Da Atene a Sochi, lo sport che fa male all’economia

Tra crisi, sprechi e corruzione

“Sarà un volano per l’economia”. Di solito, quando un Paese si aggiudica la possibilità di ospitare un evento sportivo come una Olimpiade o un Mondiale, è la prima frase che esce dalla bocca del primo ministro di turno. Ma la realtà, in molti casi, ha raccontato storie diverse. Di bilanci pubblici esplosi, di speculazioni edilizie, di impianti abbandonati, di corruzione negli appalti e nessuna crescita del Pil. Lo stesso che oggi si teme per i mercati emergenti, che stanno sperimentando la più significativa frenata della loro recente storia. Questo sarà l’anno dei Mondiali di calcio in Brasile ed è facile immaginare cosa succederà nel Paese. Specie considerando l’elevato livello di corruzione presente nel Paese e che fra due anni Rio de Janeiro ospiterà le Olimpiadi. Dalla padella alla brace. E ora è il turno di Sochi, la cittadina russa che sta ospitando le Olimpiadi invernali 2014.

Il connubbio tra eventi sportivi  e Paesi emergenti è spesso dannoso. Le nazioni che ospitano tali manifestazioni sono molto spesso nazioni che si sono messe in luce sullo scacchiere internazionale, ma che ancora non hanno trovato un equilibrio fra crescita sostenibile (quindi senza agire sul deficit), gestione delle spese legate all’evento in questione, rebranding del Paese, consolidamento delle risorse allocate per l’evento, sfruttamento d’immagine, riutilizzo delle infrastrutture create ad hoc. Sono tutti aspetti, non secondari, che tuttavia sono stati dimenticati dai Paesi ospitanti. E non è solo una questione delle economie emergenti. Basti pensare a Torino, che nel 2006 ha ospitato le Olimpiadi invernali. Grande successo di pubblico, enorme spreco di risorse pubbliche, numerosi impianti lasciati a marcire senza che abbiano avuto un’adeguata ricollocazione strategica. Ma per parlare degli sprechi derivanti dai grandi eventi sportivi e di come possono deprimere, invece che essere un volano per l’economia, bisogna tornare indietro di qualche anno.

Volendo si potrebbe tornare indietro col tempo fino ai Mondiali di calcio di Italia ‘90, facendo poi un parallelismo con Tangentopoli, ma si deve iniziare da un’altra parte. Atene 2004 è l’esempio forse più significativo di una bella storia che ben presto si è ridotta ad un fallimento (e non solo di Stato). Con le Olimpiadi la Grecia ha iniziato quella spirale di malversazioni contabili, trucchi di bilancio e spesa impazzita che l’ha portata a richiedere due piani di salvataggio a Fondo monetario internazionale (Fmi), Banca centrale europea (Bce) e Commissione Ue per un totale di 240 miliardi di euro. E non si esclude nemmeno – lo si dice da mesi – un terzo intervento a sostegno di Atene.

Uno degli stadi realizzati per le Olimpiadi di Atene nel 2004 come appare oggi

La manifestazione costò oltre 10 miliardi di euro, quasi il 4% dell’intero reddito nazionale, per renderla la più costosa e sontuosa di sempre. In effetti i costi finali lievitarono fino al doppio di quanto era stato messo in preventivo. Del resto le Olimpiadi le hanno inventate loro. Nuovi stadi, nuove infrastrutture, nuovi aeroporti ( Eleftherios Venizelos) e linee metropolitane. I primi Giochi Olimpici dopo le Torri Gemelle: 45mila uomini per la sicurezza, 1,2 miliardi di euro stanziati solo per questa voce. Il deficit 2004 si impennò fino al 6,1%, il doppio del limite imposto dall’Europa e il debito raggiunse il 110,6%, all’epoca il record per la zona euro. L’anno dopo, 2005, la Grecia fu il primo Paese della breve storia europea a essere messo sotto uno stretto programma di monitoraggio da parte della Commissione Ue, proprio per via del deficit eccessivo. Secondo un’inchiesta del Daily Mail, ventuno dei ventidue siti olimpici di nuova costruzione sono rimasti inutilizzati dopo appena tre settimane dalla fine dei Giochi. E il costo di mantenimento di queste strutture costa al governo greco oltre 600 milioni di euro l’anno. Da simbolo del trionfo a fotografia del degrado più totale nello spazio di un tuffo.

Atene 2004 fu l’antipasto del default, l’ex premier Mario Monti non si fece problemi a sottolinearlo quando decise d’imperio di affondare la candidatura di Roma 2020 per i Giochi. In effetti il primo bailout europeo da 110 miliardi arrivò nel 2010, dopo accuse pesanti rivolte a politici di aver truccato i conti dello Stato con l’aiuto di Goldman Sachs. Ne arrivarono, come abbiamo visto, altri. E arrivò pure la prima ristrutturazione del debito sovrano di un Paese del’eurozona, nel marzo 2012. Arriveranno altri aiuti, è quasi certo, e Atene 2004 sarà ricordato come uno dei maggiori fallimenti del Paese.

