The Wolf of Wall Street: i lupi ancora a piede libero

L’ultimo film con DiCaprio

Non è proprio un film su Wall Street. No. Però è un film su una certa Wall Street, quella (almeno nella finzione cinematografica) più depravata e triviale. The Wolf of Wall Street, firmato Martin Scorsese e con protagonista un Leonardo DiCaprio di ottimo livello, è un film a doppia lettura. Guardandolo con gli occhi delluomo della strada non si può che rimanere affascinati. Guardandolo con lottica delladdetto ai lavori lascia lamaro in bocca. Due i motivi. Primo perché racconta solo una parte della depravazione e delle esagerazioni delluniverso finanziario. Secondo perché cè sempre quel retrogusto buonista visto anche in Wall Street – Money Never Sleeps, derivante dalla reazione di Main Street al fallimento di Lehman Brothers. I lupi sono ancora in giro. E non è detto che sia un male.

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In The Wolf of Wall Street cè tutto quello che basta per attirare lattenzione. Ci sono le feste in barca, ci sono le Lamborghini, ci sono le strisce di coca, ci sono le zoccole, ci sono gli eccessi sessuali e finanziari, ci sono le banconote che vengono usate per gli scopi più assurdi, ci sono i leoni da passeggio, ci sono perfino i nani da lanciare. In effetti, la scena dei nani è una delle migliori mai viste in un film con narrativa economico-finanzaria. Siamo ben lontani dai documentari come Inside Job, o Too Big To Fail. No, quello di Scorsese è il racconto della vita di Jordan Belfort, broker di umili origini che ha frodato centinaia di persone vendendo loro titoli spazzatura. Poi, visto che l’America è sempre il Paese delle grandi occasioni, ha potuto riscattarsi, scrivendo il libro da cui è stato tratto il film. Tutto ruota intorno a un Jordan/DiCaprio più figo che mai – un Rocco Siffredi della finanza – e alla sua società, la Stratton Oakmont, che potrebbe tranquillamente essere una delle tante società finanziarie di questo universo. Traviato dai facili profitti, Jordan comincia a giocare sempre di più, fino a quando il giocattolo non si rompe. Ascesa e declino di un farabutto, in sostanza. Ma cè più di più nelle quasi tre ore di film. E, lo mettiamo in chiaro fin da subito, è proprio ciò che cè dietro a rovinare un film che poteva essere un capolavoro. Ma andiamo per gradi. 

Il paradigma della peggiore crisi finanziaria dal 1929 a oggi, ovvero quella il cui apice è stato rappresentato dal collasso di Lehman Brothers, è leccesso. Un falò delle vanità, personali prima e bancarie poi, che brucia Jordan, costringendolo a un viaggio tanto vizioso quanto senza uscita alla ricerca di una mole di soldi sempre maggiore. Capace di dar fuoco a dollari solo per far felice (sic!) una delle donnine che girano intorno a lui, Jordan non può fare a meno di essere lesempio di un vecchio assioma: il denaro chiama il denaro. Più ne hai, più ne spendi, più ne vuoi. E lo spendi, consapevolmente, in idiozie. Sbruffonerie fra colleghi, agonismo con i competitor, dimostrazioni di virilità con donne che i sentimenti li hanno dimenticati al bancone del bar di lusso dove hai appena loro offerto il terzo cocktail di fila. È questo il male che corrode internamente Jordan e che ricorda molto da vicino quello narrato da Jay McInerney in Le mille luci di New York. Altro che Gordon Gekko, altro personaggio finanziario di dubbia moralità portato sullo schermo da Oliver Stone. Jordan in confronto è un arricchito, un parvenu, come molti di questo mondo. E per questo deve dimostrare più di tutti, deve far vedere che non è secondo a nessuno. Lui si sente nato per essere il re di quel mondo. Punto. Poco importa se non era, non è e non sarà mai re. Limportante è crederci. Proprio per via delle sue origini è fragile, molto più fragile del Marc Tourneuillerie raccontato da Stéphane Osmont ne Il Capitale, libro culto del 2004 che descrive, molto prima di Lehman Brothers, una certa maniera di intendere la finanza milionaria. Tanto Tourneuillerie è cinico e vanesio fino alla fine, monumentale nell’autodistruzione, incurante del morbo che lo sta divorando, quello dellavarizia di soldi e potere, quanto Jordan è insicuro e, sotto sotto, inconsistente. Proprio come i castelli di carta creati coi subprime. 

