A Davos i banchieri vanno a scuola da Google

Nuove visioni post-Lehman

Il concetto è semplice. Lavorate troppo, lavorate male e non avete interessi. È questo il monito principale che arriva dai banchieri da Davos, dove si sta svolgendo il World Economic Forum. Un monito indirizzato ai giovani che entrano nelle banche dinvestimento e che, nella maggior parte dei casi, lavorano solo per ottenere bonus sempre più elevati. «Manca la passione, mancano gli interessi collaterali, cè una lacuna di valori che i banchieri di un tempo invece avevano», dice perfino Jamie Dimon, numero uno di J.P. Morgan, uno che non si è mai fatto scrupoli negli affari. Però qualcosa sta cambiando. 

Il nuovo paradigma della finanza potrebbe quindi essere qualcosa di diametralmente opposto a quanto visto finora. «Lavorare meno per lavorare meglio», ha detto James Gorman, numero uno di Morgan Stanley. Che la Google-way, ovvero massima flessibilità e ampi svaghi per massimizzare la creatività, prenda piede anche nella finanza? Difficile che ci sia un mutamento così radicale, ma qualcosa potrebbe cambiare. Un primo passo è la riduzione delle ore lavorate per le figure junior. Bank of America-Merrill Lynch, Credit Suisse, Goldman Sachs e J.P. Morgan hanno già introdotto diverse novità per incentivare i più giovani ad avere anche una vita al di fuori dellufficio. Dalle attività ricreative ai sabati liberi, passando per un weekend al mese di riposo obbligatorio, le soluzioni scelte sono le più disparate. E sia Citigroup sia Deutsche Bank sia UBS stanno pensando a formule analoghe. «Ci siamo accorti che i nostri junior hanno dei problemi a relazionarsi coi clienti, che sono nel 90% dei casi delle persone più grandi di loro», ha detto Gorman, seguito anche dagli altri top banker mondiali. Lavorando troppo ed essendo troppo focalizzati sul profitto, sul denaro, i junior hanno dimenticato di coltivare altri interessi. E dato che un buon rapporto con un cliente, specie nel caso di una banca dinvestimento, non si dovrebbe esaurire solo parlando di mercati, opzioni, derivati e altre amenità tecniche. Allo stesso modo, loff the topic non dovrebbe essere rappresentato solamente da dove si beve il miglior champagne a Parigi o Singapore. 

Dobbiamo attenderci che le nuove leve delluniverso bancario siano tutte esperte di musica, teatro, poesia, arte o cinema dessai? Secondo Gorman il punto non è questo: «Non pretendiamo che diventino dei melomani o degli appassionati di filologia romanza, ma solo che sappiano coltivare delle passioni al di fuori dellufficio». Larricchimento personale come nuovo metodo di lavoro? È questo lobiettivo di Gorman, il suo modo di intendere il cambiamento nel mondo della finanza, quello di cui si sta parlando a Davos. Ed è infatti questo uno dei temi che è emerso nelle prime due giornate del WEF. «Non siamo intimoriti dalla regolamentazione, quanto dai problemi etici che deriva da una certa mentalità», ha continuato Gorman nella sua invettiva. Nessuno dei presenti lo ha contraddetto. Del resto, è chiara quale sia la mentalità che va per la maggiore oggi.

La finanza sta tornando alle dimensioni degli anni precedenti a Lehman Brothers, complice unimpostazione mentale distorta. Massimizzazione dei profitti a discapito dei rapporti umani, mancanza di etica lavorativa, responsabilizzazione funzionale agli incentivi aziendali: ecco i “valori” di diverse galassie delluniverso finanziario. A Davos sono in tanti quelli che fanno riferimenti espliciti a una certa narrativa del mondo della finanza, che ha mitizzato figure che in altri contesti sarebbero state invece condannate senza se e senza ma. Basti pensare al cinema, da Wall Street per arrivare allultimo The Wolf of Wall Street, o alla letteratura. Il fascino è elevato, le menti vengono traviate e alla fine chi ne perde sono le banche stesse. Il concetto è chiaro. Più etica professionale può bastare? Certo, discuterne a Davos, in quella che è considerata la “settimana bianca dei banchieri”, non agevola. Perché una volta usciti dal centro congressi di Davos-Klosters è difficile non farsi travolgere dagli eventi collaterali. Dalle feste private ai vari eccessi che ancora si vedono e che sembrano ormai caricaturali di un mondo che nel frattempo è mutato. Per molti, Davos rappresenta ancora un paradiso bianco intoccabile dagli eventi esterni. Poi, c’è invece chi pensa che bisogna ripensare e adattare la finanza a ciò che è il resto del pianeta.

Limpressione è che saranno necessari diversi anni, almeno una generazione, prima che si possa parlare di cambio di forma mentis in modo radicale. La ricerca di una via etica del capitalismo moderno è ancora al centro della discussione nelle classi dirigenti mondiali, quasi tutte riunite a Davos. Vale davvero la pena provare a inserire più responsabilità nella finanza odierna? È questa una delle domande che si sta ponendo il World Economic Forum. Del resto, gli squilibri etici e le distorsioni create tramite un errato sistema di incentivazione, uniti a una mentalità frenetica e monotematica, stanno costando molto alle banche. Ne sono la prova di tutte le controversie legali nate negli ultimi sei anni proprio a causa delle malversazioni finanziarie. Solo per i contenziosi, nel 2013 Deutsche Bank ha dovuto sborsare 2,5 miliardi di euro. Ancora di più J.P. Morgan, che ha pagato multe miliardarie alle autorità statunitensi. Prendendo atto che, per ora, non cè un modello alternativo al capitalismo tale da garantire un tale processo di sviluppo sostenibile nel lungo periodo, bisogna capire come limare, come armonizzare, le deformazioni dovute alla carenza valoriale nei giovani. Un conto, dicono i più di Davos, è cambiare le regole. Un altro è cambiare la mentalità. Per quello, forse, ci vuole ben più di una generazione. 

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