Renzi, l’uomo nuovo non è l’uomo nero

Il sindaco davanti all’Italia immobile

Settimana scorsa alla Camera è successo l’ennesimo fatto grottesco. L’ufficio di presidenza della commissione Affari costituzionali, stabilendo l’iter della riforma della legge elettorale, ha deciso di procedere con una serie di audizioni (in corso proprio in questi giorni) di ben 23 esperti tra giuristi e costituzionalisti (sic!). Nemmeno il tema fosse nuovo (di cambiare il Porcellum si discute da 5 anni) e servissero chissà quali approfondimenti.

In teoria lunedì prossimo inizierà la discussione generale ed entro fine mese la maggioranza conta di chiudere i lavori e portare il provvedimento in Aula anche se il negoziato infinito e i veleni di queste ore fanno pensare che la partita è solo all’inizio e ne vedremo delle belle. Un’altra volta.

La melina infinita e le divisioni sulla legge elettorale sono la ciliegina su un paese immobile che da vent’anni si sfinisce in convegni, discussioni, commissioni di saggi, dibattiti, seminari, audizioni e presentazioni di libri. Ogni volta si fa l’elenco delle riforme da fare, di cosa non va in Italia e di cosa servirebbe per liberarla da lacci e laccioli, salvo poi berci sopra e passare all’happening successivo. La Repubblica delle chiacchiere, dove tutti parlano, tutti sono commissari tecnici della nazionale, ma non si muove foglia.

Vent’anni fa Silvio Berlusconi vinse su alcune parole semplici promettendo la rivoluzione liberale: meno tasse, meno burocrazia, più iniziativa privata. Due anni fa Mario Monti arrivò al capezzale di un paese sul baratro impugnando la rivoluzione dei tecnici: basta politica politicante e litigiosa, adesso sistemiamo noi le cose con la forza e la persuasione della technè. E ancora. Dieci mesi fa il più tecnico dei politici italiani, Enrico Letta, ha preso la fiducia alle Camere invocando un programma di riforme essenziali lungo 18 mesi, l’uomo giusto al posto giusto per sbrogliare la matassa del grande pareggio elettorale. Di mesi ne sono passati la metà e il tempo di governo si sta consumando tra immobilismi, veti incrociati, gaffes (di ministri), scandali (sempre di ministri), provvedimenti cambiati in corsa più volte (la saga Imu e dintorni), scarsissima fantasia riformista e le solite guerre intestine (con Berlusconi prima, con Renzi adesso).

Tutti arrivano promettendo sfracelli e poi niente di niente. Niente riforme di struttura, niente cambio di legge elettorale, niente spending review, niente semplificazioni. Però se ne parla allo sfinimento, in ogni sede e a tutte le ore. Non è solo un vizio della politica. Lo stesso vale per il verboso associazionismo di rappresentanza, dei media, dellaccademia, delle categorie economiche, degli albi professionali. Ognuno guarda nellorticello del vicino mai nel proprio. Anche noi della stampa portiamo enormi responsabilità, siamo conservatori e corporativi e stiamo al gioco delle chiacchiere. Lo alimentiamo prendendolo sul serio.

Su questo canovaccio stucchevole un mesetto fa è arrivato Matteo Renzi. Il segretario Pd sta passando come un ciclone sul teatrino italiano. Lo imbocca, lo alimenta a sua volta, detta l’agenda a tutti, piace e fa incazzare, divide e polarizza amplificando l’eterno, duplice, vizio italiano dell’adulazione o delle barricate. È evidente che Renzi punta al voto il prima possibile e gioca a mettere trappole sul cammino del governo Letta, per ambizione personale e perchè si rende conto che questo paese, un altro anno di governo soporifero senza una vera svolta, non se lo può più permettere.

Soprattutto questo ciclone sta producendo un curioso effetto sul sistema dei fragili poteri italiani riflessi nei giornali mainstream. Da un lato il sindaco ce li ha tutti ai suoi piedi, lo blandiscono perchè sono troppo scafati per non capire che il segretario Pd sarà molto presto il nuovo padrone d’Italia, e l’inevitabile devi fartelo piacere. È una regola senza tempo. Dall’altro però Renzi è un marziano a Roma, un ragazzino di provincia fuori dai soliti giri che contano. L’outsider che ha rottamato la vecchia politica e, simbolicamente, i codici del potere che le hanno tenuto bordone per vent’anni: giornali in primis, camarille accademiche e culturali, patti di sindacato, salotti e salottini buoni.

