Il futuro di Telecom è tornare al suo passato: l’Italia

La vendita di Tim Brazil

Il futuro di Telecom Italia è il suo passato. «Nei fatti una local company con una propaggine in Brasile», dice un analista a Linkiesta sotto garanzia di anonimato. Di più: in un futuro non troppo lontano dell’ex monopolista rimarrà soltanto, appunto, il monopolio nella rete in rame. Il consolidamento tra Wind e H3G di cui si vocifera da tempo potrebbe non risparmiare Tim, preda in un secondo momento di un operatore globale come Vodafone. Fantafinanza, almeno per ora. Eppure, al netto della retorica sul depauperamento aziendale e delle uscite obbligate del top management sulla “strategicità” del Brasile, non esiste un asset intoccabile a prescindere. Tutto dipende da tre fattori: a) il prezzo  b) la volontà degli azionisti di mettere mano seriamente al portafoglio c) il tempo necessario affinché gli investimenti in Italia generino ritorni.

Sul primo punto, ognuno spara la sua cifra. I piccoli azionisti riuniti nell’associazione Asati stimano in 15 miliardi di euro il valore di partenza di Tim Brazil, senza però fornire alcuna delucidazione sul metodo di calcolo. Maurizio Matteo Décina, figlio dell’omonimo ex commissario Agcom, dà conto che sul mercato c’è chi valuta la controllata (al 67%) carioca a 11 miliardi, mettendo in una prospettiva ventennale gli attuali utili, pari a circa 500 milioni di euro. Nei mesi scorsi si è parlato di 9 miliardi, valorizzando 20 centesimi per azione le attività brasiliane sul titolo Telecom, rispetto agli 8 attuali. 

Guardando agli ultimi risultati disponibili, relativi allo scorso settembre (vedi tabella qui sopra), il Brasile ha portato in dote 5 miliardi di ricavi su 20 complessivi e soprattutto 1,3 miliardi di margine lordo (30% dei ricavi locali) sugli 8 totali. Ciò nonostante, la crescita di questi ultimi si è “fermata” al 2 per cento. Certo, un sogno considerando il -10,9% sul mercato domestico, ma pur sempre un rallentamento rispetto al +8% segnato a fine 2012, in rapporto al 2011. In Brasile la società ha pianificato di investire al 2016 11 miliardi di reais (4,6 miliardi di dollari) nelle infrastrutture per il 3G e 4G. Al 30 settembre gli investimenti per il 2013 si sono assesstati a 992 milioni di euro. Per dare un termine di paragone, l’operatore Claro, controllato da America Movil del magnate messicano Carlos Slim, nel solo 2012 ha messo sul piatto 10 miliardi di dollari.

La strategia sottostante alla vendita del Brasile è: meno debito ma meno crescita, ma più risorse per sviluppare la rete fissa, dal momento che gli azionisti non intendono considerare il fattore b), l’aumento di capitale. Basandosi sull’esperienza di British Telecom, incumbent inglese che ha separato nella società Openreach i cavi sotterranei, ci sono voluti sei anni di tempo affinché quest’ultima generasse utili. E qui si arriva al fattore c): la generazione di cassa di Telecom in Italia, nonostante i margini in costante erosione, può durare fino a quando la rete fissa sarà profittevole, ovvero almeno tra una decina d’anni?

Nei nove mesi del 2013 il gruppo ha generato 2,7 milioni di cassa, 1,3 miliardi in meno sullo stesso periodo del 2012. Nel piano industriale al 2016, dei 9 miliardi stanziati ne sono previsti 3,4 da dedicare alle reti di nuova generazione in Italia. Tanto? Poco? Il punto è un altro: da presidente esecutivo, Franco Bernabé ha distribuito lauti dividendi agli azionisti riuniti in Telco (Telefonica, Mediobanca, Generali, Intesa Sanpaolo), bruciando però cassa e riserve. In questo senso, la dieta di dividendi prevista per il 2014 è un segnale da tenere a mente.

Gli analisti di Sanford C. Bernstein, molto attenti alle telecomunicazioni, danno al 75% per fatta la spartizione degli asset di Tim Brazil tra Telefonica Brazil, Oi, Claro, sulla quale stando ai rumors del Sole 24 Ore starebbe lavorando la banca d’affari Pactual. A inizio dicembre scorso il Cade, il regolatore carioca, ha multato la compagnia iberica per 5 milioni di euro, imponendole di vendere le attività brasiliane o di uscire dalla scatola Telco. Telefonica nel Paese controlla già Vivo, primo operatore con il 29% delle quote di mercato, mentre Tim Brazil è al secondo posto con il 27 per cento. In ogni caso, qualunque offerta per Tim Brazil sarà trattata come “operazione con parti correlate” – e quindi sottoposta a una previa autorizzazione dei consiglieri indipendenti – stando alla mozione che con ogni probabilità sarà approvata, con il placet dell’amministratore delegato Marco Patuano, al consiglio d’amministrazione del 16 gennaio prossimo. 

«Fino al 2006 Telecom ha inseguito il sogno di diventare un operatore globale come Telefonica, ben sapendo che i servizi di telecomunicazioni sarebbero diventate commodities come l’energia elettrica e il gas. Tuttavia, l’ingente debito non ha lasciato grandi margini di manovra per poter sfruttare il ritardo infrastrutturale sudamericano», osserva Fabrizio Spagna, economista e fondatore di Axia – società di consulenza che ha stimato in 15 miliardi il valore della rete fissa dell’ex monopolista – che aggiunge: «È come Alitalia, non è un global player ma nemmeno una low cost».