2014, l’anno della sfida africana sui mercati mondiali

I protagonisti dell'economia globale

Fare previsioni economiche è qualcosa di altamente rischioso. Troppe variabili, troppe incognite. A distanza di sei anni e mezzo dallinizio della crisi globale, cioè quando crollò il mercato immobiliare statunitense sotto i colpi dei mutui subprime, leconomia mondiale sta per affrontare un nuovo anno di transizione. Il 2014 sarà ciò che è stato il 2013. Fra incertezze, squilibri e mancanza di leadership globale, è difficile ipotizzare un anno diverso. Leurozona è ancora alla ricerca di un centro di gravità, ma qualche barlume di speranza è giunto. L’America dovrà affrontare la droga monetaria che ha iniettato sui mercati dal 2007 a oggi. I Paesi emergenti cercheranno di evitare un pericoloso hard landing che potrebbe essere causato dagli Usa. LAfrica proverà a prendere un posto di rilievo nello scacchiere internazionale. E lItalia? Dovrà dimostrare di credere ancora nel futuro. 

Leurozona ha di fronte a sé una sfida che a oggi sembra insormontabile. Ora che il rischio di convertibilità delleuro si è ridotto ai minimi da due anni a questa parte, deve prendere atto che non ci possono più essere ritardi nella ricostruzione del progetto originario. In altre parole, dovrà dimostrare la propria maturità. Il primo passo è quello dellunione bancaria, le cui basi sono state poste nelle scorse settimane. Sarà un patto imperfetto, frutto della mediazione fra le anime delleurozona, che non riuscirà ristorare la fiducia degli investitori. Sarà necessario uno sforzo maggiore, ma che non arriverà. Primo perché ci saranno di mezzo le elezioni europee e il rinnovo delle principali cariche istituzionali europee. Secondo perché non cè abbastanza armonia per garantire a questa struttura dellarea euro una solidità di fondo. Loccasione da non perdere è quella dellAsset quality review (Aqr) della Banca centrale europea (Bce), che dovrà guardare nellabisso dei bilanci delle banche delleurozona. Il pericolo è che gli interessi politici siano talmente elevati da vanificare gli sforzi di trasparenza e vigilanza. In ogni caso, quello sforzo in più di cui sopra si chiama unione fiscale, e su questo versante le tempistiche sono incerte. I progressi della zona euro sono lenti, lacunosi e rischiano di subire ulteriori ritardi a causa delle spinte populiste che si accrescono di intensità giorno dopo giorno. Il timore è che, ancora una volta, il bizantinismo delleurozona sarà a prevalere. Tuttavia, ci sono segnali positivi, specie sul fronte degli Stati sovrani che fra il 2010 e il 2012 hanno richiesto un piano di salvataggio alla troika composta da Commissione Ue, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale. L’Irlanda è tornata sui mercati obbligazionari con un’emissione decennale che ha incontrato il favore degli investitori, soprattutto stranieri. E Dublino è uscita con successo dal bailout, così come ha fatto la Spagna per quello inerente il settore bancario domestico. Perfino il Portogallo, uno dei Paesi in cui le missioni della troika sono state oggetto di ritardi a causa di una difficile negoziazione con le autorità locali, ha annunciato che presto uscirà dal cappello di Commissione Ue, Bce e Fmi e rientrerà sui mercati obbligazionari. Uno spiraglio di speranza c’è anche per la Grecia, che però è molto indietro con le riforme strutturali richieste dalla triade. La riluttanza della classe politica locale all’adozione di tali misure, spiegano dalla Commissione Ue, sarà però presto superata. E forse anche Atene ritroverà l’accesso ai mercati nel corso dell’anno. Certo, per l’eurozona il lavoro a livello di sistema è ancora molto e farlo coi venti della deflazione che spirano, sintomo di un rallentamento della domanda interna, non è facile. Ma ora che la pressione dei mercati è minore c’è anche più tranquillità per programmare il futuro dell’Unione economica e monetaria. Non bisogna correre però il rischio, quello che si sta verificando in Italia, di sedersi sugli allori proprio perché manca un pungolo esterno. La sola politica monetaria della Bce, che sta utilizzando ogni cavillo del proprio statuto per sostenere l’eurozona periferica, non potrà mai sostituirsi all’operato dei governi nazionali, che devono essere consci che introdurre riforme come quella del mercato del lavoro e del fisco non è un vezzo, è una priorità.

Gli Stati Uniti stanno per scoprire in che modo sarà possibile gestire luniverso del dopo Quantitative easing. Dopo aver irrorato lintera economia mondiale con liquidità a basso costo, dovrà gestire lexit strategy in modo oculato per evitare di causare shock. Non sarà un compito semplice, ma la Federal Reserve garantisce che non ci saranno problemi. Il primo responso dopo l’annuncio del tapering, l’assottigliamento, del Qe si è avuto dai mercati emergenti. Un deflusso di circa 100 miliardi di dollari, secondo l’analisi di HSBC, si avrà nel primo trimestre dell’anno. Saranno le banche centrali degli Emergenti, che hanno iniziato a mutare l’assetto delle proprie riserve valutarie, evitando di detenere ancora i dollari in modo da evitare un impatto troppo pesante sulle valute nazionali. Un fenomeno che caratterizzerà tutto il 2014 della Federal Reserve. Sarà Janet Yellen, la prima donna alla guida della Fed, a gestire la transizione dal regime di maxi liquidità, la nuova normalità per i mercati finanziari, al ritorno a una politica monetaria ordinaria. In tutto questo, Wall Street dovrà dimostrare che leuforia vissuta nel corso del 2013, lanno dei record per S&P500 e Dow Jones, non è stata basata sullirrazionalità. Ma Wall Street dovrà anche prendere coscienza che gli errori compiuti nel recente passato – Bear Stearns e Lehman Brothers sono ancora nella memoria degli investitori – sono stati riconosciuti e assimilati. A differenza della zona euro, gli Usa hanno compreso che un cambio di passo, nel modo di intendere la finanza e i relativi meccanismi, era doveroso. Tuttavia, il cambio di modello, specie sul fronte degli incentivi e dellazzardo morale, deve ancora concretizzarsi. Ci sarà un anno di tempo per portarsi avanti e dimostrare che lAmerica finanziaria è ancora la più avanzata, mentre lo stesso non si può dire di quella politica o diplomatica. 

