L’anno più difficile per Letta sarà quello finanziario

Bilancio 2013 - Sfide 2014

Poteva andare peggio. Ma sicuramente poteva (e doveva) andare meglio. Il 2013 non è stato un anno facile, né per Enrico Letta né per l’Italia. Un anno che, se osservato con gli occhi della finanza, è stato interlocutorio. «Almeno non si è peggiorata la situazione, già fragile, del Paese», ha commentato ironica Goldman Sachs poco prima di Natale. E il 2014 si preannuncia sulla stessa linea d’onda. Ma c’è un asso nella manica che potrebbe essere giocato. 

Il 2013 di Enrico Letta è iniziato in grande stile. Invitato a Londra dalla Roubini Global Economics (RGE), la società di ricerca economica dell’economista rockstar Nouriel Roubini, Letta spiegò alla comunità finanziaria che l’Italia non avrebbe corso rischi particolari. Erano i primi giorni di febbraio e Letta parlava già da presidente del Consiglio in pectore. Ancora prima delle inconcludenti elezioni che poi lo proiettarono verso Palazzo Chigi, il nipote di Gianni Letta aveva posto le basi per una dialettica di pari livello con chi aveva in portafoglio il debito italiano. 

Il tentativo di tranquillizzare i mercati finanziari, almeno nel breve termine, andò a buon fine. Mai la pressione degli investitori, nemmeno durante le fasi più nere del dopo elezioni, toccò i picchi raggiunti fra il 2011 e il 2012. Non bisogna pensare però che sia tutta opera di Letta. Lui ha fatto molto, grazie al suo network trasversale e rispettabile in diversi ambienti finanziari. Ma il vero merito è da ricercare, ancora una volta, nelle azioni della Banca centrale europea (Bce). Con le Outright monetary transactions (Omt), le operazioni di mercato aperto con le quali la Bce può allentare le tensioni intorno a un Paese comprandone i bond dietro condizionalità, l’Eurotower ha creato una rete di protezione per la periferia dell’area euro. Si spera che duri, specie perché non è mai stata testata. Ma oltre ad aver rappresentato il punto di svolta della crisi dell’eurozona, ha anche ridotto gli incentivi all’adozione di riforme strutturali da parte di chi ne aveva più necessità. Un esempio sono proprio le politiche di Letta. La sua prima parte di legislatura doveva essere dedicata alla messa in cantiere delle riforme istituzionali e così non è stato, dato che l’orizzonte temporale di questo capitolo cruciale per il ritorno della fiducia nel Paese si sta spostando sempre più in là giorno dopo giorno. E la seconda fase del governo Letta doveva esser funzionale al rilancio dell’economia del Paese. Obiettivo non riuscito, dato che la ripresina che si sta affacciando sulla nostra penisola è il frutto della vivacità della domanda esterna, non di quella interna. 

Certo, senza la presenza di Letta a Palazzo Chigi sarebbe stato ben più complicato gestire la situazione italiana in ambito comunitario. Ben più di una volta il numero uno della Bce, Mario Draghi, ha potuto giocarsi la carta della credibilità politica di Letta, specie negli scontri con la Bundesbank. Nonostante l’oggettiva precarietà e un lavoro più da ordinaria amministrazione che da governo delle riforme, Letta non ha sfigurato in modo eclatante in Europa, ma non è stato nemmeno il deus ex machina che poteva servire a rompere la dicotomia Germania-Francia. Senza infamia e senza lode, in sostanza. Tuttavia, rimangono indelebili tre macchie: IMU, IVA e Legge di stabilità. Il triste balletto estivo sulle prime due e l’inconsistenza de facto della terza alla prima stesura, poi peggiorata in quelle successive, hanno indispettito tanto la Commissione europea quanto gli investitori finanziari esteri, che continuano a essere restii a riportare soldi in Italia. Non si sarà persa la credibilità come invece successo fra il giugno e il novembre del 2011, ma non sono nemmeno tornati i flussi di denaro prima presenti. Basti pensare ai Money market fund (Mmf) statunitensi, i fondi del mercato monetario, storico pilastro di liquidità per le banche: totalmente assenti dall’Italia da più di 2 anni. 

