Siamo la patria della pasta, ma usiamo grano messicano

Cosa mangiano gli italiani

Il grano duro per la pasta viene da Canada e Messico. I pomodori conservati sono cinesi e il burro è marocchino. Per fare il giro del mondo basta sedersi sulle nostre tavole, spesso senza neppure saperlo. Certo, il patrimonio agroalimentare italiano resta uno dei più invidiati al mondo. Eccellenza di indubbio valore. Eppure «i dati Istat riferiti al 2012 mostrano un export agroalimentare di circa 32 miliardi di euro e un import di quasi 40 miliardi di euro». Insomma, come spiega un’interrogazione recentemente presentata da alcuni deputati M5s in commissione Agricoltura alla Camera, «nella bilancia commerciale agroalimentare del nostro Paese» si registra «un deficit di oltre 7 miliardi di euro»

I grillini chiedono al governo di favorire l’incremento delle produzioni nazionali, limitando al massimo la dipendenza dai mercati esteri. E raccontano una realtà sorprendente ma certificata. I dati provengono dalle indagini svolte la scorsa legislatura, proprio in Parlamento, dalla commissione di inchiesta sulla contraffazione e la pirateria in campo commerciale. Un documento interessante, che racconta perché l’Italia compra ogni anno decine di migliaia di tonnellate d’olio di oliva dalla Tunisia.

A rileggere quelle pagine si scopre così che il principale prodotto agroalimentare importato nel Belpaese è il grano duro. Nel solo 2010 hanno varcato i nostri confini ben 1,8 milioni di tonnellate, per un costo di 387 milioni di euro. Facciamocene una ragione: una parte della nostra pasta nasce al di là dell’Atlantico. Oltre il 75 per cento del grano duro importato viene infatti da Canada, Stati Uniti e Messico. E il sugo? Per quanto riguarda i pomodori è importante specificare tra materia prima e prodotto dell’industria alimentare. Nel primo caso si parla di pomodori freschi o refrigerati: nel 2010 l’Italia ne ha importati circa 10mila tonnellate, principalmente da Israele e Marocco. Diverso il discorso per i pomodori preparati o conservati (153mila tonnellate importate nel 2010), provenienti nella stragrande maggioranza dalla Cina.

Vengono da Turchia, Cile ed Egitto l’uva fresca e quella secca. Ma importiamo anche 60mila tonnellate – i dati sono riferiti sempre al 2010 – di vini di uve fresche dagli Stati Uniti. Per scoprire da dove proviene la carne che mangiamo, è necessario girare ancora il mappamondo. Quella bovina arriva quasi unicamente dal Sudamerica. In particolare Brasile, Argentina e Uruguay. Tra le carni più importate segue la specie ovina e caprina, principalmente da Nuova Zelanda e Macedonia. Sorprendono di meno le 14.212 tonnellate di formaggi e latticini importati nel 2010 dalla Svizzera (il 99,4 per cento del totale). Mentre provengono principalmente da Israele e Nuova Zelanda le oltre 300 tonnellate di siero di latte «destinato interamente al mercato nazionale».

Ma non tutti prodotti agroalimentari che importiamo finiscono nel nostro piatto. Una parte delle materie prime è venduta qui con un marchio made in relativo al paese di origine. Un’altra, trasformata tramite almeno un processo dall’industria alimentare, viene ricollocata sui mercati esteri dopo aver conquistato il marchio made in Italy. Proprio così. Lo spiega la commissione di inchiesta della XVI legislatura. «Il regolamento CE n.450 del 2008 (Codice doganale comunitario aggiornato), all’articolo 36, comma 2, statuisce che: “Le merci alla cui produzione hanno contribuito due o più paesi o territorio sono considerate originarie del paese o territorio in cui hanno subito l’ultima trasformazione sostanziale”».

Insomma, alcune delle merci importante, pur contenendo prodotti agricoli non italiani, torneranno sui mercati esteri dopo aver ottenuto il marchio made in Italy. Quante? Difficile avere numeri precisi. «Si stima che almeno un prodotto su tre del settore agroalimentare, una volta importato in Italia, sia trasformato nel nostro paese e poi rimesso in vendita sul nostro mercato interno e all’esterno con il marchio made in Italy».

Esemplare il caso dei pomodori preparati e conservati, in gran parte cinesi. «Le importazioni temporanee – si legge nel documento – rappresentano il 70,8 per cento del totale in termini quantitativi ed il 73,8 per cento in termini di controvalore economico. Ciò significa che la maggioranza assoluta dei pomodori di specie che vengono importati dall’estero sono oggetto di lavorazione e trasformazione in Italia e, successivamente, vengono esportati». Stesso destino per l’olio. «Ciò che rende particolarmente significativo e, nel contempo, preoccupante il caso delle importazioni di olio d’oliva è la prevalenza assoluta delle importazioni temporanee rispetto a quelle definitive». I dati si riferiscono sempre al 2010. Ebbene, il 75,9 per cento dell’olio vergine ed extravergine di oliva che è arrivato in Italia, principalmente dalla Tunisia, è stato «oggetto di lavorazione e trasformazione e successivamente riesportato all’estero».