
Capelli, belli capelli, capelli finti, cotonati, vaporosi, bigodinati, capelli lisci ricci a onde a chiazze, pettinati un po’ frou frou. American Hustle è in buona sostanza un film di capelli, i quali molto più degli occhi rispecchiano le ambizioni, le paranoie, i conflitti, i desideri dei personaggi che animano la scena. In linea con i precedenti lavori, David O. Russell offre un cinema di patologie, di psicologie deformate, e sceglie come dettagli di metafora esattamente loro: i capelli.
Il film si apre con una scena che subito ci immette nella drammaturgia pilifera della storia: il protagonista Irvin sta cercando con goffa destrezza di attrezzarsi sul cranio lucido un inguardabile toupet. Peggiora le cose osservare che si tratta di Christian Bale, ingrassato di almeno venti chili, il che è la prova che anche Batman può trasformarsi in un bidone dell’immondizia. Irvin appronta il suo costume tricologico, esattamente come fanno i suoi compari: capelli per capelli il film è tutta una danza di travestimenti, di gente che slitta dal proprio in un altro ruolo, un ruolo che magari sogna ma non gli appartiene o che deve rivestire obbligata dagli eventi.
American Hustle catapulta i suoi personaggi, già per loro natura camaleontici, in una vicenda che prevede una delicata operazione di polizia allestita come una truffa modello “stangata” a danno dei cattivi. In mezzo c’è la mafia (con un De Niro di ritrovata bravura nei panni di un boss per pochi ma grandi minuti in scena), c’è l’azzardo di Atlantic City, c’è la politica locale che oscilla tra tutela comunitaria e giochi sporchi, c’è la salsa italoamericana dei broccolini sempre in odor di malaffare (Russell, nonostante il cognome, è italoamericano per parte di madre, precisamente calabrese, al che lui tiene molto), e c’è soprattutto l’America del 1978, combattente tra ansia di prestazione e cafoneria come stato dell’anima.
Del toupet di Bale si è detto. Il pelo oscillante tra il riccio e il liscio di Sydney (una Amy Adams magistrale) pure è tutto un programma: segnale castano di un personaggio vertiginoso quasi come la sua scollatura e lo stacco di coscia, una pericolosa e sensuale navigatrice tra love story e accenti anglofoni. Biondo barocco come il suo parrucco è piuttosto il carattere di Jennifer, affidata a Jennifer Lawrence, vero portento nei panni della moglie di Irvin, stupida e furba come nessuna, una trucida regina del focolare in fiamme. Ricci e corti, trattati con bigodini rosa, sono invece i capelli dell’agente dell’Fbi, Richie DiMaso, interpretato da Bradley Cooper, roso dall’ambizione professionale e dall’insoddisfazione ormonale. C’è infine il ciuffo rampante un po’ grease del sindaco del New Jersey, Carmine Polito (Jeremy Renner), tangentaro ma a fin di (presunto) bene cittadino.
Questa galleria di trucco e ancor più di parrucco, colorata, eccessiva, iperventilata da una colonna sonora che assembla Bee Gees e Duke Ellington, Elton John e Wings, Donna Summer ed Electric Light Orchestra in un tappeto musicale praticamente ininterrotto e simil-scorsesiano, restituisce i contorni fracassoni e squillanti di un mondo di truffatori per indole, per caso o per mestiere, lanciati all’inseguimento, come milioni di loro simili, di quella parola che si chiama felicità. Perché la tensione di ognuno di loro è appunto la soddisfazione di sé, ma non nell’eccesso cinico dell’appagamento consumistico, ma proprio come attitudine sentimentale di chi, pur di realizzarsi, si prende tutti i rischi del navigare tra contraddizioni pericolose: il poliziotto che si finge criminale, il lavandaio che si inventa prestiti truffaldini, la casalinga che si fa donna di un boss…
Sono questi i tratti di un film riuscito, sincero nonostante i soggetti bugiardi che racconta, sgradevole quando deve, cattivo quando può, senza carinerie, forte e intenso come certi profumi che sanno di marcio: lo stesso profumo dello smalto di Jennifer, uno smalto che lei, erotica e irresistibile, ama così tanto da inebriarci tutti.