A tirare leconomia globale saranno ancora una volta Brics e Mikt. Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica e ancora Messico, Indonesia, Corea del Sud, Turchia. E a questi si potranno aggiungere Cile, Perù, Laos e Vietnam. Sono queste le economie che traineranno tutte le altre, grazie alla domanda di beni che continua ad aumentare, alla corsa allurbanizzazione e a fattori produttivi che, sebbene basati sul modello occidentale, non hanno ancora saturato i singoli sistemi. Rimangono diverse incognite. Quella più grande è legata al tapering del Qe da parte della Fed. Lenorme mole di liquidità finora erogata dalla banca centrale statunitense avrà ripercussioni per tutte queste economie, le cui riserve valutarie sono in prevalenza rappresentate da dollari americani. Ed è plausibile che, una volta che lassottigliamento del Qe sarà a pieno regime, ci possa essere una flessione nella crescita sia dei Paesi emergenti sia in quelli sub-emergenti. Laltro grande quesito è legato alla vigilanza finanziaria in queste aree. Troppo lacunosa, troppo dozzinale, troppo inadeguata rispetto alla grandezza assunta dalle economie in questione. Lanno degli Emergenti dovrà per forza essere focalizzato sulla riduzione degli squilibri macroeconomici presenti. Dalla fragilità del settore creditizio della Cina alla debolezza del mercato interbancario indiano, passando per la precarietà del sistema industriale brasiliano, sia i Brics sia i Mikt dovranno iniziare la transizione verso economie più sostenibili nel lungo periodo. Farlo con il tapering attivo non sarà facile. 

Volendo fare una previsione che sa di azzardo, si può dire che il 2014 sarà lanno dellAfrica. Secondo il World Economic Outlook (WEO) del Fmi sarà lAfrica sub-sahariana larea macro a registrare il più elevato tasso di crescita a livello globale nel 2014. Nello specifico, una crescita di 6 punti percentuali rispetto lanno precedente. A spingere saranno Costa dAvorio, Marocco, Mozambico, Nigeria, Angola, Gabon, Ghana. Paesi in cui gli investimenti diretti esteri aumenteranno e, se sarà lasciato loro abbastanza spazio, potranno essere fondamentali per il ribilanciamento delleconomia globale. Gli assi del potere economico e finanziario si stanno spostando, e a fronte di un ritracciamento delle economie sviluppate e di quelle emergenti, la vera sorpresa potrebbe arrivare dal continente africano. Secondo gli analisti di UBS, il maggior aumento di investimenti diretti esteri su base annuale si avrà in Africa, con un incremento del 23% rispetto al 2013. Sono partiti gli investimenti, soprattutto cinesi e tedeschi, per l’introduzione della banda larga. Come spiega il Credit Suisse «attualmente in Africa per i servizi mobili a banda larga si contano meno di 5 abbonamenti ogni 100 abitanti». Poco se comparato alla copertura per i Paesi sviluppati, 51% della popolazione, e per gli Emergenti, 8% della popolazione. Ma la situazione è in rapida evoluzione. La banca elvetica spiega che «in tutto il continente è in atto l’installazione di reti wireless mobili 4G ad alta velocità, e ciò rende l’Africa il mercato delle telecomunicazioni dalla crescita più veloce a livello globale». Anche per questo, la novità dell’anno potrebbe essere proprio l’Africa. 

Infine, lItalia. Nessuno si è dimenticato dellItalia. È tuttavia abbastanza desolante provare a ipotizzare il futuro di un Paese che il futuro ha dimenticato cosa sia. La recessione che ci ha fatto compagnia sta lasciando lo spazio a una stagnazione che rischia di fare ben più danni, specie se unita alla riduzione del livello generale dei prezzi che da tre mesi ha iniziato a verificarsi. La tiepida ripresa che si verificherà, probabilmente il tasso di crescita sarà inferiore al punto percentuale, sarà merito della domanda esterna, e non di quella interna. E il Paese vivacchierà fra la fragilità del governo, un economia devastata, un fisco sempre a livelli record, così come il debito pubblico – le emissioni per il 2014 ammontano a circa 470 miliardi di euro, fra le altre cose – e l’incapacità di avere un orizzonte temporale politico abbastanza lungo da tranquillizzare del tutto gli investitori. Ancora una volta la sensazione è quella, triste e avvilente, che il 2014 sarà un anno di occasioni perdute. Sia il 2012 sia il 2013 dovevano essere gli anni delle riforme strutturali capaci di fare cambiare registro al Paese. Sono invece stati anni nei quali si è sprecato tempo per proteggere posizioni acquisite e briciole di potere. Il mondo è cambiato, ma nessuno pare che se ne sia accorto in Italia.