Poi, si continua con gli Emergenti. Con Pechino 2008 non andò molto diversamente, nonostante la Repubblica popolare non abbia mai fornito dati ufficiali, si stima che i costi abbiano sfiorato i 40 miliardi di dollari. E non si può dire che i ritorni in termini di prodotto interno lordo abbiano dato risultati significativi. Anzi, guardando alle tabelle della Banca Mondiale, sembra addirittura che il 2008 sia stato l’anno spartiacque per l’inversione della curva di crescita. E proprio questa dinamica del Pil, ovviamente legata anche all’inizio della crisi subprime – agosto 2007 – e al crac di Lehman Brothers – settembre 2008 – che poi ha portato a un collasso del commercio internazionale, è ancora altalenante. Beijing 2008 fu un evento faraonico, che ha avuto due principali conseguenze. La prima è legata all’urbanizzazione. Sono stati milioni i contadini che si sono mossi dalle campagne alle città. E Sull’onda di questo processo, il Pil cinese ha continuato a essere oltre il 7%, la soglia di sostenibilità individuata dal governo cinese. Ma allo stesso tempo, sono state create le bolle immobiliari che ben abbiamo osservato e che sono pronte a scoppiare da un momento all’altro. La seconda conseguenza delle Olimpiadi 2008 è stato il ritorno d’immagine. Pechino ha dato mostrato al mondo di aver abbracciato l’economia sociale di mercato e il capitalismo, attraendo ancora più investimenti che in passato. Resta il fatto che i debiti accumulati con le Olimpiadi non sono pochi, e non è ancora chiaro quale sia la strategia del governo per ridurli, specie a livello locale.

Dopo, arriva l’evento olimpico londinese. Nel caso di Londra 2012 lo spartito non è cambiato di una nota: i costi stimati nel 2005, all’epoca dell’aggiudicazione dell’evento, ammontarono a poco più di 2 miliardi di sterline. Nella realtà dei fatti se ne aggiunsero poi altri 6. I Giochi costarono 142 sterline per ogni testa presente nel Regno Unito (bambini compresi). Tuttavia, anche grazie a una aggressiva politica economica da parte della Bank of England, il Regno Unito è uscito dalla recessione ben prima dell’eurozona e non  ha, almeno per ora, risentito degli effetti nefasti dell’evento olimpico.

Il coro dell’Armata Rossa canta Get Lucky dei Daft Punk durante la cerimonia inaugurale

Nel caso degli Europei di calcio del 2012 ospitati da Polonia e Ucraina gli investimenti sono stati massicci. Oltre 20 miliardi per la Polonia, l’1,3% del Pil di quell’anno e quasi 10 per l’Ucraina, l’1,7%. Gran parte degli impianti sportivi furono terminati all’ultimo, ma le maggiori preoccupazioni, alla vigilia, si concentrarono su possibili problemi di ordine pubblico. In Ucraina per la detenzione dell’ex premier Yulia Timoshenko che tra l’altro denunciò il giro di miliardi di tangenti proprio per oliare il meccanismo degli appalti legati agli Europeie. In pratica, l’antipasto delle tensioni odierne. In Polonia invece a preoccupare era soprattutto il fattore razzismo e la vicinanza di tante tifoserie all’estrema destra politicizzata. La BBC con “Stadiums of hate” dedicò un documentario estremamente interessante sul tema. 

Come dimenticare poi Italia ’90. Centinaia di miliardi spesi per costruire impianti che non furono mai più utilizzati a pieno regime. E alcuni furono dimenticati subito dopo la conclusione della manifestazione. Dal Sant’Elia di Bari, un impianto sproporzionato per poi essere utilizzato dalla tifoseria locale, all’esempio più significativo: lo stadio Delle Alpi di Torino. 69.041 posti a sedere, tre anelli, una pista di atletica. Fu raso al suolo nel 2008 dopo 20 anni e 226 miliardi di lire spesi per costruirlo. Sulle sue ceneri sorge oggi lo Juventus Stadium. Ma gli sprechi e gli eccessi investirono anche le opere pubbliche. Dall’albergo Ponte Lambro di Milano, un ecomostro che non fu nemmeno mai terminato (abbattuto nel 2012 dopo essere stato per anni simbolo di spaccio e degrado), alla stazione Farneto di Roma che rimase in funzione solo 20 giorni. Le stime, non ufficiali, arrivano a contare quasi sei miliardi di euro spesi per l’organizzazione di Italia 90 che coinvolse 12 città italiane diverse e fu probabilmente l’ultima grande occasione di speculazione edilizia prima dello scoppio di Tangentopoli.

