Bryan Cranston: tutta la vita davanti

Ritratto di un buon cattivo

Definizione di Cranston Project Assessment Scale: una scala di valutazione per progetti cinematografici o televisivi che li classifica da poor – niente di che – a very good – molto buono – a seconda del punteggio che realizzano sommando le singole valutazioni di soggetto, sceneggiatura, ruoli, regia e cast. Una storia molto buona realizza dieci punti, un buon cast ne realizza solo due. Soggetto e sceneggiatura valgono di più, perché «un attore può alzare il livello di una brutta scrittura di un solo punto. Una sceneggiatura da C – e puoi essere Maryl Streep per quanto mi riguarda – puoi portarla al massimo a B». Dopo aver assegnato i punti di bonus (stipendio alto = +1, tanto tempo lontano dalla famiglia =  – 3, ecc.) il progetto viene scartato o tenuto in considerazione in base al risultato complessivo. Sotto i 16 punti non ci sono speranze, da 16 a 20 merita una considerazione, da 21 a 25 viene accettato senza troppo pensarci e si affronta con un certo entusiasmo dai 26 ai 32. «Argo era una proposta da ventotto, Ben Affleck era un regista da tre, ora è da quattro, grazie a quel film. Godzilla era un venti, da considerare con attenzione. Avevo qualche dubbio, ma dopo aver letto la sceneggiatura sono rimasto piacevolmente sorpreso». C’è qualcosa da aggiungere a questo ragionamento? Probabilmente sì.

La prima cosa è che il soggetto è Bryan Cranston. La seconda è che la CPAS è un sistema che lui stesso ha escogitato per decidere quali proposte accettare e quali scartare senza rimpianti. Questo è un ragionamento valido – e valido soltanto – se si possiede un’eccezionale mente matematica, si è dotati di un talento recitativo e adattativo fuori dalla norma, si soffre di una punta di disturbo ossessivo-compulsivo e si è chiamati a valutare decine di proposte diverse la settimana. Aiuta essere Bryan Cranston. 

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La prima volta che ho visto quello che sarebbe diventato il volto di Breaking Bad, quella faccia così equilibrata che ogni sorriso non fa che spezzarla in due – «quando sorride, confonde» ha detto Robin Dearden, sua moglie, a Tad Friend del New Yorker, «il sorriso non gli sta bene» – stava raccontando una barzelletta idiota sul Papa e Rachel Welsh nella sesta stagione di Seinfeld. Nel corso degli anni ’90 spuntava abbastanza di frequente tra le parti secondarie delle sitcom e delle serie più viste, da Baywatch a Flash. Aveva quella che si può definire una “presenza rassicurante”, facilmente adattabile alle produzioni per la prima serata e per le famiglie, ed è interessante che sia poi diventato il volto della cattiveria più pura. «Io non sono in pericolo, io sono il pericolo» o qualcosa del genere, è la battuta che uso più spesso per vendere Breaking Bad a quei pochi cocciuti che non l’hanno ancora vista. E amata. Poi me lo ricordo in Salvate il soldato Ryan, senza un braccio e con quel contegno militaresco che sembra portarsi sempre dietro, qualsiasi sia la parte che è chiamato a interpretare. Sono ricordi sporadici, immersi nella nebbia spumosa della mia bulimia televisiva, perché allora non si trattava ancora di Cranston, l’attore che tutti vorrebbero, che deve inventare un metodo statistico per valutare le parti che gli vengono offerte, che spolvera ogni settimana tre Emmy come migliore attore e ha contribuito a piazzare nel Guinnes dei primati lo show che lo ha incoronato, come serie più premiata nella storia della televisione. Poi, a un certo punto, nel 2006, è diventato “quello di Little Miss Sunshine”, un Walter White in potenza. La voce cavernosa e faticosa, la recitazione composta, la sottile tendenza a lasciar emergere il lato traballante dell’uomo dietro alla maschera.

È difficile spiegare il successo di Cranston diversamente dal processo, lento, sistematico e continuo di affermazione che – in più di un inquietante particolare – ricalca il mutamento di Walter White. Scorrendo la sua preparazione artistica, analizzando il suo passato televisivo, emerge indubbiamente una costanza che pochi altri hanno saputo mantenere nel percorrere una gavetta tardiva – ora ha cinquantasette anni e non parliamo di molto tempo fa –, accettata non con rassegnazione, ma con devozione per il lavoro e immensa eleganza. Ora che può permettersi tutto ha la vitalità di un ragazzino alle prime esperienze ed è capace di una lucidità assoluta, benedetta dal dono dell’improvvisazione. «Sa usare l’anarchia in maniera strategica, per rasserenare il set» scrive Friend. Alla sua prima esperienza dietro alla macchina da presa, per dirigere una puntata di Breaking Bad, si è presentato in basco, monocolo e frustino e per rompere il ghiaccio ha ripetuto a memoria – e con un intonazione tanto perfetta da confondere i fonici – il monologo di Samuel L. Jackson in Snakes on a Plane. La parodia di un perfezionista compiuta da un professionista così ligio da contare le sillabe delle battute che è chiamato a recitare, da cambiare le scene a suo piacimento senza mai uscire dal minutaggio. 

