Il web è come una fidanzata, ma, si sa, gli italiani sono un popolo di bamboccioni: navigano, emancipati, su internet, ma alla fine tornano sempre da mamma TV. L’opposizione, tuttavia, tra l’indisciplinato popolo del web e il passivo-aggressivo pubblico televisivo rappresenta ormai solo un esercizio di retorica di alcuni anziani commentatori e allarmati sociologi dell’ultim’ora. In pratica, chi propone la distinzione, non contrappone chi naviga a chi guarda la tv, ma chi naviga con chi legge. Ma chi legge ancora, in Italia, oggi? Bisogna stare attenti, perché la retorica dei moralizzatori del popolo del web usa il feticcio dell’editoria (“ma vuoi mettere l’odore della carta?”) quando invece il suo interesse è (un certo tipo) di televisione.
Esiste anche la versione opposta, europea e progressista della distinzione tra popolo del web e pubblico televisivo, dove i ruoli sono ribaltati rispetto alla retorica italica e si insiste maggiormente sulla questione del digital divide. Gli abitanti del nord Europa sarebbero “il popolo dell’indice”, che è il dito usato maggiormente per cliccare sul mouse, a significare la loro alfabetizzazione informatica più avanzata e un consumo dei media più consapevole e attivo. Dalla parte sbagliata del digital divide ci sarebbero gli abitanti del Sud Europa, che prediligono la comodità della televisione. Questi ultimi sono i “popoli del pollice”, ovvero il dito maggiormente usato per cambiare canale sul telecomando.
Entrambe le versioni della contrapposizione TV/Web, anche se in disaccordo tra loro in base al valore positivo assegnato a un medium piuttosto che a un altro, sbagliano poiché si concentrano solo sull’opposizione dei due macrosistemi di informazione, trascurando, invece, la loro intrinseca complementarietà. Web e televisione, sono due galassie che si sono già incontrate, e ognuna delle due sta, lentamente ma in modo inesorabile, mutando la configurazione dell’altra.
Il web nella sua verione 2.0, ovvero siti dinamici e contenuti interattivi, ha definitivamente liberato il pubblico dalla “dittatura del palinsesto”. L’innovazione dei modelli di distribuzione digitale dei prodotti culturali ha dato un grande impulso competitivo ai sistemi tradizionali dei media. Inoltre, mentre campi come quello dell’editoria e dell’informazione stampata stanno facendo un’immensa fatica a rinnovarsi, la televisione ha recepito meglio il cambiamento, iniziando a trasformarsi. I media mainstream si sono trovati, per la prima volta dalla loro comparsa, nella posizione di dover contrattaccare le alternative che si stavano venendo a creare sul web. Un motore di innovazione in questo senso è stata la pirateria. Servizi non proprio legali come Megavideo, chiuso da tempo dall’FBI, hanno dato il via allo streaming massivo di programmi TV, film e serie. Megavideo, YouTube e i software di condivisione peer-to-peer tuttavia non hanno messo in crisi il mondo della TV come invece è stato per i mercati della carta stampata e della musica. Il motivo per cui la televisione continua a mantenere il suo ruolo di media dominante dell’opinione pubblica è dovuto al fatto che sta riuscendo a reinventarsi, agganciando internet e il mondo dei social network attraverso il fenomeno conosciuto come secondo schermo.
Uno dei format televisivi tipicamente italiani che sta vivendo una seconda giovinezza grazie all’integrazione con i social network è quello dei talk show di argomento politico. Ne parla in modo approfondito Lella Mazzoli, nel suo libro, uscito quest’anno, “Cross-News. L’informazione dai talk show ai social media”. Nella sua analisi dell’ibridazione tra web e tv, Mazzoli ha intervistato alcuni tra i conduttori più famosi di questo tipo di trasmissioni, da Gianluigi Paragone a Massimo Formigli, da Salvo Sottile ad Andrea Vianello. Tutti loro si rendono perfettamente conto (di sicuro meglio di quelli di Repubblica-L’Espresso e le loro appendici saviano-faziane) di come la sopravvivenza dei loro programmi dipenda dall’integrazione con la rete e dal cambio di abitudini per quanto riguarda la dieta mediale dei loro spettatori. Mazzoli, a proposito, scrive:
Le redazioni dei programmi tradizionali, di fronte alla palese evoluzione dell’audience, hanno dovuto aprirsi alle nuove pratiche possibili con i mezzi digitali, dando vita a un’ibridazione funzionale alla propria sopravvivenza. Infatti il nuovo spettatore, aperto alla trattazione di temi molteplici e a una fruizione intesa non più in maniera classica, dà oggi vita a nuove dinamiche e bisogni, che lo portano a essere più difficilmente catturabile dall’alto. Egli, soggetto attivo della comunicazione, vuole accedere a più contenuti contemporaneamente, poter verificare notizie e fonti, commentare e produrre in prima persona, sperimentare e rapportarsi direttamente con il suo interlocutore; vuole essere “un po’ meno spettatore e un po’ più autore”, come ha sottolineato Gianluigi Paragone nella sua intervista.
