Furti non intelligentiUn reato contro l’intelligenza (degli italiani?)

Un reato contro l'intelligenza (degli italiani?)

Internet è una caramella. Con un po’ di slancio lirico potremmo vederci una farfalla: la dilatazione del corpo centrale non dovrebbe essere un ostacolo per la fantasia, in fondo conosciamo tutti Botero. Il grafo dei link lo mostra così da quando è stato disegnato da Andrei Broder e dai suoi sette collaboratori nel 2000.

Il grafo ha un’area centrale, SCC, in cui ogni pagina è connessa con tutte le altre. I contenuti che si raccolgono in questo nucleo sono quelli che affollano le grandi directory come Wikipedia o Yahoo! Ai lati di questa struttura centrale ce ne sono due, IN e OUT, con caratteristiche opposte. IN è composta da pagine molto recenti non ancora granché conosciute dagli utenti del Web, che linkano quelle di SCC, ma non ne sono a loro volta linkate. Al contrario, OUT è composto da documenti digitali che sono linkati da quelli di SCC, ma che a loro volta non linkano SCC. Sono pagine di grandi enti molto importanti, che dispongono solo di link interni. Dalle strutture di IN e OUT si dipartono altri filamenti, FIL, che sono composti da pagine che sono linkati direttamente da IN e OUT, ma che non raggiungono e non sono raggiunti dai link di SCC. Infine, esistono aree isolate esterne che non sono raggiungibili in alcuna maniera.

Volare sulle ali della farfalla

L’obiettivo di chiunque voglia sopravvivere in un’economia digitale dominata dalla Rete è quella di spostare la propria comunicazione dall’area IN verso quella SCC o OUT, evitando con cura le zone FIL e, ancora peggio, le isole disconnesse. Il motivo per cui ne parlo in questo articolo è che i provvedimenti in corso di approvazione nel Decreto Destinazione Italia e nella Legge di Stabilità impediranno a chi in Italia vuole far volare una nuova economia fondata su innovazione e conoscenza di poter entrare nelle ali o nel corpo della farfalla. Il nostro Paese sarà escluso per legge dalla possibilità di essere competitivo nei settori più strategici dello sviluppo internazionale.

In Italia per la borghesia il gesto di disprezzo nei confronti «del computer» e del suo utilizzo è ancora un segno di distinzione: chi è sensibile, colto e depositario di un capitale formativo universitario, deve ancora esibire il suo disinteresse per i dispositivi informatici, la sua scarsa dimestichezza con termini come url, server, query. Nessuno in fondo vuol essere scambiato per un vile maccanico. Non è cambiato nulla dai tempi degli aristocratici secenteschi che Manzoni dileggia nei Promessi Sposi per la loro arroganza o per la loro pedanteria, e dalla loro visione del mondo che scinde un mondo raffinato del pensiero, da un mondo contaminato dalla tecnologia e dall’uso delle mani. Ah, un dettaglio: questa visione del mondo è fallita ai tempi della Rivoluzione Francese.

Su questo errore drammatico di prospettiva, le lobby che hanno lavorato alla stesura dei documenti presentati dal governo hanno potuto muoversi con agio per paralizzare il paese sulla difesa del loro diritto a non innovare e a costringere chiunque altro ad adeguarsi. Abbiamo già raccontato quello che è accaduto nel disinteresse dell’opinione pubblica; vale la pena puntualizzare i due momenti più drammatici.

Visualizzi dall’Italia? Un fiorino!

Le intenzioni connesse alla normativa cosiddetta «webtax» si sono chiarite dopo la correzione introdotta il 18 dicembre. Per spiegare che la manovra intende rastrellare soldi proprio da Google e non da altri attori, la Commissione Bilancio ha tagliato il testo presentato da Francesco Boccia esigendo l’emissione di una fattura con partita IVA italiana soltanto per l’acquisto di «spazi pubblicitari online» e di «link sponsorizzati…visualizzabili sul territorio italiano durante la visita di un sito o la fruizione di un servizio online attraverso rete fissa o rete e dispositivi mobili». Visualizzabili sul territorio italiano?!

