SERIE TVTrue Detective: abbiamo già la serie dell’anno?

UN DRAMMONE DALLA HBO

C’è uno strano brusio che si sente in lontananza quando si pronuncia il titolo di True Detective. È il coro degli entusiasti a priori, di chi – nonostante la serie inizi il 12 gennaio negli Stati Uniti – già assapora il gusto del capolavoro. La Rete, tutta, unanime, ha deciso che questo sarà lo show dell’anno, quello in grado di sbalordire, conquistare, catturare. Non è da meno la critica che ha l’ha lanciata come serie-evento: «c’è una certezza reale – scrive il Los Angeles Time – che True Detective rientri nelle liste ‘il meglio di‘ che si redigono a fine anno». Eppure il 2014 è appena iniziato. HBO tocca ferro, la nomea di serie evento – ha insegnato la Storia (si legga Terra Nova, Touch o Alcatraz) – tuona spesso come una maledizione. Eppure questa volta l’anatema sembra destinato a non abbattersi. E la cosa fa riflettere perché sulla carta True Detective non ha nulla di sbalorditivo. L’ennesimo drama dark e cupo nella golden age delle produzioni di questo tipo (dalla francese Les Revenants all’inglese Broadchurch, passando per le americane The Killing o Rectify). L’ennesimo crime che gioca sulla contrapposizione dei due personaggi principali, character agli antipodi, trasposizione televisiva dello Yin e Yang cinese (Michael Stonebridge e Damien Scott di Strike Back vi dicono niente?). Una storia che di certo non è delle più originali: un’indagine poliziesca che parte dall’omicidio di una prostituta. Davvero? Non l’abbiamo già visto e sentito almeno un milione di volte?

Ma la barba non fa il filosofo, diceva Plutarco, e il volto irsuto di True Detective non basta per definirla. A rendere l’attesa per questa serie così alta ci sono diversi fattori, che vale la pena di considerare. Il primo è la commistione tra cinema e piccolo schermo. Perché la nuova chicca di casa HBO dentro la tradizionale definizione di serie TV ci sta stretta. Certo, sarà a episodi, ma sarà priva di quei contrasti (stilistici e appositamente voluti) che caratterizzano di solito l’opera intera, per via del continuo cambio di sceneggiatura e regia quasi ad ogni puntata. Il nuovo show invece porta la firma dello stesso sceneggiatore, Nic Pizzolatto, e dello stesso regista, Cary Fukunaga, per tutti e otto gli episodi, conferendo alla produzione un’armonia e un’omogeneità tipicamente cinematografica.

I nomi, poi, dicono molto: basterebbe la garanzia di HBO, ma se a questa ci aggiungiamo i volti di Matthew McConaughey (era in Magic Mike di Soderbergh) e Woody Harrelson (era in Zombieland e anche in The Hunger Games) il gioco è fatto. Del primo dimenticate lo sguardo sexy e belloccio dello spot per il profumo di Dolce&Gabbana: no, qui veste i panni di Rust Cohle, un rude e misantropo detective di poche parole, costantemente arrabbiato con il mondo. Il secondo gli fa da contraltare: sul set è Martin Hart, uno che si definisce un “regular-type dude”. La loro storia si dipana su un arco temporale lungo 17 anni, e i flashback e i continui rimandi al tempo presente spingono a considerare ogni puntata al pari di una pagina di letteratura di Stephen King. True Detective, che mira a diventare un’antologia seriale reinventando ogni anno nuove storie e nuovi protagonisti, è un gioco di specchi. Dove ci si guarda e ci si logora. Perché quando ci si guarda in fondo, non sempre piace ciò che si vede. E questo crudo realismo, umano ma provato, «non somiglia a nulla che abbiamo visto prima d’ora», dice McConaughey. E questo già ci basta.

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