Di tante cose dette, ne sono state fatte poche. Chi si ricorda del maxi piano per il lavoro della scorsa estate? Oppure di Destinazione Italia, il cui appeal verso la finanza che conta è ancora del tutto da verificare? Oppure ancora il programma di dismissioni, che ricorda molto da vicino, specie nell’inconsistenza, quello della Grecia di due anni fa, non andato a buon fine? Misure, queste, che dovevano rilanciare il Paese ma che oggi assomigliano più a uno specchietto per le allodole. Così evanescenti da essere trascurate dagli investitori di peso, le azioni del governo Letta hanno avuto lo stesso effetto che poteva avere una secchiata d’acqua su un rogo esteso per ettari: nullo. 

L’anno si è chiuso con il differenziale di rendimento fra i bond governativi italiani decennali e i corrispettivi tedeschi di pari entità sotto quota 200 punti base. Mai negli ultimi tempi si era registrato uno spread così ridotto. Ancora una volta, però, bisogna leggere il fenomeno sotto un’ottica differente. Il rendimento del bund tedesco decennale, proprio a ridosso di fine anno, è salito fino a sfiorare il 2 per cento. Un livello toccato solo in settembre nel 2013. Allo stesso tempo, complice una oculata gestione delle emissioni annuali di debito pubblico da parte del Tesoro italiano, il tasso d’interesse dei Btp a dieci anni è calato sotto quota 4 per cento. Più che un ritorno della fiducia nell’Italia, la contrazione dello spread fra Btp e Bund è merito del maggior premio per il rischio pagato per i titoli tedeschi. Ricordarlo nel corso di quest’anno sarà cruciale per Letta. 

Le sfide che attendono il Paese non sono poche, dalla disoccupazione al ripristino della domanda estera per il nostro debito pubblico, passando per il cambio della legge elettorale. Ma quella più grande è evitare che la recessione si tramuti una stagnazione capace di distruggere il tessuto industriale che ancora non è stato divorato dal credit crunch o dalla bassa inflazione che da tre mesi ha fatto la sua comparsa. Per fare ciò, Letta dovrà prendere scelte impopolari e controcorrente rispetto a quanto fatto finora. In altre parole, effettuare quanto richiesto dall’Ue per rendere più competitiva l’economia italiana: liberalizzazioni, privatizzazioni, riforma del mercato del lavoro, riforma della giustizia e riforma del fisco. Farlo con la precarietà tipica di questo esecutivo non è facile, e il clima di calma apparente sui mercati obbligazionari non aiuta, ma è necessario per evitare un tracollo futuro. I problemi dell’Italia sono per ora tenuti sotto il tappeto dalla Bce, ma ciò non significa che non esistano più. Semplicemente, sono ignorati. Problemi che, oltre alle mancate riforme, al credit crunch e alla stagnazione economica, prendono anche il nome di debito pubblico, sempre oltre quota 130% del Pil, e di autarchia delle banche italiane, le sole che ancora sostengono il Tesoro nelle aste primarie. 

C’è un’occasione che non bisogna perdere. Si tratta della presidenza di turno dell’Unione europea, nel secondo semestre dell’anno. Se è vero che si tratta di una presidenza piuttosto piatta sotto il profilo dell’agenda dei lavori comunitari, è altrettanto vero che sarà importante per tutti l’impatto derivante dal voto alle elezioni europee. Se ci sarà un significativo risultato delle formazioni politiche euroscettiche, Letta avrà l’occasione di gestire la situazione, accrescendo anche la sua credibilità sul territorio nazionale. Farlo significherebbe aprire le porte alle riforme di cui ha bisogno il Paese in virtù di una posizione negoziale più forte, almeno sulla carta, con le rappresentanze politiche e sindacali. Essere forte in Europa per esserlo anche in patria? Potrebbe essere una soluzione. 

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