The Butler, tra Diritti Civili, stereotipi e presidenti

Con Forest Whitaker

La delusione, guardando The Butler, si fa coscente nel momento in cui Forest Whitaker – l’immenso Forest Whitaker – tira in dentro il suo arcinoto e vibrante labbro inferiore e alza lo sguardo umido sugli occhi dei soldati che gli porgono la bandiera piegata del figlio d’istanza in Vietnam. «Avete sbagliato indirizzo» dice prima di chiudergli la porta in faccia e questo gesto, a poco più di metà film, chiude il cerchio di tutti i possibili luoghi comuni esistenti nel cinema americano. 

Si parla di schiavitù, di diritti civili, di cinque decenni di storia della Nazione, di presidenti in carica e presidenti eletti – ma che fine ha fatto Jimmy Carter, che come suggerisce Hendrik Hertzberg, avrebbe regalato dieci minuti di impagabile auto-servizio? – di svolte epocali e di non trascurabili drammi familiari, che alimentano due o tre sottotrame talmente scontate da alzare in effetti il livello di quella principale. Sul piatto c’è la vita di un maggiordomo della casa bianca attraverso otto presidenti, da Truman a Reagan, vagamente ispirata alla storia vera di Eugene Allen. Vagamente, dico, perché quella di Allen è stata una storia meno movimentata e decisiva per le sorti degli affari di stato, ma immensamente più interessante. Il fatto è che quella messa in scena da Lee Daniels è così improbabile da risultare stucchevole anche per un film di dichiarata propaganda. Quali sono le chance che un capo maggiordomo della Casa Bianca – Cecil Gaines nella finzione – abbia assistito contemporaneamente allo stupro di sua madre e all’assassinio di suo padre per mano di uno schiavista in una piantagione di cotone, sia padre di un figlio alternativamente allontanato e prodigo che è stato, in serie: uno degli studenti eroi della Fisk protagonisti dei sit-in di Nashville, uno dei primi Freedom Riders, così vicino al dottor King da essere nella sua stessa stanza di motel a Memphis, assieme a Ralph Abernathy, Andrew Young, e Jesse Jackson il giorno in cui venne assassinato, attivista delle Pantere Nere a Oakland, candidato non eletto al Congresso, leader del movimento anti-apartheid e infine candidato eletto al Congresso? Esili, direi, soprattutto se condite dal tardivo esame di coscienza da “negro di casa” pentito di Gaines, che alla fine si espone alla politica solo perché piegato dalla vita e dai continui screzi col figlio rinnegato e ritrovato. 

Il Presidente Obama – che non manca, anzi rappresenta l’apice del flusso di coscienza di Gaines e della carriera politica del figlio, nonché uno degli ultimi sospiri della moglie che muore il giorno prima dell’elezione, ma questo è un triste fatto – ha dichiarato di essersi commosso nel guardare il film. Ci credo. La storia del movimento per i diritti civili viene rappresentata in maniera talmente limpida e completa da commuovere chiunque sia mai stato lontanamente coinvolto nella questione razziale americana, e il Presidente non fa eccezione. È una storia di propaganda meravigliosamente eseguita, e sicuramente indirizzata a fin di bene, e non ha mai avuto la pretesa di diventare un pezzo di cinema d’autore in effetti, anche se Whitaker mi aveva fatto ben sperare. Esercizio che però, dal punto di vista dell’intrattenimento, finisce per annoiare a morte e risultare ben poco convincente.

Eugene Allen nel 2008

La figura che emerge dall’articolo di Wil Haygood, che nel 2008 ha svelato al mondo dalle pagine del Wahington Post la storia di Eugene Allen, è un’altra cosa e si focalizza su quell’aspetto che nel film aleggia in sordina ma che avrebbe potuto essere la chiave con del racconto: il problema degli impiegati di servizio neri all’interno della Casa Bianca – già solo il gioco di colori suggerisce la delicatezza della situazione. Per due volte Cecil Gaines entra nell’ufficio del capo del personale, la prima negli anni ’60, prima dell’omicidio del dottor King, la seconda negli anni ’80, spronato dal rinnovato entusiasmo per le questioni politiche da un sorprendentemente autocritico Ronald Reagan che somiglia paurosamente al Piton di Harry Potter. Per due volte a distanza di vent’anni e senza apparente entusiasmo chiede che gli stipendi di bianchi e neri vengano equiparati, che le condizioni di avanzamento di carriera vengano estese. La prima volta viene cacciato, la seconda volta, forte del consenso presidenziale, mette in crisi il sistema. Ecco, questo è Eugene Allen ed è quello che per me avrebbe dovuto essere nell’incarnazione di Whitaker. 

L’accento non viene mai posto sulla lentezza della burocrazia interna anche decenni dopo l’abolizione delle leggi segregazioniste, più che su una serie di imbarazzanti stereotipi generalisti. La storia di Allen è una storia esemplare se presa dal verso giusto, altrimenti è del tutto superflua e non fa molto più che aggiungere colore a un documentario romanzato sulle lotte per i diritti civili, in cui ci si accorge a malapena che alcuni torti vengono raddrizzati solo quando ormai diventa impossibile nasconderli sotto il tappeto. 

Dopo trentaquattro anni di servizio, nel 1986, Allen si è ritirato a vita privata senza rancori né rimorsi. Con in tasca una nota di Reagan e la casa tappezzata delle foto dei presidenti che ha servito, uno per uno, senza imbarazzo, e che con lui sono entrati in una sintonia del tutto particolare. Quando Haygood è andato a trovarlo, la campagna elettorale di Obama ruggiva per le strade di Washington e rimbalzava dalla Virginia all’Alabama, ma Allen rimaneva scettico – malgrado la sua maglietta dicesse Hope e la spilla appuntata sul petto recitasse Yes, we can. «È stato dopo aver parlato con lui che ho capito senza ombra di dubbio che Obama avrebbe vinto. Mi è venuto da piangere» ha detto Haygood all’uscita del libro da cui sarebbe stato tratto il film. Quello che manca è questo cambiamento lento e cocciuto, questa accettazione delle cause solo in funzione degli effetti. È la vita privata di un uomo, prima che di un attivista, che ha guardato senza mai crederci il mondo cambiare. Tutto il resto, purtroppo, lo sapevamo già.  

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