Quei 30mila metri cubi di rifiuti radioattivi in Italia

Una risoluzione alla Camera

In Italia ci sono trentamila metri cubi di rifiuti radioattivi. Rifiuti prodotti nel nostro Paese e «stoccati sugli impianti o nei depositi temporanei in attesa di essere smaltiti». A confermare la stima è una risoluzione parlamentare che nei prossimi giorni sarà approvata dalle commissioni Ambiente e Attività produttive della Camera dei deputati. Come se non bastasse, nei prossimi vent’anni dovremo farci carico di un altro quantitativo di rifiuti radioattivi, «analogo o lievemente superiore» al precedente. Almeno altri 30 mila metri cubi «provenienti prevalentemente dal programma di smantellamento delle vecchie centrali e impianti del ciclo del combustibile». 

La relazione conclusiva dell’ex Commissione di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti offre ulteriori dettagli. Tra gli atti dell’organismo – che la scorsa legislatura ha dedicato una parte dei lavori proprio a questo argomento – è possibile consultare la ripartizione dei rifiuti radioattivi sul territorio italiano. Si scopre così che il maggior quantitativo è presente nel Lazio (almeno in termini di volume). 8.297 metri cubi. Con “soli” 5.257 metri cubi, la seconda regione più interessata dal fenomeno è il Piemonte. Qui però si registra la maggior concentrazione in termini di contenuto di radioattività. Ben 2.228.202 gigabecquerel. Una cifra giustificata dalla «presenza dell’impianto Eurex a Saluggia, dove sono detenuti rifiuti radioattivi che da soli rappresentano oltre due terzi dell’inventario nazionale». Segue la Campania, con circa 3mila metri cubi di rifiuti radioattivi, ma ben 396.584 GBq. E la Basilicata con 302.364 GBq. 

La Commissione d’inchiesta conferma le stime della risoluzione. Nei prossimi anni i rifiuti radioattivi presenti in Italia continueranno ad aumentare. A quelli già indicati si aggiungerà «un ulteriore quantitativo, stimato in circa 30mila metri cubi, che verrà prodotto dallo smantellamento degli impianti nucleari esistenti». Ma anche «i rifiuti prodotti all’estero presso gli impianti dove è stato spedito, per essere sottoposto a riprocessamento, il combustibile nucleare a suo tempo utilizzato nelle quattro centrali nucleari italiane». Senza considerare i rifiuti “nuovi”. Quelli che «continueranno ad essere generati, in quantità valutabili in alcune centinaia di metri cubi all’anno, nell’impiego delle materie radioattive a scopi medici, industriali e di ricerca».

Mappa delle ex-centrali nucleari e dei depositi di materiale radioattivo in Italia

Una situazione sotto controllo, certo. Eppure «esistono diversi luoghi e situazioni nel Paese – così si legge nella risoluzione – in cui stoccaggi temporanei di rifiuti radioattivi (in specie ove caratterizzati da elevata radiotossicità) potrebbero destare preoccupazioni relativamente agli effetti sulla pubblica salute di eventuali danni conseguenti ad eventi calamitosi in condizioni particolarmente avverse».

Come è possibile che in Italia ci siano ancora tanti rifiuti radioattivi? Come spiega la risoluzione presentata lo scorso maggio da alcuni deputati del Partito democratico, i numeri non sono affatto sorprendenti. Generare energia elettrica da un reattore nucleare produce una media di 300 metri cubi di rifiuti ogni anno, a cui vanno aggiunte 30 tonnellate di combustibile esausto. «In Italia sono presenti, quindi, i rifiuti radioattivi provenienti sia dall’esercizio delle centrali nucleari operative tra gli anni Sessanta e Ottanta, sia dalle attività di smantellamento (decomissioning) di quegli stessi impianti». Più, come si ricordava prima, i rifiuti derivanti da industria, ricerca e sanità, pari a qualche centinaio di metri cubi l’anno.

Ovviamente non tutti i rifiuti radioattivi sono uguali. In Italia, in linea con la normativa internazionale, i rifiuti sono classificati in tre grandi categorie, in funzione del contenuto di radioattività e del tempo di decadimento. Due variabili decisive per indicare il necessario grado di isolamento dei rifiuti dalla biosfera. Ma anche per determinare il periodo di isolamento richiesto per ogni rifiuto, perché perda il suo carico radioattivo attraverso il decadimento.

Gran parte dei rifiuti presenti in Italia sono di II categoria. Si tratta quindi di rifiuti «che hanno un contenuto di radioattività che raggiungerà valori dell’ordine delle centinaia di Bq/g entro qualche centinaio di anni, oppure contengono radionuclidi a vita molto lunga, ma in concentrazione di tale ordine». Di solito vengono smaltiti in particolari depositi superficiali. Come si legge nel documento presentato nelle commission della Camera, «per questa categoria sono previsti interventi di trattamento e condizionamento, ovvero una serie di processi atti a convertire il rifiuto in una forma solida, stabile e duratura, tipicamente monoliti di cemento con determinate e qualificate caratteristiche, che ne permetta la manipolazione, lo stoccaggio, il trasporto e lo smaltimento, con garanzia di confinamento della radioattività in qualunque condizione».

Molto più delicata la gestione di rifiuti di III categoria. In Italia ce ne sono circa 10mila metri cubi, tra quelli già prodotti e quelli che rientreranno a breve dall’estero. Si tratta di rifiuti che richiedono «migliaia di anni (e più) per raggiungere concentrazioni di radioattività dell’ordine delle centinaia di Bq/g». Le barriere ingegneristiche non sono in grado di assicurare l’isolamento dalla biosfera per periodi così lunghi. Serve ricorrere a «barriere geologiche di provata stabilità. In questo caso lo smaltimento avviene in formazioni geologiche, argillose, saline o granitiche, che sono quelle più adatte al contenimento della radioattività».

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