Detroit sarà la nuova Brooklyn

Rinascita di una metropoli

Quando ho cominciato a leggere questa storia mi è venuto in mente l’incipit di un romanzo di Jonathan Lethem, che descriveva due bambine bianche mentre pattinano al tramonto a Boerum Hill, un quartiere di Brooklyn. Una scia di case a cavallo di Atlantic Ave, scendendo verso l’East River. Era la fine degli anni sessanta e Brooklyn non era nulla di quello che è adesso, era un ghetto recintato e cattivo e le ragazzine di Lethem erano come due fiamme che brillavano nell’oscurità. Non ho mai trovato un’analogia più adatta a descrivere l’inizio di quella che viene definita gentrification

Detroit oggi è una chiesa sconsacrata, persa tra i residui dell’industria automobilistica e appestata dalla miseria. Il mercato immobiliare ha visto passare i minimi storici solo per scoprire che sul fondo c’è ancora da scavare e le buone notizie sono sempre più rare: criminalità crescente, decadimento, fondi per i servizi pubblici inesistenti, praterie urbane, svalutazione forzata. La città ha dichiarato bancarotta l’estate scorsa e da allora è trattata dall’opinione pubblica come lo spettro di se stessa, costretta a fronteggiare ogni giorno lo sguardo austero del vicino Canada, mentre chi ha scelto di non emigrare – pochi, a dirla tutta – è dipinto come un ostaggio incapace di trovare una via di fuga. Non più soltanto al di là Sesto miglio. La verità è che, con o senza la lirica della decadenza, la gente ha paura di Detroit e preferisce abbandonarla piuttosto che rischiare la propria tranquillità per restituirle la dignità. Dopo anni di cattiva pubblicità e caduta verticale del tenore di vita, è sempre più difficile trovare persone che abbiano qualche interesse a trasferirsi in città, a meno di non sapere dove andarli a cercare. 

Toby Barlow è un pubblicitario e uno scrittore e si è trasferito a Detroit più di sette anni fa. Da Brooklyn, in perfetta controtendenza rispetto allo sviluppo – si direbbe naturale – del miglior ecosistema per gli scrittori esistente al mondo. «Mi ha trasferito l’azienda automobilistica per cui lavoro. Doveva essere per poco ma mi sono innamorato di tutto: di Detroit, del lavoro, della comunità, di tutto». La cosa veramente interessante di Toby è che, qualche anno dopo essersi trasferito, e dopo aver esplorato il panorama culturale della città, ha conosciuto Sarah Cox, scrittrice anch’essa ma di immigrazione più recente (sempre da Brooklyn, e a questo punto mi viene il sospetto che sappiano qualcosa che io non so) e insieme hanno cominciato a pensare di fondare a Detroit una colonia culturale, con iniziative che attirassero gli artisti dal resto del Paese. «Poi però ci abbiamo ripensato: c’era talmente tanta disponibilità di case a prezzi irrisori che abbiamo realizzato che sarebbe bastato comprare qualche proprietà e regalarla agli scrittori. E lo abbiamo fatto». L’associazione senza scopo di lucro di Toby e Sarah si chiama Write a House e funziona più o meno come un programma di writers in residence (una cosa simile a una borsa di ricerca che generalmente fornisce alloggio e un rimborso spese a scrittori o accademici in trasferta per periodo che oscilla tra i sei mesi e i due anni). 