Il potere della televisione, dovuto al ruolo simbolico che la nostra società le attribuisce, è situato nella sua capacità di creare, di fatto, eventi di massa. Un evento è da considerarsi di massa quando viene vissuto da una grande quantità di persone nello stesso tempo. La televisione ha mantenuto dunque un certo primato in ambiti come i grandi eventi sportivi e, soprattutto, la politica. Internet sta tentando di scimmiotatare la tv in questo senso, ma un evento trasmesso in live straming non riuscirà ancora per lungo tempo a eguagliare i numeri di un Superbowl, della finale dei mondiali o del funerale di un Papa. E questo, semplicemente, è dovuto al modo in cui il medium funziona. La tendenza alla personlizzazione del web è infatti strutturalmente contraria alla massa indifferenziata a cui si rivolge il piccolo schermo.
La televisione per molti anni è stata come una monolitica “allucinazione consensuale colletiva” in cui il nostro paese ha più o meno consapevolmente rimosso tutte le questioni importanti, ignorando ogni nodo che veniva al pettine, fino a quando la matassa è diventata troppo fitta da districare. Ci sono stati i tempi dell’Editto Bulgaro e oggi ci riprovano, ma con più goffaggine, a riportare l’informazione sui giusti binari con iniziative legislative a dir poco discutibili come dimostrano gli esempi della web tax e del regolamento dell’Agcom sul diritto d’autore. Se, con fenomeni come quello di YouTube, il web ha invaso il campo della televisione, prima imitandolo e poi scoprendo dei format propri, ora invece è la tv che per sopravvivere rincorre il web attraverso il miraggio del secondo schermo.
Tra i talk show, uno di quelli che forse è riuscito a mixare al meglio Internet e televisione è, appunto, La Gabbia di Paragone. La Gabbia manda ogni tanto in sovraimpressione una selezione dei tweet. È la versione 2.0 degli sms che si mandavano a MTV durante la rotazione dei videoclip musicali pomeridiani. Paragone, nella puntata di questa settimana, ha lanciato con disinvoltura hashtag del tipo #ZanonatoDimettiti (oltre a qello ufficiale della trasmissione) e ha incoraggiato il pubblico ad andare a vedere il profilo di twitter della trasmissione con il link di un documento appena citato riguardo il “fallimento dell’unione europea”. Paragone attacca le banche e l’euro, dando spazio a personaggi controversi come Barnard, che, scartati dalla televisione, sul web hanno trovato una seconda vita. La televisione fa storytelling, crando un framework che ci permette di inquadrare la realtà. La tv si ibrida con Internet creando tante clip di qualche secondo o pochi minuti che possono essere condivise sui youtube attraverso i social in maniera autonama. La televisione, anche quando parla di problemi veri, ha una sorta di potere rassicurante. McLuhan dice che quando due universi mediali si incontrano è un momento di verità e rivelazione. Leggendo gli hashtag proposti dalla tv, tuttavia, non si ha proprio questa impressione
Ma sono più inquietanti le dinamiche del web in televisione o le dinamiche della televisione applicate a internet? Quanta parte del traffico prodotto su Internet è prodotto da reale informazione e quanto è invece il rumore/spazzatura? Talvolta, infatti, internet svela le ipocrisie della televisione, ma più spesso il marketing digitale (o ibrido) funziona grazie a un grande rumore indiffeenziato che genera grando, ma insensati numeri: a leggere gli hashtag #lagabbia o #ballarò, come d’altronde la maggioranza dei commenti che si trovano sul web, si fa ancora fatica a credere che la mutazione antropologica della crossmedialità possa davvero risolvere qualcosa.