AnniversariPrimavere, fine delle grandi ipocrisie arabe

Anniversario della rivoluzione in Egitto

Anche se pochi lo sanno – perfino fra coloro che seguono il Medio Oriente quotidianamente – questa settimana si è chiuso ad Amman il quarto meeting internazionale dei blogger arabi. Essersi persi la notizia è totalmente giustificabile: c’è Ginevra II, il processo di pace che è ripreso fra Israele e i palestinesi, i massacri in Siria e Iraq, il Libano sull’orlo del caos, la Libia che nel caos ci è già, e l’Egitto che sta per festeggiare il terzo anniversario della sua rivoluzione tra esplosioni e nuove proteste. Rispetto all’ultima volta in cui i blogger arabi s’incontrarono tutti insieme a Tunisi nel settembre 2011, il meeting di Amman si è svolto molto più sottotono, a porte chiuse. Ma non è difficile immaginare di cosa i ragazzi arabi della rete possano aver parlato.

Rispetto all’entusiasmo del 2011, il sentimento prevalente oggi è certamente un altro: disillusione. Delle grandi promesse che il futuro sembrava aver fatto al mondo arabo tre anni fa sembra rimasto ben poco: la Siria è un vortice di sangue che rischia di aspirare al suo interno anche Iraq e Libano, la Libia è vicina all’essere uno stato fallito e l’Egitto sembra ormai avviato verso il ritorno a un quasi-regime militare all’insegna dell’uomo forte. In Marocco e Giordania le timide aperture che si erano viste nei momenti più intensi del 2011 sono state rapidamente ritirate una volta che la situazione si è stabilizzata. Solo Tunisia e Yemen sembrano avviate verso una qualche forma di concreto cambiamento istituzionale, ma basta chiedere a un qualunque giovane tunisino se è soddisfatto per ricevere come risposta un sorriso amaro che vale più di mille parole.

Ma dove si è sbagliato? A che punto ci si è persi?

La risposta è semplice, anche se non è scontata. L’errore originale è stato pensare che il cambiamento fosse a costo zero o quasi. Cambiamento in politica nel breve termine è spesso è sinonimo di instabilità, conflitto sociale e crisi economica. Inoltre, queste società scontavano l’enorme fardello dei decenni di Guerra Fredda che avevano visto la legittimità politica personalizzarsi, svilupparsi in funzione del supporto esterno o dell’impegno in un conflitto simbolico come quello arabo-israeliano. Propaganda e postura internazionale – veritiere o fittizie – per decenni sono servite a mascherare un decadimento morale interno, che aveva portato a corruzione, malgoverno, repressione. Il 2011 ha dimostrato come questo processo non si fosse fermato ai governanti, ma ha spesso riguardato anche i governati. La corruzione era dilagante nell’apparato statale come fra la gente comune e le divisioni settarie sulle quali alcuni dittatori basavano la propria legittimità erano profondamente radicate all’interno della mentalità di tutti. La repressione che i regimi applicavano contro gli è stata poi applicata dalle diverse fazioni che a turno si sono succedute al potere negli ultimi tre anni, dai loro leader ma anche dai semplici sostenitori. Gli islamisti sui liberali, i militari sugli islamisti, in un vortice di polarizzazione sociale che ha dimostrato un’amara verità: la gente stessa è intollerante verso coloro che la pensano diversamente almeno quanto lo erano i regimi abbattuti tre anni fa.

La crisi economica ha fatto il resto. L’entusiasmo politico – deluso dalla mancanza di risultati concreti – ha fatto spazio all’apatia e al fatalismo. Ancora una volta la ricerca dell’uomo della provvidenza (al-Sissi in Egitto, ma anche Assad o la monarchia marocchina) è ritornata a essere la scorciatoia ideologica per risolvere i mali della società.

Ma è quindi un ritorno al passato in attesa di tempi migliori quello che dobbiamo aspettarci?

Lo status quo ha vinto ancora?

