I sindaci e la Grande Bruttezza di Roma

Salva-Roma e responsabilità dei romani

Se il Comune di Roma non avesse un dissesto di 1.200 milioni l’anno, con oltre centomila euro di perdite al mese. Se la Capitale non possedesse ben 21 partecipazioni dirette e 140 pacchetti azionari, ovvero un castello di debiti e perdite vertiginose, incastonati l’uno nell’altro come una matrioska. Se le municipalizzate non occupassero oltre 25.000 dipendenti, un esercito a bassa redditività; se l’Atac non avesse da pagare più stipendi dell’Alitalia. Se più di un passeggero su due, sui mezzi pubblici capitolini, non evitasse simpaticamente di pagare il biglietto. Se tra il 2008 e il 2010 il sindaco Alemanno non avesse disposto nelle municipalizzate quasi 4.000 nuove assunzioni, un piccolo esercito tra cui si contano parentele, amicizie, e persino qualche cubista. Se il nuovo comandante dei Vigili non fosse indagato per corruzione. Se il sindaco Marino non avesse minacciato di “bloccare la città” a meno che non fosse subito approvato il decreto Salva-Roma. Se il M5s non avesse fatto strenua opposizione a quel decreto e l’ex assessore al Bilancio Linda Lanzillotta, oggi senatrice di Scelta Civica, non fosse anche lei convinta che il salva-Roma sia un grande errore, che non sana il problema del disavanzo strutturale. Se le commissioni parlamentari non avessero bloccato il decreto per ben 42 giorni. Se Renzi non avesse bacchettato quello che un tempo era il suo principale alleato, Ignazio Marino, per la sua clamorosa protesta. Se non fossimo a pochi giorni dalla festa dei due Papi. Se la città non si trovasse in stato comatoso. Se non incombesse la minaccia della svendita per tutti i beni della città, le municipalizzate che fanno gola ai grandi signori della Capitale.

Se tutte questi errori non si fossero  sommati uno sull’altro, forse oggi potremmo celebrare la festa degli Oscar in cui Paolo Sorrentino concorre nel nome di Roma, come un grande evento di immagine dove la città parla al mondo e lancia un enorme messaggio positivo, un racconto di sè, una incredibile opportunità promozionale. 

Ma siccome tutto questo accade Roma resta la capitale della “Grande Bruttezza”, la capitale offesa cantata splendidamente da Pierpaolo Pasolini, la “splendida e misera città” de pianto della Scavatrice, quella che non riesce a sottrarsi al proprio destino di nobile ma irrevocabile decadenza. In questa catastrofe, come in quella meno recente di Genova, tramonta il mito del sindaco di prossimità, il sindaco che risolve, mentre la politica e il parlamento chiacchierano a vuoto. Oggi semmai la parabola di Roma ci racconta il contrario: la storia dei sindaci impotenti, a volte spendaccioni o irresponsabili (i predecessori di Marino) che possono risolvere poco o nulla, che sono prigionieri di enormi debiti stratificati nel tempo, e che hanno bisogno del salvagente della politica per salvarsi dal naufragio.

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