Chi ha scritto questo testo forse ritiene davvero di vivere in Cina o in Iran – e anche lì questo enunciato sarebbe comprensibile soltanto in parte. In ogni caso, i suoi impegni nelle partite di caccia alla volpe devono avergli impedito negli ultimi quindici anni di immergersi nell’esperienza di consultare le pagine del Financial Times o del Wall Street Journal, scoprendo che da Milano, da Roma, ma persino – meraviglia delle meraviglie – da borghi medievali intatti come Montelupone o Visso (a chi si chiedesse cosa sono, allego il mio compianto e un invito a esplorarli senza indugio), si vedono esattamente le stesse pagine che appaiono sui monitor collocati a Londra, o a New York, o a Hong Kong. L’unica differenza per ora è che molti borghi in Italia non vedono nulla, né contenuti redazionali né pubblicità, perché la fibra ottica non arriva; mentre da quando sarà approvata la legge, la nuova distinzione prevederà che lo stesso imprenditore chieda una fattura con partita IVA italiana per le sue inserzioni cliccate in Italia, e una fattura senza partita IVA italiana per lo stesso banner nella stessa pagina visualizzata all’estero. Provate a indovinare in che modo le aziende cercheranno di semplificare questa matassa burocratica senza senso.

Se il link è meritocratico, non lo vogliamo

Per strutturare un accesso legale alla Rete occorrerebbe modellare le norme su una comprensione molto profonda della natura sociale e tecnologica di Internet. Uso la parola natura a causa della sua paradossalità nel momento in cui si parla di un prodotto così tipicamente culturale come il Web; la adotto dalla tradizione fisiocratica (e quindi da quella liberale), che raccomandava la necessità da parte dello stato di seguire il corso degli eventi controllando il loro effetto, piuttosto che imporre una volontà arbitraria dall’esterno: qualunque strada differente semplicemente non funziona. Quando si parla di Internet, è necessario sapere che la caramella dei link in entrata e in uscita rappresenta la forma essenziale per la produzione e la rintracciabilità dei contenuti, per la circolazione del credito, per l’indicizzazione e il ranking sui motori di ricerca, per il valore commerciale delle pagine. Qualunque documento in Rete può aspirare a riscuotere qualche grado di influenza sociale e culturale, e un qualunque valore economico, soltanto se entra nel flusso delle ali e del corpo centrale della farfalla. 

Laddove sia stata apposta dichiarazione di riserva, la riproduzione, la comunicazione al pubblico e in ogni caso l’utilizzazione, anche parziali, in ogni modo o forma, ivi compresa l’indicizzazione o aggregazione di qualsiasi genere, anche digitale, di prodotti dell’attività giornalistica, compresi la forma e il contesto editoriali, pubblicati a stampa, con mezzi digitali, tele-radiodiffusi o messi a disposizione del pubblico con altri mezzi, è consentita solo previo accordo tra il titolare del diritto di utilizzazione economica dei prodotti medesimi (…)

Chiunque abbia concepito una norma di questo genere dispone di una comprensione della struttura funzionale dei link persino inferiore alla dimestichezza che mostra con la sintassi italiana. Questa regola esclude che una pagina autorevole possa essere linkata da altri senza un accordo economico con l’editore, e insieme precisa che i motori di ricerca sono sottoposti alla stessa restrizione. La pagina non deve essere citata, né rintracciata sui motori di ricerca. 

I soggetti che si sono impegnati a redigere una simile sciocchezza, e a far approvare l’articolo di legge, non si accorgono che gli effetti della norma, se mai si potesse applicare, sancirebbero la rovina dei loro prodotti digitali. Se i documenti online non vengono linkati non vengono trovati, e se non vengono trovati non vengono cliccati. Senza gli ingressi da Google, si azzera il conto economico sostenuto dalla pubblicità tabellare. Questa catena causale suonerà come un noioso tecnicismo per chi frequenta i tavoli politici più alti e calca i campi da golf (o la caccia alla volpe), ma può produrre una catastrofe sul suo conto in banca senza che i cinesi o l’euro possano essere convocati al banco degli imputati.

Ma quanto costa?

Non è nemmeno chiaro in che modo l’amministrazione pubblica intenda controllare l’applicazione della legge. I motori di ricerca, come Google, indicizzano le pagine passando da un link all’altro. Si tratta pertanto di un metodo di ricognizione che lo Stato non potrebbe seguire per raggiungere lo scopo. Naturalmente, finché l’amministrazione pubblica intenda rimanere nell’ambito della legalità che essa stessa ha stabilito. L’alternativa sarebbe pagare un esercito di recensori umani che collezionino uno ad uno tutti i documenti online visibili dall’Italia, che purtroppo coincidono con i 50 miliardi di pagine che si stima siano disponibili per il resto del globo (per non parlare dei 60 milioni di contenuti nuovi postati ogni giorno su Facebook, il mezzo miliardo di messaggi quotidiani inviati via Twitter, ecc.). Visto che l’aggiunta di un link è un’operazione che costa da pochi secondi a pochi minuti di lavoro, la legione di controllori dovrebbe peraltro tornare a verificare lo stato dei file online con una certa frequenza. Quanto costa questa operazione? 