Si e no. Nel breve periodo questo sembra innegabile, ma il 2011 ha portato nella regione un fatto nuovo che prima non c’era: il re è nudo. Per la precisione è meglio dire i re nudi sono diversi. Innanzi tutto lo sono le grandi narrative propagandistiche regionali: «l’asse della resistenza» e «l’alleanza sunnita», capitanate rispettivamente da Iran e Arabia Saudita e che hanno tenuto banco per decenni. Con la perdita di Hamas, la grande alleanza fra Iran, regime siriano e Hezbollah libanese ha perso ogni simbolismo anti-israeliano. Hezbollah è ormai totalmente impegnata nello sforzo bellico in Siria, assai più di quanto lo sia mai stata contro Israele, mentre il regime di Assad assedia da mesi il campo palestinese di Yarmouk, alle porte di Damasco, dove la gente ormai muore quotidianamente di fame e di freddo. È evidente ormai il carattere sempre più settario – sciita – dell’alleanza, e forse neanche quello. A unirne i membri appare sempre più la disperata volontà di tenere in piedi un traballante ordine di potere privo ormai di ogni base simbolica. La stessa cosa si può dire della grande alleanza “sunnita”, quella che vedeva l’Arabia Saudita opporsi ai miscredenti sciiti. La guerra aperta ingaggiata dalla monarchia contro i Fratelli musulmani – sunniti ma propugnatori di una ideologia concorrente a quella monarchica – ha dimostrato come anche per i Custodi dei Luoghi Sacri dell’Islam l’appartenenza religiosa conti fino a un certo punto se in gioco c’è la sopravvivenza del regime. Sia la Repubblica Islamica sia la dinastia degli al-Saud hanno perso oggi ogni legittimazione ideale, rivelando una natura ben più traballante di meri distributori di rendita.

questo si deve aggiungere il radicalmente mutato ruolo dell’America, per molto tempo grande depositario di ogni male del mondo agli occhi degli arabi. L’America protagonista delle più avvincenti teorie della cospirazione che andava alla ricerca di ogni modo per condizionare e infilarsi nei giochi mediorientali non esiste più. Washington è stanca di Medio Oriente. Ha fretta di chiudere le partite ancora aperte con Iran, Israele, palestinesi e siriani con compromessi accettabili e senza perdere troppo tempo. E poco importa se Tel Aviv e Riyadh, i grandi alleati di sempre, si sentono smarriti. Il mondo è cambiato, e l’America non può più fare il guardiano per tutti.

Ma è dentro gli stati protagonisti della Primavera araba che si sono infrante le certezze più durature. È vero che l’Egitto rischia di tornare al regime militare in stile nasseriano. Ma al-Sisi non è Nasser, e il timido risultato dell’affluenza del referendum costituzionale dimostra che molti egiziani se ne sono già accorti. Intanto a Damasco Assad potrà anche restare sul suo trono, forte del suo esercito e delle sue alleanze internazionali. Ma pochi in futuro potranno prendere ancora sul serio lui e la sua propaganda anti-imperialista, sia dentro sia fuori della Siria.

Dal canto loro, gli islamisti – per decenni l’opposizione repressa dei regimi militaristi e laici e la grande alternativa inespressa per la regione – in questi tre anni hanno avuto ampie occasioni per deludere le aspettative in loro riposte. La caduta di Mohammed Morsi in Egitto dopo una gestione del potere scellerata è stata appoggiata da manifestazioni numericamente superiori a quelle del 2011. Nel frattempo in Tunisia gli islamisti di Ennadha – dopo il fallimento del loro governo – si sono dovuti arrendere a condividere il potere con i liberali per evitare di fare la stessa fine. Perfino la Turchia di Erdogan, nel 2011 il grande modello di Islam in politica a cui tutti guardavano, oggi vacilla pericolosamente insieme alla fede generale nella risposta islamica ai problemi del mondo arabo.

Insomma, anche se la situazione oggi è ben lontana da quella in cui si sperava tre anni fa, la Primavera araba ha avuto finora almeno il merito di mettere a nudo i grandi equivoci che per lunghi decenni hanno retto lo status quo in questa parte del mondo. Il 2011 ne ha distrutto le basi simboliche lasciandone in bell’evidenza tutte le contraddizioni. Ma ha anche dimostrato che non bastano pochi tweet e slogan da piazza per innescare un cambiamento duraturo in una mentalità collettiva assopita da decenni di dittatura, e ai giorni gloriosi della rivolta devono seguire gli anni duri e logoranti della ricerca e della costruzione di un nuovo ordine sociale. Di questo si sono certamente accorti i ragazzi disillusi riuniti ad Amman e i loro coetanei in tutto il mondo arabo. E in una regione fra le più anagraficamente giovani del globo questo è già un buon motivo per essere ottimisti. La storia – dalla rivoluzione francese alla decolonizzazione – dimostra che per il cambiamento vero serve molto tempo. Una risorsa che questi ragazzi hanno in abbondanza.

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