Electrolux è il fallimento della politica friulana

La sbandierata specialità regionale

Electrolux Pilot One. È questo il nome del potenziale salvatore dello stabilimento di Porcia, sul quale finora l’azienda è stata avara di dettagli. Entro aprile la società deciderà se il nuovo modello di lavatrice uscirà dalla fabbrica in provincia di Pordenone o da qualche parte in Polonia. Il problema non è il costo del lavoro: l’impatto dei tagli ai salari e al monte ore lavorate produrrebbero un risparmio pari soltanto a un terzo del costo industriale del prodotto (29 euro). Il problema è la miopia della politica friulana e dei sindacati negli ultimi vent’anni. Entrambi incapaci di capire per tempo la necessità di investire nell’alta gamma, sfruttando il know how dei “metalmezzadri”, come venivano definiti con buona dose di disprezzo gli operai di qui. 

Il rischio di deindustrializzazione era ben chiaro all’allora presidente Gian Mario Rossignolo e all’amministratore delegato Luigi De Puppi, che nel duemila – accompagnati dal presidente della Regione Adriano Biasutti – volarono a Stoccolma proprio per chiedere precise garanzie ai vertici globali della società dopo l’accentramento a Bruxelles di tutte le operazioni che riguardavano il bianco. È nel nuovo secolo che il declino di Porcia subisce un’accelerazione con lo spostamento a Est della produzione: Ungheria, Polonia, Russia, inizialmente Romania. Niente di cui stupirsi: anche per i piccoli imprenditori nordestini andava di moda traslocare il capannone alla periferia di Timisoara. Peccato che l’intuizione di sfruttare l’autonomia impositiva friulana per cambiare i connotati a Porcia puntando sull’alta gamma e sul made in Italy non sia mai arrivata. Al contrario degli incentivi: 8 milioni di euro complessivi tra il 2003 e il 2012, stando ai dati dell’Assessorato regionale alle Attività produttive pubblicati dall’agenzia LaPresse

Comunque si tratta di noccioline: prendendo a riferimento il bilancio degli anni record 1994 e 1995, Electrolux ha versato al fisco circa 30 miliardi di vecchie lire. Finanziando, secondo un calcolo impreciso, il 10% della spesa sanitaria regionale, allora pari a 1 miliardo di euro. Insomma, Electrolux è stata un grande contribuente che ha fatto parecchio comodo negli anni grassi della moltiplicazione di enti, poltrone e agenzie territoriali. Eppure i segnali che le strenne sarebbero cominciate già c’erano. È lo stesso Rossignolo a parlarne al Corriere della Sera, nel 1994: «In questo momento bisogna fare dei sacrifici. Ed è dovere degli imprenditori puntare sulla domanda estera. Il debito pubblico non consente politiche di ripresa».

«Electrolux chiedeva, e Trieste erogava senza fiatare. C’è sempre stato un certo understatement della politica nei confronti della multinazionale, e viceversa i capiazienda italiani non hanno mai dialogato con il territorio, limitandosi a prendere gli ordini da Stoccolma», racconta a Linkiesta un ex top manager sotto garanzia di anonimato. Eppure trent’anni fa è stata la stessa Regione Friuli Venezia Giulia, che oggi chiede all’Inps 12 milioni di euro per coprire il fabbisogno 2013 della cassa integrazione in deroga, ad essere l’artefice del rilancio di Zanussi. 

La legge regionale 10 del 1984 stanziava infatti 75 miliardi di lire, di cui 50 come ricapitalizzazione attraverso la finanziaria regionale Friulia, entrata al 10,58 per cento con una decina di miliardi. La famiglia Zanussi, in difficoltà, chiese aiuto agli Agnelli, che individuarono in Gian Mario Rossignolo, presidente di Riv Rkv – azienda di componentistica automotive venduta alla famiglia Wallenberg – l’uomo giusto per gestire il passaggio di proprietà di Zanussi proprio ai magnati svedesi, con la consulenza di Mediobanca, tra gli istituti di credito più esposti. Nel dicembre ’84 i Wallenberg parteciparono per il 49% di loro competenza all’aumento di capitale da 104 miliardi deliberato dal consiglio d’amministrazione in meno di un’ora, riferiscono le cronache dell’epoca. Gli altri azionisti erano le banche creditrici: Mediobanca, Fiat, Imi e Crediop all’8,17% ciascuno, e infine la famiglia Zanussi al 2,8 per cento. Electrolux diventerà poi l’azionista unico, sottoscrivendo un prestito obbligazionario convertibile da 100 miliardi e investendone 500. Rossignolo nominò capoazienda Carlo Verri, funzionario ministeriale poi promosso alla cloche di Alitalia.