La Francia è la nazione europea che ha tentato di istituire il dispositivo di più ampio respiro per il controllo della pirateria online. La legge che ha dato vita all’Hadopi passa l’esame della Corte Costituzionale il 22 ottobre 2009 e prevede tre gradi di intervento contro le infrazioni al copyright. Il soggetto che viene colpito dalle azioni repressive dell’amministrazione pubblica è il titolare del contratto di accesso alla rete della postazione da cui vengono registrate le violazioni. Dopo due avvisi (prima per email, poi per raccomandata), alla terza replica di atti illeciti la connessione viene staccata per un periodo da due mesi a un anno, e il soggetto è sottoposto ad una pena pecuniaria.

Il 10 luglio 2013 il governo francese revoca la legge ponendo fine all’esperienza repressiva dei tre gradi di intervento. The Guardian sottolinea che l’intero esercizio del mandato è costato svariati milioni di euro, ma in poco più di due anni Hadopi ha sospeso l’accesso alla Rete ad un solo individuo per 15 giorni, comminando una multa di 150 euro. Un mostro di inefficienza.

Gli americani avevano progettato un intervento normativo, etichettato con l’acronimo SOPA, volto ad obbligare i giganti della Rete a controllare e rimuovere a proprie spese i contenuti accusati di violare il copyright. Il tentativo è fallito prima ancora di raggiungere le aule del Parlamento, in seguito alla minaccia della cosiddetta Net Coalition di chiudere per sciopero il 23 gennaio 2012. L’alleanza includeva alcuni dei più grandi nomi del Web, da Google a Yahoo! a Wikipedia. Facebook si è segnalata per l’ambiguità del suo atteggiamento.

La variante europea di SOPA, chiamata ACTA, è stata bocciata dall’esame tecnico del Parlamento di Bruxelles prima di avviare l’iter di approvazione.

Che il fallimento sia uguale per tutti

Il modello francese non è paragonabile alla struttura di intervento progettata a Roma, perché l’obiettivo era puntato contro la pirateria individuale; al contrario, lo scopo dei provvedimenti di casa nostra è battere cassa direttamente dai giganti della Rete internazionale passando come un rullo compressore sull’ecologia del Web italiano. D’altra parte, gli unici luoghi in Italia dai quali accade di visualizzare uno spazio Internet particolare, non condiviso da tutti gli altri utenti del mondo, sono le stanze degli amministratori delegati dei Gruppi editoriali e le sale dei palazzi in cui i politici comprano e vendono incarichi e provvedimenti. Questi signori parlano di cose che esistono solo nella loro immaginazione, sprezzando ogni confronto con la realtà.

Se questo conducesse solo al loro fallimento, sarebbe veramente poco grave. Il problema è che si vuole impedire il loro fallimento per legge attraverso un meccanismo normativo che in realtà ne accelererà i tempi; ma soprattutto, l’ignoranza che presiede alle scelte compiute impedirà ai migliori ragazzi italiani di accedere ad esperienze professionali degne del loro talento, e vieterà di introdurre nel nostro paese i vantaggi dell’innovazione. Per loro, per tutti quelli che cercano di riequilibrare il rapporto tra le capacità personali e la prospettiva di accesso ad un ruolo centrale nel cuttin’ edge dell’attualità culturale o scientifica o tecnologica (che, sia detto per inciso, sono di fatto sinonimi), l’Italia non è il pese in cui abitare. I nostri progetti web non troveranno finanziamenti dall’ambiente naturale che li provvede, quelli della pubblicità, delle sponsorizzazioni e degli investimenti di capital venture – mentre i giganti della Rete continueranno a tenersi alla lontana dal nostro paese. Nessuno cerca di sottoscrivere contratti in un luogo in cui vige una cultura paragonabile a quella mostrata dagli Azande davanti ai colonizzatori europei. Al massimo ci regaleranno qualche specchietto, in cui visualizzare ciò che resta del contributo italiano al progresso tecnologico della Rete. Un cumulo di rovine.