Centrafrica: se l’interesse “europeo” è solo francese

L’Ue approva la missione in Centrafrica

Lady Ashton chi? Secondo un noto, ma tristemente vero, refrain, la politica estera dell’Unione Europea è materia sfuggente e impalpabile. Ma la colpa non è solo della poco carismatica baronessa inglese che, dal 2009, rappresenta una sorta di ministro degli Esteri della Ue (in burocratese “Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza”, una figura che ha sostituito l’antico commissario alle relazioni esterne, in un cambiamento più di forma che di sostanza). La radice dell’impalpabilità di quello che dovrebbe essere il secondo pilastro dell’Unione è altrove: gli Stati-nazione non hanno mai rinunciato a questa specifica quota di sovranità. In politica estera, nazionali sono gli interessi e le strategie. Si invocano le risorse degli altri Paesi membri, si fa appello a un’iniziativa comune, per perseguire un obiettivo che il singolo Stato fatica a raggiungere con le proprie forze.

L’esempio più recente è quello della Repubblica Centrafricana, dove un conflitto interno, che coinvolge musulmani e cristiani, dopo la defenestrazione del Presidente François Bozizé, dieci mesi fa, e la presa del potere delle milizie islamiche Séléka, sta assumendo tinte sempre più fosche. Una guerra civile secondo linee religiose ed etniche, in un Paese senza legge, in preda al caos. Secondo Jeffrey Feltman, capo degli affari politici dell’Onu, ben 2,2 milioni di persone, circa metà della popolazione centrafricana, avrebbero bisogno di assistenza. Nella sola capitale, Bangui, 513.000 abitanti hanno dovuto lasciare le loro case. Il numero di morti negli scontri è ancora imprecisato, anche se Amnesty International a fine dicembre parlava di almeno mille vittime.  

La missione dell’Unione Africana e quella della Francia, antica potenza coloniale, sono state recentemente rafforzate, su mandato Onu, ma non sono sufficienti a ristabilire l’ordine. Il leader dei Séléka, Michel Djotodia, aveva assunto la carica di presidente ad interim, ma, su pressione degli Stati confinanti, la scorsa settimana ha lasciato il Paese per rifugiarsi in Benin, in modo da favorire una soluzione politica. Nel frattempo le milizie cristiane, ribattezzate anti-Balaka (anti-machete), si stanno vendicando delle violenze subite dalla loro comunità negli ultimi mesi.

La stessa Amnesty ha lanciato un appello perché aumenti il numero delle forze di interposizione, allo scopo di proteggere i civili. E la Francia, il Paese maggiormente interessato alla stabilità dell’area – anche per preservare i contratti dell’Areva, il gigante energetico transalpino a cui fanno gola le miniere di uranio del Centrafrica  –  ha chiesto all’Europa uomini e risorse. Richiesta soddisfatta. È arrivato oggi 20 gennaio il via libera dei ministri degli Esteri dell’Unione europea riuniti a Bruxelles, all’invio di una missione, a sostegno delle forze di pace africane e francesi, nella Repubblica Centrafricana. Secondo una fonte diplomatica dell’Ue, il numero dei militari impiegati nella missione potrebbe arrivare fino a 500 unità. Mentre Al Jazeera parla di un migliaio di uomini. 

A dicembre, durante la riunione dei capi di Stato e di governo, al di là delle tradizionali promesse di rafforzare la cooperazione in ambito di difesa, non ci si er mossi dallo stallo.Il presidente Hollande aveva chiesto l’istituzione di un fondo comune europeo per sostenere gli interventi militari, lasciati, s’intende, all’azione dei singoli Paesi. Angela Merkel ha detto di no. Quando è stato affrontato l’argomento Centrafrica, il Belgio, la stessa Germania, la Spagna e il Regno Unito hanno garantito la fornitura di aiuti logistici, e la Polonia ha promesso di inviare un piccolo contingente a sostegno dei francesi, in modo da conferire all’operazione Sangaris – questo il nome dato all’intervento di Parigi, 1600 soldati in totale – lo status di missione europea e ottenere così un (modesto) supporto finanziario dell’Unione.

Venerdì scorso, in occasione della riunione degli ambasciatori presso il Comitato politico e di sicurezza della Ue, l’argomento è tornato di attualità. Secondo fonti diplomatiche, era già stato abbozzato un piano di azione “comune” da discutere durante il consiglio dei ministri degli Esteri del 20 gennaio.

Le opzioni sul tavolo sono due: inviare un certo numero di truppe, tra i 700 e i mille uomini, per mettere in sicurezza le strade strategiche che dalla Repubblica Centrafricana conducono fino in Camerun, oppure installare questo contingente a protezione dell’aeroporto di Bangui, in modo da consentire ai soldati francesi, ora fermi in quel sito, di operare altrove. Il mandato europeo, ovviamente, riguarderebbe anche la protezione dei civili e delle organizzazioni umanitarie presenti nel Paese.

I soldati, appartenenti agli eserciti di Stati membri, agiranno sotto l’egida di Bruxelles. Al momento solo l’Estonia ha annunciato un impegno formale, Belgio, Polonia, Svezia, Norvegia, Lituania e Slovenia saranno probabilmente della partita, mentre Italia, Germania e Gran Bretagna non parteciperanno all’intervento. In ogni caso, non si tratterà  dei cosiddetti battlegroups europei, la forza di reazione rapida dell’Unione, creata ben sette anni fa, ma mai realmente operativa. Il modello sarà quello della missione Eufor nella Repubblica Democratica del Congo, che intervenne nel 2006 in appoggio ai peacekeepers delle Nazioni Unite.

Con il prefisso Eufor (European Union Force) sono state identificate alcune operazioni congiunte degli ultimi anni, a partire dagli interventi compiuti nei Balcani: Eufor Concordia, nata su richiesta del governo della Macedonia, nel 2003, ed Eufor Althea, la prima grande missione dell’Unione (7000 uomini), che nel 2004 in Bosnia sovrintese all’attuazione degli accordi di Dayton, in sostituzione di un’analoga operazione Nato. Negli anni successivi, si cominciò ad utilizzare Eufor per alcune operazioni al di fuori del Vecchio continente, in Congo, appunto, e in Ciad.

Passi importanti, certo, ma decisamente troppo timidi, sulla strada di una politica comune. L’Europa si muove in maniera compatta in caso di interventi limitati, sostanzialmente di peacekeeping (raramente di peace-enforcement). Quando emerge un problema che coinvolge la comunità internazionale, e che dovrebbe spingere l’Unione a schierarsi, dalla Libia al Mali, passando per la Siria, il copione è un altro: ogni Paese va per la propria strada. Francia e Gran Bretagna sono i più interventisti, anche per via dell’eredità coloniale, e gli altri seguono, a seconda di interessi e possibilità economicheEppure un esercito europeo, che rispondesse a una politica europea, oltre a risultare un formidabile fattore di cambiamento, sarebbe l’unica ragionevole risposta alla domanda di tagli militari che attraversa le opinioni pubbliche del continente. La Francia, il cui Parlamento, con una scelta esiziale, bocciò nel 1954 la Ced, la Comunità Europea di Difesa, è uno dei principali fautori del progetto. Ma Londra non vuole vincoli e Berlino tentenna. Senza contare che il vento populista, contrario a un’integrazione più forte, spira con sempre maggiore vigore nell’Europa a 28 e non promette nulla di buono.