Brics, fine del mito? Si rischia il contagio globale

Squilibri macroeconomici

Dopo Turchia, India e Argentina, ora è il turno di Sudafrica e Brasile. I mercati emergenti continuano a essere sotto pressione e cè il timore di un contagio verso altre aree, come quelle sub-emergenti. E, nonostante esistano dei rischi di contagio verso le economie sviluppate, le principali banche dinvestimento globali non ritengono che questo sia uno scenario plausibile. Quello che è certo è che, forse per la prima volta dalla crisi asiatica del 1998, i Paesi emergenti sono tornati a essere al centro dellattenzione dei mercati finanziari. Il tutto in un quadro globale di totale instabilità, con uneurozona impegnata in un lento ritorno alla normalità e unAmerica che tenta, gradualmente, di ritirare la maxi liquidità erogata tramite il Quantatitive easing della Federal Reserve. 

Non sono bastate le misure straordinarie. Almeno per ora. Dopo il meeting demergenza della banca centrale, la lira turca ha continuato il suo deprezzamento contro le altre valute. Lo stesso ha fatto il rand sudafricano. Lo stesso ha fatto il peso argentino. Lo stesso hanno fatto le valute degli emergenti. Gli investitori temono che le autorità monetarie dei Brics (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) e dei Mikt (Messico, Indonesia, Turchia, Corea del Sud), possano intervenire – per esempio attraverso lintroduzione di restrizioni sulla libera circolazione dei capitali – per frenare la fuga degli operatori. Il massiccio sell-off visto in queste settimane, avverte HSBC, non è che linizio. Il peggio, specie con lavanzamento dellassottigliamento del QE della Fed, deve ancora arrivare. Anche perché, lo ricorda la banca angloasiatica, il 63% delle riserve valutarie mondiali è denominato in dollari statunitensi. Più la Fed riduce la liquidità esistente, più si amplificano le distorsioni domestiche delle economie emergenti, più si restringono le vie di accesso al credito dei sistemi bancari di questi Paesi. E questo potrebbe peggiorare con l’innalzamento dei tassi d’interesse da parte delle banche centrali a livello globale, dopo il più lungo periodo di Zero-interest rate policy dal Secondo dopoguerra a oggi. In sostanza, una spirale della morte. 

Se si sommano tutti i fattori, è facile capire perché Nouriel Roubini, leconomista rockstar della New York University, abbia parlato, invece che di Brics, di Fragile Five. I Cinque fragili, spiega Roubini, stanno affrontando la più classica delle crisi di mezzetà, dopo due decenni di crescita oltre misura. Del resto, anche il Fondo monetario internazionale (Fmi) ha spiegato, lultima volta nel Global financial stability report dello scorso autunno, che si è giunti al punto in cui gli squilibri degli emergenti devono essere ridotti tramite riforme strutturali. Che siano concernenti la vigilanza macroprudenziali o che siano riferiti alle distorsioni delle partite correnti, o ancora che rientrino nellambito del commercio internazionale, poco importa. Con lassottigliamento del QE da parte della Fed, questi processi devono essere velocizzati come mai prima. In caso contrario, la volatilità sul mercato Forex osservata negli ultimi tempi potrebbe diventare la norma.

Per molti versi la sfiducia degli investitori, che hanno iniziato a vendere senza scrupoli asset legati ai Paesi emergenti non è altro che il sintomo di una malattia ben più virulenta. Già in settembre Raghuram Rajan, governatore della Reserve Bank of India, aveva lanciato lallarme: «Ci sono troppe situazioni borderline nelle economie emergenti». Chiaro il riferimento anche allIndia, nella quale il sistema bancario non è solo fragile, ma anche scarsamente vigilato. Leffetto domino della volatilità, partito dalla Turchia e poi trasferito agli altri Brics, è solo allinizio. Non è però così scontato che linstabilità di breve termine si protragga per un periodo tanto elevato da minare alla crescita globale. 

Cosa succederà dopo la tempesta attuale? Non è ancora chiaro quale potrà essere levoluzione di questa crisi. Secondo Goldman Sachs non ci sarà un contagio sui Paesi sviluppati. «I policymaker delle economie sviluppate hanno già affrontato due diverse crisi, quella subprime e quella delleurozona, con successo», spiega la banca americana guidata da Lloyd Blankfein. Per questo si sono già trovate in situazioni di emergenza, collegate a squilibri sia finanziari sia fiscali sia macroeconomici sia politici. In pratica, gli stessi che si stanno riproponendo nei Paesi emergenti. Allo stesso modo, questi ultimi hanno preso spunto, specie nella politica monetaria non convenzionale, dalle economie sviluppate e hanno accelerato la loro capacità di reazione agli shock, sia endogeni sia esogeni. Le divergenze fra aree economiche nel mondo post-Lehman Brothers possono quindi, secondo Goldman Sachs, essere appianate con più facilità che in passato. Facile dirsi, più complicato a farsi, complici sistemi politici poco cristallini ancora meno inclini al rispetto dellindipendenza della banca centrale di riferimento, come nel caso della Turchia. 

Chi parla di un possibile contagio verso le economie sviluppate è invece Bank of America-Merrill Lynch. «È forse finita la grande corsa degli Emerging markets», spiega BofA-ML. Il paragone che viene naturale è quello con il vaso di Pandora. Una volta attivata lexit strategy da parte della Fed, è iniziata la grande fuga dai Paesi emergenti. Una fuga che potrebbe, continua la banca statunitense, colpire anche lAsia e, di riflesso, Usa ed eurozona. Tuttavia, bisogna essere oggettivi. La crisi di Brics e Mikt potrà anche essere profonda, e anche fisiologica, ma le economie avanzate hanno unexpertise abbastanza elevata per gestire quello che potrebbe accadere. Secondo i dati della Banca dei regolamenti internazionali (Bank of international settlements, o Bis), lesposizione del sistema bancario dei Paesi sviluppati verso quelli emergenti è di 5.000 miliardi di dollari, il 20% dellesposizione totale di questa area. Una cifra monstre, in valori assoluti. Una cifra che però deve essere ridimensionata se si prendono in esame i Paesi sotto pressione in queste settimane, cioè Brasile, Indonesia, India, Russia, Sudafrica e Turchia. Nello specifico, lesposizione è pari a 1.140 miliardi di dollari, meno di quella su Grecia, Irlanda, Portogallo e Spagna. Anche nel caso ci fossero nuove tensioni valutarie, Goldman Sachs ricorda che le azioni delle banche centrali, da Lehman Brothers a oggi, si sono fatte sempre più repentine e incisive. «È difficile che le autorità monetarie delle economie avanzate siano lente nellintervenire nel caso si concretizzi un contagio dagli emergenti», afferma Goldman Sachs. 

Se di contagio, per ora, parlano in pochi, la domanda che si stanno ponendo gli investitori è solo una: chi sarà il prossimo? Gli occhi sono puntati su quelle economie già fragili e che possono essere destabilizzate da un peggioramento della situazione politica. Dentro questi canoni rientrano quindi Thailandia, Ucraina e Venezuela. Secondo Morgan Stanley, sono loro i Paesi più esposti al contagio dellattuale crisi. A essi possono però aggiungersi anche le nazioni che nei prossimi 12 mesi hanno in calendario una tornata elettorale: Brasile, India, Indonesia, Sudafrica e Turchia. In pratica, tutte le economie oggi al centro della bufera.