Prima di diventare quello che è, Cranston era qualcosa di simile a un caratterista, incastrato tra parti da poche battute e tantissime pubblicità. Entusiasta di un particolare deodorante, estimatore di quella o quell’altra marca di caffè e per-niente-umiliato fruitore della preparazione H. «Avevo il look da uomo qualunque, inoffensivo, non dispersivo, sbarbato. Ero adattabile». Trovandosi sempre per ultimo in coda ai casting, la sua tattica era quella di recitare in aperta contraddizione con il resto degli attori. Il dramma è conflitto, dopotutto. Al provino per Malcolm – sitcom della Fox che, di fatto, ha rappresentato il suo primo ruolo decisivo – sapeva che la figura della madre dei protagonisti sarebbe stata dilagante, chiassosa e molto scaltra, quindi ha deciso di rappresentare un padre remissivo, timido e ottuso. «Un modo geniale di assegnare alla parte un sottotesto» ha commentato Linwood Boomer, creatore della serie «alla terza puntata ci siamo resi conto di dover scrivere molto più per lui che per gli altri». Da lì all’affermazione il passo è stato breve. Il pubblico ha imparato a fidarsi dell’uomo della porta accanto, a tagliargli addosso una personalità di cui ci si potesse fidare e questo, a ben pensarci, è quello che ha reso credibile Walter White, il mite professore di chimica capace di trasformarsi in cattiveria distillata per il bene dei suoi. 

«Volevo che Walt somigliasse fisicamente a mio padre, che ora ha ottantanove anni, come se sembrasse molto più vecchio di quel che è in realtà». È la costruzione dell’uomo medio, ma abbastanza completo e gonfio di interpretazione da risultare solido quando decide di scendere lungo la via della perdizione. Così, semplicemente, come se fosse la cosa più normale – e insieme più attraente – del mondo. Il White del finale della quinta stagione, con duecentosei morti contati sulle spalle, è un cerchio perfetto. È l’apertura e la chiusura dello stesso personaggio attraverso il montare di una rabbia sempre più controllata e sempre meno controllabile. La massima prova d’attore che si possa sperare nell’epoca d’oro del drama.

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Se qualcosa contasse nel mondo in cui tutti parlano bene di tutti ma nessuno pensa bene di nessuno, pare che a Hollywood l’ammirazione per Cranston sia universale e spassionata. Immagino che si fondi sull’invidia per un successo planetario quanto inattaccabile, ma mi piace pensare che sia anche per quel suo approccio alla vita tanto positivo e pacifico da risultare evidente anche semplicemente dai backstage. «Bryan è la persona con cui ci si augurerebbe di trovarsi su un’isola deserta» ha detto Jane Kaczmarek, sua collega sul set di Malcolm, «non sarebbe solo di ottima compagnia, ma sarebbe in grado di costruire un rifugio e di procacciare del cibo». Aaron Paul, coprotagonista e personaggio controverso di Breaking Bad dichiara: «è il mio mentore e senza dubbio il più bravo attore con cui mi capiterà mai di lavorare». Frankie Muniz, che ha interpretato Malcolm nella serie omonima: «mi ricordo che pensavo, “caspita, voglio diventare come Bryan quando sarò grande”. Era il prototipo del papà dei film, forse addirittura troppo perfetto». 

Adesso che ha quasi sessant’anni, Cranston gira con l’aria di chi ha tutta una carriera davanti. Sfoglia copioni e riempie taccuini con le sue considerazioni e i calcoli di fattibilità per ogni singolo progetto, calca i set ridendo come se fosse l’unica cosa che lo completa, ma chi lo conosce al di fuori dell’industria sa che è il suo approccio standard per tutto. «Ha due qualità che gli invidio: non ha preoccupazioni e non ha paura» ha dichiarato sua moglie. Non so se questo basta a incoronare un attore – o una persona – come il migliore in circolazione, o se è solo l’ennesima tentazione di individuare quella che io, in modo del tutto arbitrario, chiamo perfezione. C’è da dire che Bryan Cranston ci si avvicina spaventosamente.  

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