All’epoca la Zanussi fatturava 1.760 miliardi di lire con perdite per 153 miliardi (dati tratti dal libro “I gruppi aziendali. Dinamiche strategiche e strutture organizzative” di Marco Bergamaschi, Cedam editore, 2012). Due anni dopo i ricavi salivano a 1.793 miliardi con un utile di 34, praticamente grazie agli elettrodomestici, da cui dipendeva quasi l’80% del fatturato e di cui deteneva il 14% delle quote a livello globale. Risultati che non bastavano a riequilibrare le finanze del gruppo, tant’è che proprio nel 1986 Electrolux emetteva un altro prestito convertibile da 120 miliardi, imponendo un dimagrimento di 5.500 lavoratori su un organico di circa 30mila.

Una contrazione che non si è mai arrestata. Evitata una brutale ristrutturazione nel 1996 risultando tra i siti più competitivi, l’anno dopo Porcia è costretta ad accettare i primi contratti di solidarietà. È una via crucis: mobilità, cassa integrazione ordinaria e straordinaria, esuberi. Guardando ai conti 2012, gli ultimi depositati alla Camera di commercio, gli effetti della cassa integrazione e della mobilità siglati nel 2009 e nel 2011 hanno portato parecchio ossigeno ai bilanci: a fatturato quasi costante (926 milioni nel 2010, 906 nel 2012) gli utili sono balzati da 6 a 59 milioni di euro, nonostante debiti a 360 milioni e una generazione di cassa insufficiente (70mila euro) che ha costretto la casa madre a intervenire tramite finanziamenti infragruppo.

Fronte uscite, Electrolux ha versato alla Regione Irap per 11,3 milioni e Ires per 6,3 milioni. Di questi, in base alle norme sul federalismo fiscale, sono rimasti sul territorio 2,5 milioni (il 40,5%), il resto è andato a Roma. A Porcia, peraltro, la produzione dei 1.160 lavoratori nel 2012 «è risultata di 1.146.300 pezzi, in aumento del 10% rispetto ai volumi produttivi del 2011», si legge nella nota integrativa. Ciò nonostante, la riduzione dell’organico italiano – 1.200 esuberi decisi lo scorso marzo tramite contratti di solidarietà e lo spettro della chiusura delle attività nei prossimi mesi – è inevitabile, come si evince con chiarezza dal consolidato 2012 (vedi tabella sotto): in Francia Electrolux ha fatturato 3,6 miliardi di corone svedesi con 1.055 dipendenti, in Italia 3,4 miliardi con 5.715 dipendenti, cifra già in calo rispetto ai 7.515 occupati di fine 2008.

«Credo che lo strumento più veloce e meno burocratico sia quello di riattivare il fondo di decontribuzione per i contratti di solidarietà: è il modo migliore per gestire ristrutturazioni di questo tipo. Il fondo attivato nel 1996 non è più stato rifinanziato dal 2006 e invece permetterebbe all’azienda di tagliare il costo del lavoro anche del 20-30 per cento, consentendo al maggior numero di lavoratori possibile di rimare al proprio posto, seppur ad orario ridotto», ha detto all’Unità la governatrice Debora Serraccchiani. Una soluzione, quest’ultima, necessariamente emergenziale. Su Linkiesta l’economista dell’università di Udine Paolo Ermano sostiene che investendo 80 dei 98 milioni del piano “Fvg Rilancimpresa” per entrare all’1,2% del capitale di Electrolux, all’attuale rendimento, la cifra salirebbe a quota 120 milioni in quattro anni. Sarebbe la stessa stessa logica del salvataggio del 1984, e avrebbe il vantaggio di non far sborsare ai cittadini italiani ulteriori risorse, ma sarebbe una pezza comunque insufficiente a riparare anni di disinteresse. Il treno per replicare il miracolo Danieli è ormai passato.