Ed è su questo secondo livello che scatta lostracismo, gli avvertimenti, le accuse di lesa maestà, i messaggi in bottiglia. Va bene la discontinuità ma attenzione a minare la tenuta del governo Letta perchè farlo morire adesso per andare a votare in primavera produrrebbe costi incalcolabili per il paese (editoriale sul Corriere della Sera). Va bene il Jobs act ma la riforma del mercato del lavoro non si fa con i dilettanti, devi farla consultandoti con gli esperti (editoriale su La Stampa), altrimenti sembra il manuale delle giovani Marmotte (in effetti sembra il manuale delle giovani marmotte la bozza del jobs act renziano, ma non è che finora i soloni dellaccademia hanno prodotto riforme epocali). Va bene il superamento del giannilettismo in politica ma occhio che anche tu, caro Renzi, hai i tuoi altarini (inchiesta de Il Sole 24Ore sulluomo ombra Marco Carrai per non dire nulla di nulla, salvo che siede in 7-8 cda); anche tu hai i tuoi scandaletti mentre invochi il taglio dei costi della politica (il parlamentare amico Davide Faraone indagato sui rimborsi elettorali in Sicilia).

Sono le regole del gioco, si dirà. Scendi in campo, rompi le uova a tutti, sei sempre in tv e sui giornali con interviste chilometriche, ti muovi come un caterpillar, il minimo è che ti becchi la tua dose di critiche. Ci mancherebbe! Stai a vedere però che la colpa dell’indecente stallo italiano o del logoramento del governo adesso è responsabilità di Renzi che assalta la diligenza della politica, vuol fare patti demoniaci con Berlusconi (laccusa arriva da chi ci è stato al governo insieme fino a ieri), vuole andare troppo in fretta sulle riforme, fa lelogio dei dilettanti e riunisce la segreteria Pd alle 7 del mattino. Suvvia!

Il sindaco di Firenze lo critichiamo spesso su questo giornale. Non ci piace la sua bulimia mediatica (ma quanto parla Renzi?), non ci piace quando gioca a fare Fonzie e lo spaccone “uozzamerican”, non ci piace quando ragiona per slogan e quando si circonda di adulatori e pensiamo debba costruirsi una squadra vera intorno (e studiare di più) perchè non basta il talento politico per governare un paese. Ma ciò che preoccupa di Renzi, su cui va incalzato, non è certo la lesa maestà verso un sistema fallimentare, verso uno status quo insopportabile sigillato nelle larghe intese, bensì che tenga fede davvero alle cose che dice, che produca davvero la discontinuità e le riforme che dice di voler fare. Questo è il punto.

Giorgio Napolitano legittimamente ha ritenuto che davanti ad una crisi di sistema solo il governo di tutti potesse tenere botta e portarci fuori dal marasma. Il presidente continua a pensarlo, secondo noi sbagliando perchè la stagione dei tecnici e delle larghe intese tra gemelli diversi è finita da un pezzo, si è schiantata davanti ad un parlamento eletto con una legge elettorale appena dichiarata incostituzionale, un governo che pasticcia e non fa le cose, lo squagliamento del montismo, l’aventino di Berlusconi e scelte strategiche vecchie e poco innovative. Il cavallo non beve, quanto tempo deve passare per rendersene conto?

In fondo è questo il vero rischio che corre Renzi. Non la lesa maestà – l’uomo nuovo non è certo l’uomo nero -, ma che si abitui in fretta allo status quo, parli e basta, frequenti troppo i soliti giri politico-mediatici, i soliti salotti buoni a chiacchierare e pochissimo ad agire. Sarebbe la sua morte politica e, soprattutto, l’ennesimo colpo ad una Italia da troppo tempo condannata a campare senza ambizioni. Un paese in deroga non possiamo più permettercelo.