Il pregio più grande del film di Scorsese, a parte gli aspetti tecnici, è che mostra al meglio in che modo i soldi possono rovinare la vita di una persona, specie se arrivano in modo improvviso. Il Jordan portato sullo schermo da Leo DiCaprio ha un po’ della faccia da schiaffi di Jamie Dimon, numero uno di J.P. Morgan, un po’ della fame di potere di Lloyd Blankfein, a capo di Goldman Sachs, e molto della mente criminale di Bernie Madoff, autore del più grande Schema Ponzi della storia finanziaria americana. Ma dietro a questa immagine vincente, senza scrupoli, senza paura, Jordan è fottutamente solo. Come buona parte di chi, specie fra i 25 e i 35 anni, lavora oggi nelle grandi banche dinvestimento. La conseguenza è una discesa allinferno alla ricerca di unemozione sempre più forte, sempre più lontana dalla quotidianità. In questottica, il film descrive bene questa decadenza, alimentandola con personaggi tentatori ed effimeri, come un Matthew McConaughey completamente distaccato dalla realtà, quella di coloro i quali non arrivano alla fine del mese. 

Ironia vuole che nei giorni in cui esce il film in Italia ci sia il World Economic Forum di Davos. Nella ridente cittadina svizzera che una volta lanno ospita i banchieri di mezzo mondo, diciamolo, si vede di tutto e di più. Così come in altri contesti, sempre più riservati e lontani dagli occhi di Main Street. Droghe, sesso, psicofarmaci: tutto va bene pur di sopportare i ritmi di un universo finanziario che ha ricominciato a spingere sullacceleratore. Sotto questo punto di vista il film di Scorsese è lucido nel mostrare una parte, nemmeno la più eccessiva, di un mondo che si sente, e in molti casi si crede, intoccabile. Una casta di pochi eletti che tutto possono. Non è ovviamente così per tutti e la generalizzazione genera mostri, ma certe scene viste nel film appaiono edulcorate pensando a ciò che è la realtà.

Lamoralità di Jordan Belfort vista in The Wolf of Wall Street è a tratti sublime. Lui che sincazza perché non è riuscito a guadagnare un milione di dollari a settimana per un anno intero, lui che vive un rapporto che definire grottesco con Naomi è dir poco, lui che spreca dollari come se non ci fosse un domani, lui che se ne sbatte della fame del mondo e degli interessi particolari di chi gli sta intorno. Jordan è questo, e tanti broker o trader non potranno che essere galvanizzati da questa rappresentazione narcisistica e barocca. Ma è proprio questo il limite del film. 

A oggi uno dei migliori film su questo mondo è Boiler Room, tradotto in italiano in 1 chilometro da Wall Street. Oscuro, deviato, sadico e mai troppo patinato, Boiler Room vede uno strepitoso Giovanni Ribisi in preda alle personali incertezze e il suo personaggio ha uno spessore ben più elevato rispetto a Jordan Belfort. Ci sono i lustrini, ci sono (alcuni) eccessi, ci sono le cose che fanno saltare sulla sedia i moralizzatori della prima e dellultimora, ovvero coca e donne. Ma cè ancora troppa dicotomia tra Wall Street, quella vera, e Main Street. Il tutto in favore della seconda. E, paradossalmente, ne emerge un film troppo politicamente corretto per rappresentare un certo mondo, che per certi versi rimane ancora opaco e molto più vizioso. Ma si sa, negli Stati Uniti del dopo Lehman bisogna toccare questi nervi per poter sperare di avere successo facendo un film finanziario. Chi non è in questo mondo ne rimarrà estasiato, chi ci è si sentirà rafforzato nellego. 

La depravazione e la lussuria come stile di vita? Il jaccuse di Scorsese non è nemmeno troppo sottile, ma risulta inutile. È alla stregua della riforma finanziaria promossa da Barack Obama, o dai regolatori europei. Il risultato è che le banche hanno trasferito il rischio, non lo hanno eliminato. Eppure, questi colossi, queste bolle, molto spesso sono funzionali alla liquidità del sistema. Demonizzare non serve. Jordan Belfort non è stato il primo e non sarà lultimo a vivere in questo modo il proprio personale abisso. Scorsese ha scelto la via patinata, dimenticando di raccontare fino a che punto può arrivare un essere umano sottoposto a certi incentivi – morali, sociali, economici – che poi sono gli stessi che hanno causato parte delle distorsioni che hanno portato a un collasso generalizzato negli ultimi anni. Incentivi che, a distanza di cinque anni da Lehman, stanno tornando. 

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