La prima cosa che hanno fatto è stato comprare due case a nord del fiume, mentre una terza gli è stata donata da un’associazione di recupero immobiliare gestita da alcuni artisti locali, abbastanza vicine tra loro da essere raggiungibili a piedi, e cominciare a cercare i fondi per rimetterle in sesto. Per renderle vivibili, allacciandole all’acqua corrente e all’elettricità – il riscaldamento è una cosa che in certi quartieri di Detroit rappresenta una scelta non così ovvia. I fondi arrivano dal crowd-founding, con un tetto fissato a 35mila dollari per ogni casa – ora sono appena all’inizio – e dalle donazioni spontanee, che possono provenire da privati come da aziende e associazioni benefiche. La seconda cosa è stata divulgare un bando di concorso, indirizzato a tutti i professionisti della scrittura, statunitensi e non. Poeti, romanzieri, giornalisti e sceneggiatori possono presentare la propria candidatura compilando un modulo online e sottoponendo alcuni scritti. Se vengono ritenuti idonei, gli viene assegnata una delle case – chiamate Apple, Blossom e Peach, cioè mela, bocciolo e pesca come a suggerire la freschezza dell’iniziativa – per due anni, senza affitto ma con l’onere delle spese di manutenzione, delle bollette e dell’assicurazione, tutto sommato circa cinquecento dollari al mese. «È come una borsa di ricerca artistica, solo che alla fine la casa la regaliamo a chi ci abita. Se dopo due anni di residenza gratuita avranno apportato modifiche sostanziali all’abitazione, avranno intrattenuto rapporti costanti con la scena letteraria locale e avranno contribuito ad aggiornare il blog dell’associazione, allora diventeranno proprietari. È un modo per ripopolare Detroit, non solo a livello fisico, ma anche creativo».

The Apple, una delle tre case del progetto durante i lavori di ristrutturazione (foto di Andrew Kopietz)

La domanda, non scontata, che verrebbe da porsi è: perché Detroit? A Detroit non c’è più niente e se mai tornerà qualcosa non dipenderà dagli artisti più che dalla rinnovata fortuna dell’industria automobilistica, ancora piuttosto radicata in città. E allora, perché? «Sono cresciuto in una colonia di artisti nelle Adirondack Mountains [a nord dello stato di New York] e so quanto bene possono fare i creativi a una comunità» mi ha raccontato Toby «credo che Detroit in questo momento sia un terreno incredibilmente fertile per gli scrittori, ci sono mucchi di storie accatastati a ogni angolo e la fuga di massa ha fatto sì che non ci fosse nessuno a utilizzarle. Questo è il momento di raccontare la città. Ad esempio, nel quartiere dove ci sono le nostre tre case si sono sviluppate una comunità polacca, una afro-americana e una del bangladesh, oltre che abitare un buon numero di artisti visivi, pittori, fotografi. Non c’è solo il Renaissance Center». 

C’è da dire che per gli scrittori statunitensi che, al di là della vie bohémienne, sono condannati a una vita di stenti dettati dagli affitti proibitivi di New York City e non osano nemmeno sognare un acquisto, un posto in cui il prezzo di una casa può scendere fino a cinquecento dollari rischia di diventare decisamente attraente. Senza contare che è da sempre in situazioni di precarietà che sono fioriti i grandi movimenti artistici, e ora come ora non riesco a pensare a nulla di più precario di Detroit, negli Stati Uniti. «L’attenzione del mondo è rivolta a noi, è questo il momento di metterci in mostra» continua Toby. Gli scrittori che verranno selezionati per il progetto non si troveranno di fronte a una missione di tutto riposo, dovranno rapportarsi a una condizione traballante, in bilico tra il disservizio e il degrado. «Devono essere preparati a trovare nel proprio quartiere più di una casa abbandonata, ma hanno anche l’opportunità unica di entrare a far parte di una comunità in sviluppo. Di vedere il cambiamento nascere ed evolversi» ha dichiarato Sarah Cox al New Yorker non molto tempo fa. 

Brooklyn alla fine degli anni sessanta non era solo decadente, era carica di un potenziale latente che aspettava di essere esternato e quando è successo tutto il mondo se n’è reso conto. Non so se sia il caso di Detroit, ma iniziative come Write a House sicuramente aiutano a formulare in merito un pensiero positivo che si dissoci da quanto di male è stato pronosticato fin ora. Nel libro di Lethem che citavo all’inizio – si chiama La fortezza della solitudine e tutti dovrebbero leggerlo – il cambiamento avveniva velocemente e si sviluppava nelle soffitte e nelle taverne, doveva convivere con la criminalità e la povertà ma non accennava a fermarsi. La Detroit di oggi, dal punto di vista artistico, a me sembra così – e parlare con Toby Barlow ha rafforzato la mia impressione: una Brooklyn in potenza che aspetta la sua occasione ed è pronta ad abbracciarla senza remore, quando verrà.