Come ti predico la rivoluzione con un algoritmo

Big data e future forecasting

Prima di tutto si osservano gli avvenimenti. Poi si monitorano gli indicatori economici e sociali, si legge tra le righe delle dichiarazioni politiche ed, infine, si avvia una sentiment analisys sugli status dei social network: migliaia di dati ed informazioni che, se osservati “dall’alto” e analizzati con gli strumenti giusti, possono fornire una previsione attendibile di una rivoluzione in arrivo. 

Questo, almeno, è quello che cercano di fare i ricercatori di WardLab, specialisti di future forecasting alla Duke University di Durham, North Carolina. Delle ultime previsioni semestrali pubblicate dal laboratorio nell’ottobre 2013, alcune si sono già avverate – rivolta in Paraguay, violenze etniche in Cina -, altre sono in stand-by, come le rivolte in Grecia e in Mauritania o la crisi domestica in Argentina. C’è poi stato qualche errore marchiano: il fronte caldissimo della protesta in Ucraina, per esempio, non è stato intercettato dal radar dei ricercatori.

È dai tempi della Pizia, la Sibilla Delfica, che l’uomo cerca, senza successo, il modo di aggirare quella fitta coltre nebbiosa che ci impedisce di scrutare nel domani. Del resto, la posta in gioco è altissima. L’ultima palla di vetro è rappresentata dall’algoritmo dei ricercatori americani, che svolge automaticamente gran parte del lavoro. Le radici di questa intuizione penetrano fino agli anni ’90, quando al Defense Advance Research Projects Agency (DARPA) del Pentagono, già si studiavano tendenze e dati per identificare i paesi dove era più probabile il deflagrare di una crisi o di un conflitto. 

A quel tempo anche la CIA aveva lo stesso obiettivo, ma lo perseguiva utilizzando un metodo di previsione completamente diverso: i forecast venivano stilati dai capi delle sedi di intelligence sparse per il mondo e inviati mensilmente alla sede centrale. Un metodo artigianale che otteneva un successo medio attorno al 60 per cento. Fu DARPA ad introdurre il primo approccio computerizzato, che si rivelò più efficace: l’algoritmo sviluppato dall’agenzia e denominato Integrated Conflict Early Warning System riuscì, analizzando lo status socio-politico di 29 paesi asiatici, a prevedere gli stravolgimenti futuri con una precisione di circa l’80 per cento.

Ancora oggi, lontano da occhi indiscreti, i servizi segreti (USA e non solo) stanno continuando a sviluppare programmi per monitorare il futuro della geopolitica internazionale. Con la sempre maggiore accessibilità pubblica dei big data, però, questo tipo di previsioni non è più privilegio esclusivo degli 007 internazionali. Casi come quello di WaldLab o del GDELT, il database della Georgetown University che cataloga ogni singolo avvenimento politico a livello globale permettendo ai ricercatori di incrociare i dati e trarre interessanti spunti di analisi, sono a disposizione di tutti, non solo degli interessi di un governo.

Tra le realtà più avanzate nel campo del future forecasting c’è una compagnia basata tra gli USA e la Svezia, Recorded Future, che ha sviluppato un innovativo sistema algoritmico definito “temporal analytics angine”. Incrociando enormi masse di dati provenienti dalle fonti più disparate – dai social network alle telefonate, dalle ricerche sui motori alle transazioni bancarie -, la società cerca di capire in anticipo “ciò che verrà dopo”, intrecciando link invisibili tra le informazioni e cercando di (ri)costruire attraverso di essi l’intera “storia”.

Per capire qual è la posta in palio, basti sapere che Recorded Future ha già ricevuto importanti finanziamenti esterni per la sua ricerca. Un assegno è arrivato da Google. L’altro – guarda un po’ – è stato erogato dalla CIA.

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