Serie mon amourTutte le cartucce di J.J. Abrams

Persona d'interesse

Galeotto è stato Lost. Inutile dirlo, tutti (anche quelli che hanno criticato il finale della serie, anche quelli che dal vortice dell’isola non si sono mai lasciati catturare), tutti, dicevamo, quando sentono il nome di J.J. Abrams drizzano le orecchie. Lo show che si apriva con quella macro sull’occhio di Jack, sopravvissuto allo schianto del volo Oceanic 815, ha rappresentato il lasciapassare per il regista, produttore, sceneggiatore all’interno di quel ristretto circolo di vip che tutti conoscono, tutti stimano, tutti amano, a priori. Per le serie TV non funziona come per il cinema o la letteratura: qui regista e autore sono obbligatoriamente menzionati. Una serie, invece, ha più registi che intervengono nei diversi episodi, ecco che il nome altisonante dovrebbe essere rappresentato da quel “created by” che spesso però viene ignorato. 

Non nel caso di Abrams. Che poi, a dirla tutta, lui aveva già plasmato due chicche per la TV ben prima di Lost (2004), ovvero Felicity (1998) e Alias (2001), ma fino ad allora il suo era solo uno dei tanti nomi nel mucchio. Oggi non c’è nessuno invece che non provi un piccolo brivido lungo la schiena quando scopre che il papà dell’isola misteriosa ha sfornato un altro baby. L’ultimo, in ordine temporale, è Almost Human. Inutile dire che l’eccitazione per una sua nuova serie è palpabile e reale: in tutti i gruppi online, i forum e i blog, i fanatici seriali si dilettano a contare i giorni e riempono le pagine di commenti e anteprime. E questo sulla testa di J.J. Abrams pesa come un macigno: le aspettative, si sa, sono pericolose. Tutti anelano al nuovo Lost e sono pronti a incrociare le braccia e a mettere il broncio laddove le attese non vengano soddisfatte. 

Il produttore americano è – riportandolo su un piano terreno e eliminando l’alone di leggenda che lo circonda – uno che ha un ottimo fiuto per l’intrattenimento e ha saputo educare il proprio pubblico, abituandolo anche a un altro tipo di spettacolo: merito di Person of Interest (2011), un procedural atipico, tecnologico e nerd, che dietro semplici indagini quasi-poliziesche nasconde una struttura e un plot convincente e che – va detto – vanta tra i protagonisti Michael Emerson, l’eterno Benjamin Linus della serie sui sopravvissuti al disastro aereo. Ma dimenticatevi di Lost: il giusto metro di paragone per Almost Human è proprio Person of Interest. A questo si aggiunge un lungo elenco di produzioni cinematografiche: da Blade Runner a Atto di forza, passando per Minority Report e Io, robot. L’immaginario futuristico messo in scena nella nuova creazione non è tutta farina del suo sacco: il 2048 sembra ricalcare i diversi cliché che il grande schermo ci ha già presentato. Qui fa la sua comparsa il duo di protagonisti, novelli Finch e Reese: da un lato il burbero e solitario detective John Kennex, dall’altro il damaged droide Dorian, una macchina programmata per provare emozioni umane.

La premiere andata in onda domenica 17 novembre negli States ha ottenuto ottimo esito, 9.1 milioni di spettatori per un rating del 3.1, un risultato eccellente se si considera che ha dovuto scontrarsi con il re degli ascolti americani, lo sport. A dimostrazione che a J.J. Abrams una chance la si concede, ma anche due o tre. Già dalle base si capisce che il nuovo show non sarà rivoluzionario come la serie che gli ha regalato fama e gloria, ma le premesse per realizzare quantomeno un nuovo Person of Interest ci sono tutte. Per il resto attendiamo con ansia, perché il genio visionario ormai entrato nel mito è una fucina di idee e tante sono in lavorazione. È da poco uscito un suo nuovo progetto, S, un libro scritto a quattro mani con Doug Dorst presentato in Rete lo scorso agosto con un misterioso teaser diventato subito virale. Il 2014, poi, sarà l’anno di Believe (previsto per la mid-season e realizzato insieme a Alfonso Cuarón, il regista di Gravity) e il conto alla rovescia è già iniziato. Ancora una volta. 

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