Dietro lo scontro nel Pd c’è la nuova corsa al Colle

Tutto è nato dall’articolo di Friedman

Adesso che Palazzo Chigi si è trasformato – tra schizzi di sangue e sparatorie cruente – nel set di un film di Quentin Tarantino, dove in un duello fratricida si fronteggiano due pistoleros del Partito Democratico, l’errore più grande sarebbe fermarsi davanti a questa scenografia cruenta  senza accorgersi che “dietro” palazzo Chigi in questa crisi c’è il Quirinale. 

Voglio dire che tutti gli osservatori sembrano essersi dimenticati che l’ultimo capitolo di questa crisi, il canto delle pistole, è stato aperto da uno scoop che aveva nel mirino il presidente della Repubblica, e adesso si chiude con un finale che sarà determinato da Giorgio Napolitano, ma che forse condizionerà anche il suo futuro.

Se si prova ad analizzare cosa è successo con la campagna innescata dal libro di Friedman, si potrebbe sintetizzare questo assioma: l’accusa a Napolitano di essersi prodotto in un “Italian job” (Friedman sul Financial Times), ovvero in un “lavoretto criminale”, aveva come oggetto apparente un governo di larghe intese che non esiste più (quello di Monti), ma in realtà, come principale bersaglio un altro governo di larghe intese che esiste ancora (quello di Letta). Non a caso, con un paradosso incredibile, il principale teste contro Napolitano, con tanto di video intervista piaciona, era il principale beneficiato di Napolitano in quella occasione, ovvero il Senatore a vita Monti. Ma il fatto ancora più incredibile è che l’altro teste a supporto della tesi era – nientemeno – che l’ex candidato del partito democratico alla carica di presidente della repubblica, Romano Prodi. Forse qualcuno dovrebbe spiegare all’anglosassone Friedman, che il vero “Italian job” su cui fare una inchiesta è la meravigliosa e scespiriana trama dei centouno franchi tiratori che impallinarono l’ex premier durante l’elezione del Presidente della Repubblica.

Ora, il fatto politico che nessuno può ignorare è che, nel momento in cui faceva questa intervista, l’estate scorsa, di certo Prodi già sapeva che il missile di questo scoop si sarebbe abbattuto sul Quirinale. Chissà che non sia stato un suo modo per saldare il conto. Anche perché, se Napolitano – magari amareggiato da un epilogo di guerriglia che sicuramente non gli piace – dopo una possibile sconfitta di Letta dovesse tirare fuori dal cassetto le dimissioni che spesso ha ventilato, si aprirà una nuova partita per il Colle in cui Prodi potrebbe tornare in campo, come in un ennesimo replay, magari eletto dallo stesso parlamento che lo ha già bocciato, perché stavolta sarebbe sostenuto da Renzi più e meglio che da Bersani. Lo strano destino quello di Prodi: due volte a Palazzo Chigi, due volte impallinato, si potrebbe ripetere ancora, due volte sulla via del Quirinale. Impallinato nella prima occasione dai centouno. Nella seconda, se ci sarà, vedremo.

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