dei piccoli azionisti. Un coro unanime contro il management in carica, giudicato allineato con gli interessi di Telefonica. Non è un caso che “conflitto d’interesse” sia stata la locuzione ripetuta come un mantra dai risparmiatori. A partire da quello denunciato da più di un piccolo azionista nei confronti del presidente Aldo Minucci, che ricopre il medesimo ruolo in Genertel, controllata da Generali, a loro volta soci forti nella scatola Telco. «Sono presidente uscito dal gruppo Generali nel 2011», ha replicato Minucci, spiegando che la sua carica in Genertel è legata a «motivi affettivi». Un conflitto d’interesse che coinvolge non solo gli amministratori, ma anche i tre principali azionisti dopo la Findim, come Blackrock, il fondo Dodge & Cox e il fondo sovrano norvegese, tutti e tre detentori di quote nell’ex monopolista e contemporaneamente nel gigante spagnolo.

Dal prezzo corrisposto ai soci di Telco per il controllo della holding, al trattamento preferenziale concesso a Telefonica e Blackrock sulla sottoscrizione del convertendo da 1,3 miliardi, fino alla vendita della controllata argentina – attraverso Sofora, partecipata dalla famiglia Werthein, azionista di Generali – al fondo Fintech di David Martinez (altro azionista di Sofora) per 960 milioni di dollari e senza gara: una summa d’inciuci. E ancora. La dismissione (e il lease-back) delle torri in Italia e Brasile, e lo spettro della vendita di Tim Brasil dopo la decisione del Cade, il regolatore del Paese che ha dato 18 mesi a Telefonica per metterlo sul mercato o trovare un partner da far entrare in Vivo, operatore carioca controllato da Telefonica, e allo stesso tempo dire addio a Telco. «Lo spettro del conflitto d’interessi con Telefonica appare evidente sin dalla costituzione di Telco», ha detto Marco Fossati, aggiungendo di ritenere che: «La paralisi strategica e il compimento di operazioni difficilmente spiegabili alla luce dell’interesse della società stia nel peso preponderante di Telco».

Critiche a cui Patuano ha risposto punto su punto. Giustificando la vendita degli asset argentini in base al peggioramento delle condizioni macroeconomiche del Paese sudamericano. Evidenziando il parere dei prof. Corielli e Tasca sull’esclusione del diritto d’opzione a tutti gli azionisti sul convertendo, poco adatto a investitori retail. Argomentando infine che il coinvolgimento della Cassa depositi e prestiti nello scorporo della rete – che ha tenuto banco per tutta la scorsa primavera – era subordinato al miglioramento delle condizioni regolatorie da parte dell’Agcom e alla realizzazione di investimenti proibitivi per la società, visto il debito monstre. Per ora si va avanti con la separazione funzionale (non societaria) della gestione della rete fissa.

Ora Fossati avrà più tempo per organizzare «una squadra più professionale intorno a un progetto più dettagliato». Tanto di governance quanto a livello di piano industriale. Come ha raccontato a Linkiesta Oscar Cicchetti, responsabile della strategia globale di Telecom: «Le nostre sono reti nate come reti di comunicazione one to one ma stanno diventando reti di distribuzione di contenuti e applicazioni». Tradotto: i margini passano da qui, in un contesto di competizione al ribasso e in un Paese, l’Italia, dove la televisione via cavo non è mai esistita e di conseguenza gli investimenti infrastrutturali per veicolarla. Lo stesso Patuano ha ammesso che sarebbe ben felice di far pagare Google per l’utilizzo della rete di Telecom. Prima di configurare una strategia del genere, passerà molto tempo. Per questo i dividendi del Brasile – dove il mercato del mobile broadband è lungi dall’essere saturo, come in Italia – sono essenziali. Marco Fossati e Marco Patuano lo sanno bene.