Per il Brasile la sfida è doppia e a distanza ravvicinata. I Mondiali della prossima estate serviranno a scaldare l’ambiente in vista anche delle Olimpiadi di Rio 2016. In un momento certamente difficile per l’economia e per le tensioni interne, con i grandi osservatori internazionali che si aspettano da un momento all’altro un abbassamento sul rating sovrano. Il prodotto interno lordo dal 2011 in poi è calato a picco: dagli anni del 7,5% si è passati ad un 1% stirato. La moneta, il Real, ha perso oltre il 20% nell’ultimo anno, l’inflazione galoppa al ritmo del 6%, il rimbalzo delle Borse globali del 2013 non ha minimamento sfiorato le contrattazioni locali e tutte le speranze sono a questo punto riposte nella combo sportiva 2014-2016. E con il tapering del Quantitative easing della Federal Reserve, potrebbe anche essere peggio. Il governatore della banca centrale brasiliana, Alexandre Tombini, ha espresso ben più di una preoccupazione per i due eventi sportivi in tempi non sospetti. Nessuno gli ha dato ascolto. E ora si teme che possa scatenarsi una tempesta perfetta sul Brasile.

Crollo durante i lavori di costruzione dello stadio Itaquerao a San Paolo

Gli investimenti per i Mondiali sono stati recentemente quantificati dal ministro del Turismo Flavio Dino in 9 miliardi di euro. Un’occasione per riammodernare, almeno in parte, vecchie reti infrastrutturali, oltre che gli impianti sportivi per cui i lavori sembrano procedere a rilento. Le grandi opere dovrebbero vedere i costi coperti quasi del tutto da 8,5 miliardi di introiti da turismo, sempre secondo le stime del ministro. L’antipasto del doppio appuntamento è stata la Confederations Cup della scorsa estate. Una manifestazione in cui le polemiche e le sterminate rivolte di piazza hanno catalizzato l’attenzione dei media internazionali, mettendo a rischio addirittura la prosecuzione del torneo. La protesta popolare era legata formalmente al rincaro dei trasporti pubblici, ma nascondeva un malcontento sociale sempre più pronunciato e legato alle forti disparità economiche presenti nel Paese.

L’ultimo Brics in ordine temporale ad aver ospitato un evento di portata Mondiale, per l’appunto, è il Sudafrica nel 2010. Il presidente Zuma stimò in oltre 4 miliardi di euro la spesa per impianti e infrastrutture. Il Paese arrivava da una crisi dell’economia e un crollo del settore immobiliare che nel 1° trimestre del 2009 si tradusse in una contrazione shock del PIL del -6,3% – una caduta di questo genere non si verificava dal 1984 e tre trimestri consecutivi di calo del prodotto interno lordo avevano riportato il calendario indietro fino al 1992. Erano gli anni del collasso di Lehman Brothers e nemmeno un’economia vivace come quella del Sudafrica fu esente dalla contrazione delle domanda globale. L’impatto dei Mondiali si fece sentire in una ripresa del ciclo economico nell’anno della manifestazione, ma l’onda fu molto meno lunga del previsto. I costi furono contenuti, così come l’indebitamento, ma di sicuro il rapporto tra costi e benefici è impietoso. Proprio come il ritorno d’immagine, assai meno significativo del previsto, secondo la banca statunitense Goldman Sachs.

Nel 2022 i Mondiali si svolgeranno in Qatar e il paese ha accettato d’investire 65 miliardi di dollari in infrastrutture. Ma ha anche chiesto alla Fifa di portare da dodici a nove il numero di stadi. Conoscendo la proverbiale oculatezza qatarina, è facile immaginare che le coperture finanziarie per gli eventi saranno trovate e rispettate. A parte lo scandalo Dubai World, a memoria non ci sono situazioni debitorie talmente elevate da mettere a repentaglio la sostenibilità di tutta l’area economica in questione.

Ora è il turno di Sochi 2014. Per la Russia la situazione potrebbe essere simile a quella di Atene. Partiamo da un dato: 51 miliardi di dollari. In pratica, i Giochi olimpici più costosi della storia. Il presidente Vladimir Putin ha tranquillizzato chiunque, spiegando che non ci saranno debiti, che le infrastrutture saranno riutilizzate e la Russia potrà finalmente rinascere dopo questo evento sportivo. Quello che è certo è che le ironie sulla gestione dell’intero evento – ma anche sulla qualità degli hotel e delle strutture – è iniziata diverse settimane fa. Considerando che la Russia ha una delle più alte percentuali di corruzione, tanto a livello pubblico quanto a livello privato, è legittimo ipotizzare che diverse operazioni di finanziamento siano state borderline. Sochi 2014 come Atene 2004? A distanza di dieci anni, la storia potrebbe ripetersi.

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